Informativa

Per migliorare il nostro servizio, la tua esperienza di navigazione e la fruizione pubblicitaria questo sito web utilizza i cookie (proprietari e di terze parti). Per maggiori informazioni (ad esempio su come disabilitarli) leggi la nostra Cookies Policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookie.

OK X
Globalist:
stop


Legalità

Pippo Fava e quell'amore per la ricerca della verità

Il 5 gennaio 1984 sicari di Cosa Nostra uccisero Pippo Fava, il direttore de 'I Siciliani'. La sua lettura del nesso mafia-politica è sorprendentemente attuale.

Redazione
giovedì 5 gennaio 2017 23:50

di Francesca Mondin.

"Chi non si ribella al dolore umano, non è innocente" scriveva Pippo Fava. E ancora: "Mi batterò sempre per cercare la verità in ogni luogo ove ci sia confronto fra violenza e dolore umano. E per capire il perché". 


Da queste parole di Giuseppe Fava emerge chiaramente lo spirito che lo guidò nel suo lavoro di scrittore, giornalista e drammaturgo. Poteva essere un articolo, un romanzo o una delle sue opere teatrali, ad ogni modo, l'importante era che il tema fosse la verità. Una verità che come lui stesso spiegava si incontra sulla strada: "Tutti gli infiniti fatti e personaggi che animano la vita della società italiana, e quasi sempre restano nel buio, rintanati, nascosti, interrati".


Quella verità che per Cosa nostra ed alcuni poteri imprenditoriali e istituzionali collusi con la mafia doveva invece rimanere nel buio. Così il 5 gennaio 1984 dei sicari di Cosa Nostra con 5 colpi di pistola alla nuca uccisero Pippo Fava, il direttore de "I Siciliani". Giornale con cui Fava, dopo la rottura con il Giornale del Sud, culminata con il suo licenziamento, aveva denunciato le peggio collusioni tra boss e imprenditori catanesi, sfidando quell'ambiente di omertà e opportunismo che anteponeva le convenienze personali alla responsabilità etico morale del giornalismo vero.


"Io ho un concetto etico di giornalismo. - Spiegava infatti Fava nel 1981, in un editoriale per il Giornale del Sud - un giornalismo fatto di verità, impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, sollecita la costante attuazione della giustizia, impone ai politici il buon governo. Se un giornale non è capace di questo si fa carico di vite umane. Un giornalista incapace, per vigliaccheria o per calcolo, della verità si porta sulla coscienza tutti i dolori che avrebbe potuto evitare, le sofferenze, le sopraffazioni, le corruzioni, le violenze, che non è stato capace di combattere".

Un concetto che portò Fava dal 1980 a condurre il giornale del Sud rendendo note, senza ossequi, le sue investigazioni che trovavano sempre riscontri e che ben presto portò alla rottura con l'editore del quotidiano che pochi mesi dopo cessò le pubblicazioni.

Fu così che nel 1982, assieme alla parte della redazione del Giornale del Sud che ne aveva condiviso le scelte di fondo, Giuseppe Fava fondò la cooperativa editoriale Radar e registrò la nuova testata I Siciliani.

Nel primo numero Fava puntò il dito sui quattro maggiori imprenditori catanesi, Rendo, Graci, Costanzo e Finocchiaro scrivendo l'articolo "I quattro cavalieri dell'Apocalisse mafiosa". Nell'inchiesta, frutto di due anni di lavoro, accusava il mondo imprenditoriale e politico della città di essere legato a doppio filo con la mafia catanese e in particolare con il boss Nitto Santapaola. Con quel mensile Fava attuò il suo ideale di ricerca della verità che "i ragazzi di Fava" cercarono di portare avanti anche dopo la sua morte. Tra le inchieste più rilevanti de "I Siciliani" ci sono quelle sui rapporti tra la mafia e la politica, le banche, e le altre criminalità organizzate, a cui si aggiunsero quelle sulla Giustizia e il "Caso Catania", sullo stanziamento dei missili nucleari nelle Basi Nato siciliane.


Quel clima torbido e ostile contro chi troppo aveva capito
Come spesso accade per i delitti di uomini e donne scomodi ai poteri criminali, inizialmente l'omicidio fu etichettato come delitto passionale, sia dalla stampa sia dalla polizia. Si cercò di allontanare l'ipotesi di omicidio mafioso sostenendo che la pistola utilizzata non fosse tra quelle solitamente impiegate in delitti di stampo mafioso. Fu suggerito di cercare tra le carte de "I Siciliani" e qualcuno si spinse anche a sostenere tra i possibili moventi quello economico, per le difficoltà in cui versava la rivista. Addirittura il sindaco Angelo Munzone, evitò di organizzare una cerimonia pubblica con la presenza delle cariche cittadine e arrivò a dire che la pista mafiosa era impossibile in quanto "a Catania la mafia non esiste"


L'onorevole Nino Drago chiese una chiusura rapida delle indagini perché "altrimenti i cavalieri potrebbero decidere di trasferire le loro fabbriche al nord".

Solo nel 1998 si giunse alla condanna in primo grado per i boss Nitto Santapaola e Aldo Ercolano, considerati i mandanti, e Marcello D'AgataFrancesco Giammuso e Vincenzo Santapaola, come organizzatori ed esecutori dell'omicidio. In secondo grado poi, furono confermate le condanne all'ergastolo per Santapaola e Ercolano, mentre la Corte D'Appello di Catania assolse D'Agata, Giammuso e Vincenzo Santapaola. La sentenza diventò definitiva nel 2003. Di grande aiuto furono le dichiarazioni di Maurizio Avola, collaboratore di giustizia che si autoaccusò dell'omicidio, patteggiando sette anni di pena. "Fava non era controllabile" Maurizio Avola ha parlato così, attraverso il suo avvocato, in un'intervista al quotidiano "La Repubblica". Avola, dopo 31 anni, ha spiegato che "l'omicidio Fava è servito allo scopo della mafia e dei Cavalieri" di cui "Fava aveva scritto molto, parlando, in particolare, della mafia dai colletti bianchi".

Memorabili sono infatti le parole del giornalista, scrittore e drammaturgo una settimana prima di essere ucciso.


 Nel rispondere a Enzo Biagi nella trasmissione "Filmstory" andata in onda il 28 dicembre 1983, Fava sembra anticipare concetti che solo decenni più avanti approdarono nelle aule giudiziarie: "I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della Nazione. Se non si chiarisce questo equivoco di fondo.. Insomma non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale, questa è roba da piccola criminalità che credo abiti in tutte le città italiane ed europee, il problema della mafia è molto più tragico e importante, un problema di vertici di gestione della Nazione che rischia di portare al decadimento politico, economico e culturale l'Italia. I mafiosi non sono quelli che uccidono, quelli sono gli esecutori, anche ai massimi livelli".


INTERVISTA INTEGRALE DI ENZO BIAGI A GIUSEPPE FAVA
Nel dicembre 1983 Fava rilascia la sua ultima intervista a Enzo Biagi. Parla di mafia, Sicilia e di politica






ARTICOLI CORRELATI







Fonte: http://www.antimafiaduemila.com/home/primo-piano/63663-giuseppe-fava-e-quell-amore-per-la-ricerca-della-verita.html.

Torna alla Home Page

DONAZIONE



Letto 2418 volte
 
Connetti
Utente:

Password: