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Zero 11 Settembre

Come l'FBI organizza i terroristi

Un'indagine di HRW rivela: il terrorismo è in prevalenza una forma di manipolazione di massa coperta da entità statali e usata con l'accordo dei media. [Pino Cabras]

Redazione
lunedì 28 luglio 2014 23:14

di Pino Cabras.


C'è una clamorosa notizia, appena divulgata in questo caldo luglio 2014 dall'informazione mainstream, che dimostra quanto traviante sia la definizione di "complottista", usata per screditare chi fa normale giornalismo d'inchiesta. La notizia, per chi la voleva vedere, c'era già cinque anni fa, ed è semplice e terribile: gran parte degli attentati terroristici sul suolo USA sono indotti dalla stessa organizzazione che li dovrebbe combattere: l'FBI.
Noi quella notizia l'avevamo voluta vedere già nel 2009, quando pubblicammo - tra gli altri - un articolo intitolato «Retroscena di un falso attentato» (leggete più avanti e confrontate).
A quel tempo, invece, la Rai e la Repubblica ripetevano le veline dell'FBI: fanno così molto spesso, senza correggersi mai, o facendolo solo molti anni dopo, quando chi voleva raggiungere un certo effetto lo ha già raggiunto. Così, le notizie che possono smentire l'allarme gridato spariscono. Rimane invece la prima impressione dell'allarme, quando la notizia urlata e falsa si deposita nella coscienza di lettori e spettatori. Ed è per colpa di questa informazione - che si è preoccupata solo di aizzare (quando glielo ordinavano), o di sopire e troncare (quando faceva comodo) - che ogni giorno ci è stato rubato un pezzo di libertà, di sovranità, e infine imposto lo spionaggio totalitario della NSA.
Non stiamo parlando di un generico sottofondo di notizie: si tratta dei modi con cui si è lanciato un allarme sicurezza permanente che ha fatto da base giuridica e premessa politica delle guerre di aggressione intraprese dal 2001 in poi, nonché delle leggi che hanno consentito lo spionaggio onnipervasivo e reintrodotto gli arresti extralegali e la tortura.
In questo quadro emerge chiaramente che il terrorismo in USA è un'interminabile catena di azioni false flag (sotto falsa bandiera), in cui gli attori hanno sempre il fiato sul collo dell'FBI, che li manipola per i propri fini. Era così già dal primo attentato alle Torri gemelle di New York, nel 1993, fu così per una parte dei soggetti implicati nei mega-attentati dell'11 settembre 2001, è stato così per Mutanda Bomber e per la maratona di Boston.
L'indagine di Human Rights Watch sarebbe già sufficiente da sola per dire che questo è un metodo di governo e che il cosiddetto terrorismo è in prevalenza una forma di manipolazione di massa coperta da entità statali e usata con l'accordo dei pochi proprietari della quasi totalità dei grandi organi di informazione che sono adibiti a organizzare l'isteria collettiva a comando.
La realtà è tuttavia con ogni probabilità ancora più vasta e incancrenita, tanto che l'indagine sarebbe da estendere anche oltre gli USA (pensiamo agli attentati di Londra del 2005), oltre l'FBI (pensiamo al terrorismo internazionale segnato e finanziato da un intreccio di servizi segreti di vari paesi), e oltre i piccoli episodi (pensiamo anche all'11 settembre e all'allarme antrace del 2001).

Vi proponiamo di seguito sia il pezzo di RaiNews di oggi sia il pezzo pubblicato da Megachip nel 2009. In coda troverete anche i link ad altri articoli che aiuteranno a comprendere la portata della notizia. Buona lettura.


Human Rights Watch denuncia:

"Fbi pagava musulmani per attentati"

Secondo un'indagine su 27 processi e 215 interviste, l'agenzia di intelligence interna americana "ha creato dei terroristi sollecitando i loro obiettivi ad agire e compiere atti di terrorismo"



da RAINews.it  - 22 luglio 2014.



Musulmani incoraggiati per compiere atti di terrorismo. A volte anche retribuiti. A denunciare l'operato dell'Fbi, la polizia federale americana è una ong statunitense, Human Rights Watch.In un rapporto pubblicato in rete, l'organizzazione accusa l'Fbi di aver violato la legge e di non aver perseguito le reali minacce (qui la versione pdf scaricabile, in inglese).



