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Democrazia nella comunicazione

Trump, ora è un dovere tifare per lui

Per il momento una cosa è certa: la vittoria di Trump ha fatto impazzire il sistema di potere che ha retto gli USA negli ultimi decenni. [Fulvio Scaglione]

Redazione
venerdì 13 gennaio 2017 19:34

di Fulvio Scaglione.

Chissà che Presidente degli Usa sarà Donald Trump. A dispetto di quanto sentiamo da settimane, nessuno può dirlo. Magari sarà un disastro, e non sarebbe il primo, alla Casa Bianca. In quel caso prenderemo atto, e lo stesso faranno gli americani. 
Nel frattempo, i tifosi travestiti da esperti (gli stessi che trovarono geniale l'idea di invadere l'Iraq nel 2003, esclusero la vittoria della Brexit e diedero per scontato il trionfo di Hillary Clinton) dovrebbero spiegare perché, per dire, Rex Tillerson, amministratore delegato e presidente di ExxonMobil e come tale conoscitore dei politici e della politica mondiale, dovrebbe essere un segretario di Stato peggiore della Clinton o di John Kerry. O perché l'ex generale Michael Flynn, due vite nell'esercito (una come soldato in innumerevoli missioni, l'altra come capo della intelligence militare) dovrebbe essere per Trump un consigliere per la Sicurezza nazionale peggiore di quanto lo sia stata Susan Rice per Obama.
Ma appunto: vedremo e capiremo. Per il momento, però, una cosa è certa: la vittoria di Trump ha fatto impazzire il sistema di potere che ha retto gli Usa negli ultimi decenni. Basta osservare quello che succede. L'Fbi è messa sotto accusa dal Dipartimento di Giustizia per essersi mal comportata, nel pieno della campagna elettorale, annunciando di aver ripreso le indagini su Hillary Clinton. La stessa Fbi che viene citata a sostegno della tesi che la Russia ha lavorato in modo decisivo per far vincere Trump. In altre parole: l'agenzia è credibile se dà ragione a Obama, alla Clinton e al Partito democratico; ha torto, anzi va punita, se dubita del comportamento di qualcuno di loro.
Sempre a proposito di Fbi. Qualcuno dei molti che lo citano ha davvero letto il rapporto dell'agenzia sulle interferenze russe, quello intitolato "Grizzly Steppe - Russian Malicious Cyber Activity"Vale la pena di leggerlo perché è pieno di nulla. Dice che i servizi segreti russi hanno penetrato le mail di un partito politico e mandato un sacco di virus nei computer di uffici governativi, università, think tank e partiti politici. Poi dà buoni consigli su come proteggere il proprio computer. 
Non una parola su cosa gli hacker del Cremlino avrebbero ottenuto, perché sarebbe troppo imbarazzante ripetere che le primarie del Partito democratico erano truccate a favore della Clinton (come risulta dalle e-mail interne al Partito democratico pubblicate da Wikileaks). Non una parola sull'interesse del Cremlino nel far vincere Trump.
Ed è forse questa la ragione per cui l'Fbi ora è trascinata in tribunale per ordine di Obama. Troppo poco impegnata, l'agenzia, nel compito di diffamare Trump. Perché è questo il vero obiettivo e lo si vede bene dall'altro rapporto, quello intitolato "Assessing Russian Activities and Intentions in Recent Us Elections"firmato dal National Intelligence Council presieduto da Gregory Treverton, nominato da Obama nel 2014.
Ci sono le solite accuse alla Russia, che usa gli hacker e, non contenta, finanzia siti, radio e Tv che diffondono il suo punto di vista, pensa un po'. Ma il cuore del tutto sta in un piccolo paragrafo posto verso l'inizio, che dice: "Putin ha fatto molte esperienze positive con leader politici occidentali resi dai loro interessi d'affari più disponibili ad accordi con la Russia, come l'ex presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi e l'ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder" (pag.1). Infatti, com'è noto, e a prescindere da qualunque giudizio politico, con Berlusconi e Schroeder questi due Paesi, Italia e Germania, si sono sganciati dalla Nato, sono entrati in conflitto con gli Usa e sono diventati satelliti della Russia. Chissà che cosa avrebbe scritto, il buon Treverton, se avesse conosciuto Craxi e Andreotti!
A questo punto, puntualissimo, è arrivato il dossier su Trump e le prostitute a San Pietroburgo e Mosca, fatto filtrare ai giornali da vecchi arnesi dei servizi segreti al soldo di esponenti del Partito repubblicano. Perché il punto è proprio questo: la vittoria di Trump rischia di mettere in crisi un sistema di potere che negli Usa è sostenuto da entrambi i partiti. Nel 1999, quando si trattò di bombardare la Serbia, fu il senatore democratico del Delaware ad andare a convincere il Congresso: tale Joseph Biden, per otto anni vice di Barack Obama alla Casa Bianca. E nel 2003, quando si trattò di autorizzare l'uso delle armi contro l'Iraq, 82 parlamentari democratici si unirono a 215 repubblicani per varare l'invasione.
Questo sistema si regge sulla famosa teoria della "esportazione della democrazia"varata nel 1989, subito dopo il crollo del Muro di Berlino, dal presidente George Bush senior e dal suo segretario di Stato James Baker. Una bandiera in apparenza nobile ma sventolata solo per coprire il disegno degli Usa, teso a impedire la rinascita di Russia e Cina, a bloccare qualunque riavvicinamento tra Russia ed Europa, a ridisegnare il volto dei Balcani e poi del Medio Oriente. Un obiettivo strategico caro ai vertici del Partito democratico come ai neo-con. Dopo Bush senior, infatti, Bill Clinton, George Bush junior e Barack Obama (distrutta la Libia, aggravata la crisi in Siria, destabilizzata l'Ucraina. Ispirato o organizzato il golpe contro Erdogan, forse?) sono stati i fedeli continuatori di quella linea. E lo sarebbe stata anche Hillary Clinton, non a caso neanche tanto velatamente apprezzata dai pezzi grossi del Partito repubblicano, i vari Bush, Romney, McCain, se non le fosse esplosa tra i piedi l'inattesa bomba Trump.
Per questo ora Obama usa i suoi ultimi giorni da Presidente e mette all'opera i funzionari da lui stesso nominati per screditare l'intruso Trump, gettare le basi per un eventuale impeachment e, soprattutto, tentare di rendere impossibile al successore qualunque scarto dalla rotta demo-neo-con tracciata negli ultimi decenni. Vedremo come reagirà Trump a questa campagna che è di una violenza senza precedenti nella storia degli Usa. Ma considerato anche solo il sangue sparso dal premio Nobel per la Pace Obama, diventa inevitabile, e moralmente sano, fare il tifo per il palazzinaro dai capelli tinti, buzzurro amico dei russi. Sperando intanto che sappia pure fare il Presidente.






