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Antonio Calabrò: «Racconto i morti della mafia che ho visto»

Intervista di Mary B. Tolusso ad Antonio Calabrò, autore del libro "I mille morti di Palermo" (Mondadori, 2016).

Redazione
lunedì 19 settembre 2016 12:15

di Mary B. Tolusso

Una città insanguinata, quella Palermo, che è stata fronte di fuoco nella più aspra guerra tra mafiosi. E poi il maxi processo, le complicità politiche e finalmente uno Stato che fa lo Stato. "I mille morti di Palermo" (Mondadori, pag. 256, euro 18,50) esce dalla penna di Antonio Calabrò. E ce lo spiega bene, perché lui c'era a contare i morti, giorno per giorno, nella redazione dell'Ora, a documentare i ricatti stragisti e tutti quei morti, 500 uccisi per le strade e gli altri spariti in varie camere di morte.

L'autore siciliano, presente oggi [ndr: 16 settembre] a Pordenonelegge, introdotto dal direttore del Piccolo, Enzo D'Antona, racconterà la storia di una mafia che esiste da sempre, prima e dopo l'unità d'Italia.

Ma qual è la sua origine? «È totalmente misteriosa», spiega Calabrò. «Una delle radici letterarie risale a una setta segreta che si chiama "I Beati Paoli", di cui poco sappiamo tranne che diventa occasione di un grande romanzo popolare scritto da uno straordinario autore come Luigi Natoli. Il libro narra di una setta di giustizieri, tipico feuilleton ottocentesco. Le origini della mafia stanno dentro quel luogo di potere, dove in assenza dello Stato Borbonico prima, e Savoiardo dopo, la giustizia veniva regolata all'interno di comunità locali da chi esercitava la forza».


***


Si è poi realizzato un cambiamento nella sua struttura dopo gli anni '60. Quale?

«È uscita dai territori del feudo ed è entrata nell'urbanità. A questo punto gli affari erano molto più sostanziosi e inevitabilmente inciampavano nella pubblica amministrazione. Un ulteriore passaggio risale alla metà degli anni '70 quando la polizia francese smantella Marsiglia come centro di produzione della droga e le raffinerie arrivano in Sicilia. Quindi non c'è più soltanto il valore aggiunto del commercio, ma anche quello enorme della produzione. È proprio questa ondata straordinaria di soldi che fa impazzire i corleonesi».

La vera svolta però avviene con l'omicidio Bontade.

«Infatti, è un delitto che i corleonesi compiono quando decidono che a Palermo comandano loro e quindi eliminano chiunque li ostacoli. Vincono perché fin dall'inizio hanno giocato su questo doppio legame: da una parte il rapporto con la politica e dall'altra una struttura militare organizzata».

E poi un'altra data fondamentale: il 10 febbraio 1986, l'avvio del maxiprocesso a "Cosa Nostra" all'Ucciardone...

«Dove lo Stato dimostra una cosa: e cioè che facendo lo Stato vince».

E come?

«Innanzitutto costruisce benissimo il pool antimafia: più competenze e più intelligenze. Il maxi processo viene realizzato benissimo, non sui pentiti, ma su prove, carte, documenti, i pentiti servono solo a confermare. Inoltre lo Stato fa lo Stato celebrando velocemente il processo in un luogo sicuro, l'aula Bunker, che diventa un dato simbolico posto com'è accanto al vecchio carcere dove comandavano i mafiosi. Il terzo elemento è che il processo in aula è condotto benissimo, il presidente e il giudice a latere guidano lo svolgimento secondo tutte le regole della procedura penale».

E oggi che struttura ha "Cosa Nostra" rispetto agli anni '80?

«È indebolita ma esistente, ha un rapporto molto stretto con la 'ndrangheta dentro alcuni luoghi di potere segreti a cavallo tra mafia e massoneria. C'è un grosso lavoro di riciclaggio del denaro e c'è il controllo di aree che stanno tra la droga e la spesa pubblica».

Ed è davvero debellato il rischio di alleanze politiche?

«No perché le intercettazioni ci dicono che esiste. Però è un rapporto diverso. Sino al crollo del muro di Berlino la mafia stava dentro lo schieramento di governo in funzione anti comunista. Dopo il crollo del muro, e il cambiamento dello scenario internazionale, rimane un'esigenza di rapporto ma non è più vissuto come strategico».

Qual è il motivo che l'ha spinta a scrivere questo libro?

«Il primo è dare memoria di una stagione che in buona parte dell'opinione pubblica era scomparsa. Il secondo è che io quegli anni li ho vissuti, facevo il caporedattore, mi sembrava giusto che le nuove generazioni sapessero attraverso cosa è passata Palermo e l'intera nazione».


(16 settembre 2016)

Link articolo © Mary B. Tolusso © Il Piccolo.



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