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Recensione del libro: S. Cesaratto, Sei lezioni di economia, Imprimatur, 2016. [Pierluigi Fagan]

Redazione
venerdì 16 settembre 2016 09:19

di Pierluigi Fagan

Il fine del libro di Cesaratto è condividere conoscenza economica per una più democratica partecipazione politica ai destini del tempo che ci è toccato in sorte da vivere. Corre l'obbligo di ricordare l'abusata citazione del biografo di Keynes (Skidelsky) il quale, dell'economista britannico, raccontava il sottile piacere che provava di origliare - ai party - le conversazioni tra membri dell' élite, conversazioni che i soggetti conducevano senza rendersi conto di star replicando null'altro che sistemi di idee forgiate da qualche economista a loro ignoto. Se si è un pensatore economico come Keynes, questo potere sulle menti che fanno il mondo, certo fa piacere. Ma se si è un cittadino, corre l'obbligo di capire meglio quali sono questi sistemi di idee, come sono strutturati al loro interno, quali conseguenze portino, sia per lo sviluppo del sistema di pensiero che diviene poi così condizionante per il pubblico dibattito, sia e soprattutto per gli effetti che i tramiti politici ne danno nella applicazione all'organizzazione economica che poi impatta sulle nostre forme di vivere associato.

Credo sia questo ad aver mosso il professore di Siena a darci le sue sei lezioni, approfondite e comprensibili pur se rigorose e poco inclini alla narrazione, soprattutto rivolgendosi a quanti hanno animo critico verso lo stato economico (quindi politico) della nostra realtà e però scelgono la via facile ma sterile dell'olismo negativo (no a questo, no a quello ed in definitiva no a tutto) senza penetrare il dovuto, la complessità delle idee che poi portano alle scelte. Scelte che andrebbero fatte per proporre non solo una resistenza negativa, ma anche qualche possibile e realistica alternativa percorribile. In particolare, sembra, rivolgendosi a quella sinistra che nata da un economista politico, ha perso la prima parte in favore della sola seconda diventando impotente, nel mentre la disciplina - l'economics - perdeva la seconda parte, trincerandosi nella presunta oggettività scientifica della prima.

Il filo rosso della visione del problema economico di Cesaratto, sembra essere il rapporto tra il conflitto per la distribuzione già ben chiaro nell'origine di Ricardo e Marx e il vincolo estero, il che porta in conseguenza la centratura sul perimetro economico di un preciso stato-economia-paese. Nei primi tre capitoli, oltre ai Classici, (i due citati più la Legge di Say e Adam Smith che Cesaratto non riduce come fanno i più alla vulgata irriconoscibile tipo il citato Adam Smith Institute che lo scozzese non avrebbe, credo, riconosciuto come propria emanazione), c'è ben spiegata la fatidica svolta marginalista, l'opposizione incompleta nei fondamenti tentata da Keynes e quella ben meglio riuscita secondo il nostro, di quel Piero Sraffa a cui Cesaratto si rifà a livello teorico (anche integrando la ripresa che ne fece P. Garegnani).

A proposito dell'inconsapevole uso di sistemi di idee che hanno forgiato altri pensatori, sarebbe anche interessante ricondurre a loro volta gli economisti ai filosofi. I presupposti della svolta marginalista ad esempio, possono risultare improvvisi e mal compresi se non ambientati nel clima intellettuale del trionfo utilitarista, contornato dal positivismo e dal darwinismo spenceriano. E del resto, presupposti filosofici sono senz'altro presenti in Smith che tra l'altro insegnava filosofia morale, nonché nella travagliata discendenza di Marx da Hegel ma non meno presenti in Keynes, lo stesso Sraffa amico personale ed intellettuale tanto di Gramsci che di Wittgentein (wow, che mix interessante!) Hayek e perfino l'orrido Friedman. Ed ancor più proficuo per la com-prensione se poi i sistemi filosofici, politici ed economici fossero messi in asse con il trascorso storico. Storia che, come sottolinea Cesaratto, storia del pensiero economico e storia economica in quanto tale, s'insegna sempre meno per lasciare campo unico alle nozioni che possano servire di pronta beva per inserirsi nell'acritica riproduzione del pensiero dominante applicato che, di per sé, esclude il pensante. Nel testo in questione e nelle ricche e puntuali bibliografie, non mancano invece accenni a messe in quadro più ampie (K. Polanyi, A. Hirschman, C.P. Kindleberger) e critiche. Critica che non è sempre e solo antitesi secca ma anche pesatura delle verità, loro relativizzazione a precisi contesti, bisturi logico che tagliando e separando mostra la complessità del molto che sempre si vuol ridurre al poco.

Si arriva così, dopo le prime tre lezioni su i fondamenti del pensiero, alla quarta su misteri della moneta, meno misteriosa del dovuto e del necessario ed alla quinta in cui il racconto della "lunga caduta" parte dagli anni '50 ed arriva ai fatti più recenti, osservando proprio nella storia economica e politica italiana, interpuntata da percentuali di crescita sempre più esigue, l'inesorabile declino corrispondente alla scelta incomprensibilmente condivisa anche dal PCI e dai sindacati, di tutelare sempre meno la maggiore eguaglianza o se non altro, una più equilibrata distribuzione dei redditi e soprattutto la folle scelta di rinunciare alla benché minima strategia di politica economica. Un tacito accordo per evitare il conflitto che ha portato a scaricare sul debito crescente le contraddizioni che oggi ereditiamo, peggiorate e sclerotizzate dalla gabbia d'acciaio del vincolo esterno e della inflessibilità della valuta unica. Siamo già dentro l'euro e l'Europa che torna poi, nell'ultima lezione, con una spiegazione minuziosa, della politica BCE - Draghi, le sue lentezze, la sua timidezza, la sua cautela dovuta alle pressioni tedesche, la sua incerta efficacia, figlia come sempre di un sistema di idee che, anche al di là di diverse preferenze teorico-ideologiche, più che altro ha ormai dato ampiamente prova di non funzionare, di non poter conseguire i risultati attesi e dichiarati.

Cesaratto non la vede bene. Stante che una unione intorno ad una moneta senza una unioni di stati è palesemente un assurdo sotto tutti i punti di vista, è proprio questa unione di stati ad esser impossibile rendendo quindi l'assurdità permanente e senza sbocco. Vince così la predizione di Hayek di un federalismo leggero unica mediazione possibile ed accettabile per entità troppo disomogenee, un massimo comun divisore davvero minimo. Minimo ma comunque in grado di espropriare l'oggetto del contendere democratico, il conflitto distributivo. Si rimane così nell'impasse del triangolo divergente di forze tra una irrealizzabile promessa di impossibile unione politica, paesi periferici resistenti quanto impotenti, arroccamento teutonico in un mercantilismo egoista che non consente alcuna forma di cooperazione organica. Impasse che può continuare a lungo prorogando l'agonia fino alla definitiva dissipazione di ogni forza e resistenza o tracollare prima in una qualche crisi finanziaria fuori controllo, piuttosto che non una politica tipo Le Pen o affini. E' a questa seconda che si dovrebbe lavorare, accelerare la crisi interna al sistema in modo che auto-imploda permettendo così di sgombrare il campo e volgerci al dopo. Dopo sul quale - però - sarebbe il caso di cominciare a chiarirsi le idee. Chiarimento a cui le sei lezioni di Cesaratto portano un ottimo e propedeutico contributo di conoscenze necessarie per il pubblico dibattito.


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(16 settembre 2016)



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