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Giulietto Chiesa - Alternativa

Il 45-mo Presidente

Trump è entrato in carica. Con un discorso che conferma le paure dei suoi nemici interni, mentre autorizza le speranze della Russia di una svolta [Giulietto Chiesa]

Redazione
lunedì 23 gennaio 2017 19:20

© Sputnik - Vladimir Astapkovic
© Sputnik - Vladimir Astapkovic

di Giulietto Chiesa.

Donald Trump ha giurato ed è entrato in carica. Con un discorso che ha confermato le paure di tutti i suoi nemici interni, mentre ha autorizzato le speranze della Russia di una svolta verso tempi migliori nei rapporti tra i due paesi dopo la brutta parentesi di Barack Obama.

Una transizione senza precedenti sotto tutti gli aspetti. E che dimostra che questa America, quella evocata dal 45-esimo presidente, non è più quella che è stata durante la gran parte del XX secolo. "Fare di nuovo un'America Grande" - che è stato lo slogan principale, l'unico vero e significativo della campagna elettorale di Trump - è stato la dimostrazione che una buona metà dell'America di oggi ritiene che essa non è più così grande come l'altra metà credeva di essere.
Questo è il punto di partenza utile per una riflessione che è ancora tutta da fare: negli Stati Uniti e in tutto il resto del mondo, a cominciare dall'Europa. Poichè le conseguenze di questo dato di fatto avranno ripercussioni immense in tutte le direzioni. Sta esplodendo una grande bomba politica; è in corso un terremoto che sconvolgerà in primo luogo l'Occidente.
Due cose colpiscono in quel discorso di insediamento. La prima è lo sguardo del nuovo condottiero: tutto rivolto all'interno del paese, alle inquietudini del popolo. Il miliardario Trump, alla testa di un impero industriale, commerciale, finanziario, di 111 società, si rivolge alla gente comune di un'"America profonda" e sconosciuta ai più (sicuramente all'elite neo-liberal-democratico-libertaria che ha guidato il paese negli ultimi anni) con un linguaggio inedito di riscossa popolare contro questa élite.
"Non sarete ignorati, abbandonati", ha esclamato il neo-presidente.
Vedremo.
L'altra cosa che colpisce di quel discorso è l'assenza di toni messianici, insieme all'esaltazione del ruolo di guida dell'Impero. Gli alleati europei sono rimasti sullo sfondo, nemmeno nominati esplicitamente. E dei nemici esterni non si è nemmeno parlato. Né gli uni né gli altri sono evidentemente una priorità per il nuovo leader del paese. Trump non si fida dei primi, che sostanzialmente disprezza, e questo metterà in grande ambasce tutti quegli interlocutori europei che, in questi anni, si sono inginocchiati di fronte alle scelte dell'altra America, quella di Obama. Dovranno schierarsi di nuovo: ma per chi? Ancora non lo sanno. Alcuni si preparano a cambiare casacca e squadra, abituati come sono a obbedire. Altri sono ancora incerti sul da farsi, essendo sostanzialmente amici dei suoi nemici, e nutrendo le stesse seranze di questi ultimi che sia possibile in qualche modo costringere Trump ad andarsene prima della fine del suo primo mandato.
Dalla schiera dei "nemici esterni" almeno uno sembra già uscito: la Russia di Putin. Non è uscita la Cina, che sembra rimanere tale strategicamente. Ma un dialogo con la Russia, la fine delle sanzioni, produrrà ingenti cambiamenti nel panorama internazionale. Difficile, in queste nuove condizioni che qualcuno dei generali Stranamore della Nato, americani e non, possa di nuovo tirare fuori il concetto che "la Russia è una minaccia esistenziale" per gli Stati Uniti. Ma, poiché lo pensano, ci saranno molte lingue morsicate in giro per gli uffici dell'Alleanza Atlantica.
Ma guardando le facce congelate di Obama, di Biden, di Hillary Clinton, si capiva che i perdenti non si sono arresi. La dichiarazione di guerra, che Donald Trump ha ribadito insediandosi, era diretta a loro. E loro non si fermeranno di fronte a nulla per farlo cadere: in ogni modo possibile, senza esclusioni di colpi.





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