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Pensieri lunghi

La solitudine dell'imbecille

L'imbecillità si offre al mondo come una poderosa frammentazione dell'umanità e tuttavia è forse quanto di più sistematico esista. [Sandro Vero]

Redazione
lunedì 23 gennaio 2017 19:30

di Sandro Vero

«Sa tutto, ma non capisce niente.»

(François Mitterand; cit. da M. Ferraris, L'imbecillità è una cosa seria, Il Mulino, Bologna 2016.)


***


1. L'imbecillità come fattore costitutivo della condizione umana

Un recente pamphlet di Maurizio Ferraris, L'imbecillità è una cosa seria, raggiunge il meritato scopo di insinuare nel lettore un dubbio fondamentale: l'imbecille è una rarità o è invece la norma? Indubbiamente, la scrittura traboccante dell'Autore induce a una sorta di fascinazione tale che l'idea stessa dell'imbecillità diventa perfino quella di una cosa talmente complessa, sofisticata e desiderabile da rovesciare l'ordine solito dei valori.

Nel tumultuoso discorso di Ferraris, l'imbecillità si configura, lentamente ma inesorabilmente, come un elemento basico dello spirito umano, un fattore costitutivo della condizione dell'homo sapiens-sapiens. A voler ridurre epistemologicamente, si direbbe inscritto nella sua biologia. Che poi Ferraris, da buon filosofo, ne estragga anche una dialettica dell'imbecillità, capace di generare una logica altra, una dinamica squisitamente terrena del rapporto fra l'imbecille che sta dentro e il genio che lo contiene - e viceversa - questo potrebbe apparire come una deformazione professionale mentre si palesa, proprio al contrario, come una prospettiva necessaria.


2. L'imbecillità bassa e l'imbecillità alta

C'è imbecillità e imbecillità. Forse addirittura esiste un gradiente lungo il quale la cosa si dispone in maniera continua. Tuttavia, per economia di pensiero, conviene una sorta di segmentazione. Può essere plausibile porre due classi fondamentali: quella alta e quella bassa.

L'imbecille alto non è necessariamente quello che dà fiato alla sua imbecillità da una posizione privilegiata che rischia di nasconderlo al mondo, può essere ben privo di una qualsivoglia forma di privilegio e appartenere realmente al novero dei geni, che non potrebbero aspirare ad avere il loro pieno riconoscimento senza una qualche dose, fisiologica, di umana imbecillità. (D'altronde, si è geni proprio in quanto le imbecillità che costellano l'estensione della genialità segnalano il carattere inafferrabile, indecidibile del genio stesso).

L'imbecille basso è quello che non ha bordi, il cui fuoco definizionale non ammette un oltre, un intorno, temporaneamente scevro. Appartiene al tipo umano che Lacan stigmatizzava come cronicamente fuori luogo, reso tale soprattutto dalla stessa analisi cui si è sottoposto. Insomma, semplificando, l'imbecille basso è chi non ha tregua, chi non si fa mai interrompere da un colpo di genio (come invece il genio riesce a fare da episodici colpi di imbecillità).


3. L'imbecille è solo?

A quanto pare no, se, come sembra, il concetto di imbecillità sembra avere più un significato estensionale che intensionale (Wittgenstein avrebbe detto: «per capire l'imbecillità non c'è che da mostrarvi chi lo è, e dove - più sovente - lo è»). "Legioni di imbecilli" non sembra essere la terminologia giusta, "momenti di imbecillità" forse si, "fratellanza imbecille" di sicuro!

L'imbecille può probabilmente contare sulla più diffusa, capillare, coesa rete di mutua assistenza che esista al mondo: peccato solo che una delle peculiarità della sua condizione è quella di propendere per un riconoscimento unidirezionale dell'appartenenza sempre e solo dell'altro.

Tuttavia, nella misura in cui si è più soli in quanto insieme a qualcuno che ci fa sentire soli, la condizione dell'imbecille è sempre in qualche misura una sfida al destino che corre sul filo di lana: insieme a un suo pari non lo è se riconosce la comune appartenenza, ma rischia di esserlo se chi lo affianca non si riconosce in lui. In fondo, a ben pensarci, la compagnia degli imbecilli è sempre cinta d'assedio dalla fragilità di una comune condizione («tu sei un imbecille! Non io!») eppure, finché gira bene, capace di assicurare un vivido sentimento di comune godimento («siamo speciali!»).


4. Frammenti e sistemi: una fenomenologia della televendita.

Nel marketing esistenziale, ampio territorio di caccia dove la preda più rinomata è la verità della relazione - quella sporca, sanguinante, odorosa, cosa che rende la comunicazione appena sopportabile in quanto necessaria [1] - e dove continuamente si mette in circolo una sua trasformazione impagliata, che qui potremmo dire la "relazione della verità", l'imbecillità è assurta al rango di valore di pregio: esibiamo corpi, caratteri, ideali come esponendoli in vetrina, operazione al ribasso che comporta una riconversione dell'energia libidica in corrente narcisistica.

L'imbecillità si offre al mondo come una poderosa frammentazione dell'umanità, una sua dispersione statistica (a ben vedere, mentre sembra si possa essere intelligenti solo convergendo in un metodo universale, ognuno pare essere imbecille a modo suo...) e tuttavia è forse quanto di più sistematico esista, nella misura in cui, come sottolinea Ferraris, è il motore che fa girare il mondo.


(23 gennaio 2017)


Note:

[1] Mario Perniola, Contro la comunicazione, Einaudi, Torino 2004.


Infografica:

Immagine elaborata elettronicamente, tratta dal film "La cena dei cretini" (Le dîner de cons, Francia 1998) scritto e diretto da Francis Veber © Gaumont.



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