Con la collaborazione dell'Istituto per i diritti umani dell'Università della Colombia, Human Rights Watch ha esaminato 27 casi di indagini che sono passate attraverso un processo, intervistando 215 persone, incluse quelle accusate o condannate per atti di terrorismo.

«In molti casi il governo, usando i suoi informatori, ha sviluppato falsi complotti terroristici, persuadendo e in alcuni casi facendo pressione su individui, per farli partecipare e fornire risorse per attentati», scrive Hrw. Per l'organizzazione, metà dei casi esaminati fa parte di operazioni portate avanti con l'inganno e nel 30% dei casi un agente sotto copertura ha giocato un ruolo attivo nel complotto.






«Agli americani è stato detto che il loro governo veglia sulla loro sicurezza prevenendo e perseguendo il terrorismo all'interno degli Stati Uniti», ha detto Andrea Prasow, vice direttore di HRW a Washington. «Ma se si osserva da vicino si scopre che molte di queste persone non avrebbero mai commesso crimini se non fossero stati incoraggiati da agenti federali, a volte anche pagati».



Secondo Hrw, l'FBI spesso individua soggetti vulnerabili, con problemi mentali o dalla scarsa intelligenza, come Rezwan Ferdaus, un 27enne condannato a 17 anni di carcere perché accusato di voler attaccare il Pentagono e il Congresso con piccoli droni carichi di esplosivo, in un falso complotto organizzato dagli stessi agenti americani.



Il ministro della Giustizia, Eric Holder, cui l'Fbi risponde, ha difeso l'operato dei 'federali' e delle loro "operazioni sotto copertura".








Retroscena di un falso attentato

"Attentato sventato a New York", strombazzavano i media il 20.05.2009. La notizia ha meritato titoloni e tanti commenti, ma finora si è indagato poco. Così scopriamo che...



di Pino Cabras - Megachip, 27 maggio 2009.


"Attentato sventato a New York", strombazzavano i media il 20 maggio 2009. La notizia ha meritato titoloni e tanti commenti che hanno riempito le "breaking news" e qualche paginone, ma finora si è indagato poco.

Per la maggior parte dei media è scattato il riflesso di chi dice "non abbassiamo la guardia". E Dick Cheney, l'anima nera della precedente amministrazione USA, ne ha approfittato per l'ennesima tirata contro chi vuole smantellare il sistema da lui messo in piedi. Ma cosa è successo davvero a New York? Un'analisi appena più approfondita rivela sorprese clamorose.

Le vicende di "attentati sventati" degli ultimi anni mostrano in comune il ruolo ambiguo dei servizi di sicurezza.

Non fa eccezione l'ultimo caso newyorchese.

Scopriamo che i quattro «terroristi islamici» hanno una biografia da sfigati ricattabili, delinquenti abituali statunitensi di facile manipolabilità, e dal profilo jihadista improbabile. Il loro ordigno al plastico disposto dinnanzi a una sinagoga non è esploso, era "inerte". Gli era stato fornito da un quinto elemento, un agente dell'FBI infiltratosi con la promessa di fornire un kit del perfetto terrorista che comprendeva anche un falso missile (per abbattere un aereo). Le mosse erano seguite passo dopo passo, di fatto governate, da molti mesi, in sinergia con altre agenzie federali.

Un importante elemento di raccordo fra i quattro e l'FBI era il cinquantaduenne pakistano Shahed Hussain, diventato informatore dell'agenzia federale dopo che nel 2002 era stato incriminato per banali reati legati a questioni d'immigrazione, e reso così prono ai ricatti. Hussein si presentava ai quattro con molta disponibilità di denaro e con promesse di procurare armi e ordigni speciali.
Ma il pezzo grosso dell'FBI è un altro. Risponde al nome di Robert Fuller. È un agente che ricompare in diverse vicende controverse, sin dalle circostanze legate agli eventi dell'11 settembre 2001.
Fuller nell'agosto del 2001 ebbe l'incarico di rintracciare e arrestare due persone molto sospette, Khalid al-Mindhar e Nawaf al-Hamzi. La segnalazione era giunta dalla CIA il 23 agosto dopo che i due erano giunti sul suolo USA. Qualche settimana ancora, e i loro nomi sarebbero stati ricompresi nella lista dei presunti dirottatori dell'11/9. La ricerca di Fuller fu talmente svogliata, che finanche la Commissione sull'11/9 ebbe a menzionarne l'indolente inefficacia.