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Commenti
  • penzones 16/01/2017 alle 19:36:26 , modificato il 2017-01-16, alle 21:31:47 rispondi
    Trump outsider?
    Purtroppo credo abbia visto giusto F. William Engdahl il quale ritiene che dietro l'elezione a presidente di Trump ci sia il progetto di spezzare l'asse russo-cinese.
    La nomina nella squadra di governo di personaggi più aperti a una politica di distensione con la Russia sarebbe funzionale a questo piano. La destabilizzazione del quadro internazionale ad opera del terrorismo, che aveva lo scopo di portare alla creazione di un ordine mondiale a guida statunitense, si è bloccata per la discesa in campo della Russia la quale è riuscita a creare un quadro di alleanze tutte dirette ad affermare un alternativa multipolare a quella americano centrica. Il perno di quest'alternativa è appunto l'asse Russia-Cina, e spingere la Russia a rientrare nel campo degli interessi atlantici servirebbe allo scopo. Il progetto mondialista, evidentemente, riusciva a tenere insieme gli interessi di tutti gli attori sulla scena, quelli della finanza cosmopolita con la sua corte di banche d'affari, fondi di investimento e multinazionali, quelli dell'industria delle armi e quelli delle lobby del petrolio. Ora con la discesa in campo della Russia sembra che siano stati costretti a cambiare il "piano" in corsa d'opera. Anzi, dagli interventi di personaggi come Brzezinski che chiedeva la normalizzazione delle relazioni con la Russia e la Cina, sembra che una parte importane di quei gruppi di interesse, la finanza cosmopolita, si sia sganciata puntando alla collaborazione con la potenza economica emergente per trascinarla dalla loro parte. Della partita sono rimaste due fazioni una che punta ad un conflitto aperto con la Russia e un'altra che punta a farsela amica. Abbiamo visto che, per la prima volta, due fazioni se le sono date di santa ragione. Evidentemente non avevano più nella partita chi faceva da arbitro. Se è così, per quanto indebolite e per quanto relativamente avverse per gli interessi che rappresentano, le due parti non vogliono rinunciare alla globalizzazione così com'era formulata, decidendo di proseguire. Trump, infatti, tiene ferme nel mirino la Cina e l'Iran cambiando l'approccio con la Russia che al momento non può essere scalzata. Cercheranno di trattare con Putin una spartizione delle aree di influenza, e qui diventa difficile capire quale sarà la modalità di approccio che useranno visto che la strategia di Putin punta tutto sulla costruzione di un equilibrio internazionale multipolare. Per rendere forte la proposta dovranno prima rompere il fronte dei BRICS, magari usando l'India come detonatore delle possibili contraddizioni interne e facendo di tutto per ingigantire l'antagonismo con la Cina. Cercheranno anche di indebolire i legami strategici in Medioriente tra l'Iran e la Russia e isolare la nazione sciita per poi attaccarla. Il che non sarà tanto facile perché sembra proprio che la vittoria al terrorismo porterà verso la costituzione della tanto auspicata unità araba.
    La rinascita del panarabismo e la ritrovata egemonia del partito Baath, insieme alla centralità geopolitica siriana possono fare di Damasco, oggi la sacca di resistenza cruciale al nuovo ordine mondiale, il fulcro per la costruzione di un fronte mediorientale all'imperialismo e alla finanza internazionale che va a rafforzare quello del BRICS. Staremo a vedere.
    Salvatore Penzone