Fuller riappare in cronaca nel novembre 2004. A Washington, sul marciapiede davanti alla Casa Bianca, un uomo si dà fuoco. È lo yemenita Mohamed Alanssi. Sopravvive con il trenta per cento del corpo coperto di ustioni. Nel frattempo emerge un documento di suo pugno nel quale spiega in qualche modo l'insano gesto. È una lettera per Robert Fuller, eccolo lì di nuovo, il quale lo aveva reclutato come informatore. Alanssi scrive di voler vedere la sua famiglia in Yemen prima di dover testimoniare in un tribunale USA su spinta di Fuller perché si dice certo che, dopo quella deposizione, la sua famiglia e lui stesso moriranno. Al «Washington Post» rivela: «Ho fatto un grosso errore a collaborare con l'FBI. L'FBI ha distrutto la vita mia e della mia famiglia, intanto che mi prometteva l'ottenimento della cittadinanza e di pagarmi 100 mila dollari». La somma fu erogata, ma Alanssi non acquisì la cittadinanza USA. La moneta di scambio era una testimonianza a carico di svariati imputati islamici.

Robert Fuller lo rivediamo in Afghanistan, all'aeroporto di Bagram, dove interroga - con i metodi disumani consentiti in questi anni di torture e pressioni - un quattordicenne afghano, Omar Khadr, orbo di un occhio dopo il combattimento in cui è stato catturato. A Khadr sono mostrate diverse foto di presunti guerriglieri, e gli viene chiesto un qualche riconoscimento. Fuller riesce a estorcere al giovane l'identificazione di un uomo canadese di origine mediorientale, Maher Arar, che a quel punto deve rispondere all'accusa di essere stato fra i guerriglieri afghani. Arar è arrestato sul suolo canadese e diventa uno dei tanti casi di «extraordinary rendition». Nell'incertezza giuridica sul grado di copertura sulle pratiche di tortura, Arar è consegnato alla Siria, dove ci sono meno esitazioni costituzionali sui supplizi di Stato (e questo è uno dei più stupefacenti casi di collaborazione fra paesi che altrimenti non si risparmiano atti ostili). Lì Arar viene torturato per mesi e mesi, come è avvenuto in tanti altri casi. Il ragazzo che lo ha accusato finisce intanto nel campo di Guantanamo, dove la commissione militare speciale lo processa nel gennaio 2009. Fuller è chiamato a testimoniare e l'agente FBI ribadisce che il riconoscimento di Arar è avvenuto sulla base di una foto. Il controesame del testimone spinge Fuller ad ammettere che all'inizio il riconoscimento non era stato così netto, anzi era proprio vago, e che solo una protratta «intensa pressione» aveva spinto Khadr a ricomporre in modo più assertivo il ricordo.

Peccato che nel frattempo gli inquirenti canadesi trovano le prove che il loro concittadino, proprio nel periodo in cui secondo Khadr e Fuller si trovava in Afghanistan, era invece in patria. Le autorità si rivolgono alla Siria per riavere Arar, evidentemente innocente. La sua storia viene raccontata dalla cronista Kerry Pither in un libro (Dark Days: The Story Of Four Canadians Tortured In The Name Of Fighting Terrorism).


E poi arriviamo all'ultima vicenda.

I quattro terroristi "islamici" fatti arrestare da Robert Fuller nel 2009 sono: James Cromtie, 44 anni, di cui 12 in prigione, un bugiardo patologico, un violento; David Williams, 28 anni, pluripregiudicato, il quale possiede una pistola da quando se ne compra una coi soldi datigli dall'FBI; Onta Williams, 32 anni, una vita dentro e fuori le prigioni; Laguerre Payen, 27 anni, pregiudicato, schizofrenico sottoposto a trattamento con psicofarmaci.

I quattro hanno incontrato questa caricatura di jihadismo soltanto perché un agente provocatore glielo ha proposto, con insistenze e azioni perseveranti, prospettando loro denaro e armi. Li ha messi insieme lui, insomma. L'allegra compagnia "islamista" non si priva di droghe, banchetti e sontuose bevute.


Il ritratto che emerge somiglia a quello di altri personaggi bizzarri che abbiamo imparato a riconoscere anche nelle cronache sulle deviazioni dei servizi segreti italiani nel corso degli anni, anche di recente, come nei casi di Mario Scaramella o Igor Marini. Sempre oltre il filo dell'impostura e della millanteria, questi soggetti compiono atti che si muovono macchiettisticamente lungo le frange esterne delle trame dei servizi segreti, con coperture, depistaggi, manovre che creano confusione, ma sempre disseminate di riconoscibili contatti con autorità governative. La commistione di vero e falso dei loro racconti e delle schede che li riguardano sembra indicare anche una loro strutturale indifferenza psicologica rispetto al confine tra verità e inganno. Basterebbe poco a smascherare le trame.

Tutta la vicenda dei quattro balordi di New York somiglia maledettamente a un sistema messo in piedi qualche anno fa nell'ambito della Guerra al Terrore. Un comitato di consulenti in seno al Pentagono, il Defense Science Board, nell'estate del 2002 ha proposto la creazione di una squadra di un centinaio di uomini, il P2OG (Proactive, Preemptive Operations Group, ossia Gruppo azioni attive e preventive), con il compito di eseguire missioni segrete miranti a 'stimolare reazioni' nei gruppi terroristici, spingendoli a commettere azioni violente che poi li metterebbero nelle condizioni di subire il 'contrattacco' delle forze statunitensi.


Il paradosso di una simile operazione è spinto fino a limiti estremi. Pare che il piano debba in qualche modo opporsi al terrorismo causandolo.

In base al documento prodotto presso il Dipartimento della Difesa statunitense, altre strategie comprendono il furto di denaro a delle cellule di terroristi o azioni di depistaggio attraverso comunicazioni false. Viene subito alla mente il caso del falso comunicato n. 7 delle Brigate Rosse durante il sequestro di Aldo Moro, nel lontano 1978, uno dei tanti depistaggi degli 'anni di piombo', quando erano in incubazione su scala limitata i metodi poi estesi alla globalizzazione della paura.

Gli atti precisi cui ricorrere per 'stimolare reazioni' nei gruppi terroristici non sono stati svelati, il tutto in ragione della riservatezza di fonti e contatti da non compromettere.

Un'organizzazione come questa è perfetta per creare confusione e depistaggi, quel genere di caos che si determina nel passaggio dall'«infiltrazione» alla «provocazione».

Il documento del Pentagono si spinge poi a spiegare che l'uso di questa tattica consentirebbe di considerare responsabili degli atti terroristici provocati quei paesi che ospitassero i terroristi, a quel punto considerati dei paesi a rischio sovranità.

Il grande giornalista investigativo Seymour Hersh, una mosca bianca fra la grande stampa, ha rivelato già all'inizio del 2005 che il P2OG è stato rimesso all'opera. Cosa svelava Hersh?

«Sotto il nuovo approccio di Rumsfeld, mi è stato riferito (da fonti interne ai servizi americani, ndr) che agenti militari USA sarebbero stati autorizzati all'estero a fingersi uomini d'affari stranieri corrotti, intenti a comprare pezzi di contrabbando che possano essere utilizzabili per sistemi d'armamento atomici. In certi casi, stando alle fonti del Pentagono, dei cittadini locali potrebbero essere reclutati per entrare a far parte di gruppi guerriglieri o terroristici. Ciò potrebbe comprendere l'organizzazione e l'esecuzione di operazioni di combattimento, o perfino attività terroristiche.»

Evidenziamo: «perfino attività terroristiche».

Anche il prossimo libro di Hersh, di imminente pubblicazione, sarà incentrato sull'esistenza di un mondo pseudo-terroristico e para-terroristico che ha pericolosi punti di contatto con strutture dotate di una qualche patina di legalità.

La recente vicenda di New York, così come le vicende degli attentati londinesi reali o sventati tra il 2005 e il 2007, e altri episodi ancora, sembrano indicare un metodo di lavoro molto consolidato, in grado di inquinare la scena pubblica con una paura indotta.


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14/02/2008  - Cooperative Research, L'FBI sapeva, la Commissione sapeva, e nessuno scriveva.
19/02/2012 -  Miguel Martinez, Come produrre un terrorista.
05/05/2013 - Giulietto Chiesa, Boston: una prova generale?



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