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Democrazia nella comunicazione

Il sintomo Trump: una guerra fra bande

Una guerra fra bande si sta svolgendo davanti ai nostri occhi e c'è perfino chi ritiene opportuno parteggiare per le une o per le altre. [Paolo Bartolini]

Redazione
martedì 31 gennaio 2017 13:56

di Paolo Bartolini

Qualcosa sta accadendo, stiamo entrando in una nuova fase della crisi sistemica accelerata dalle logiche ottuse del turbocapitalismo. La globalizzazione economica, per come l'abbiamo conosciuta, sta cambiando pelle. I suoi rappresentanti istituzionali (quelli anglosassoni in particolare) sembrano aver individuato altre strategie per ridefinire le sfere di influenza dei poteri industriali e finanziari. L'elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti è un evento comprensibile all'interno di queste coordinate, i cui vettori principali sono il rilancio della grande industria, un ripensamento parziale del sistema finanziario mondiale e una potente retorica identitaria finalizzata a rispondere alle paure collettive generate dal combinato disposto dell'impoverimento di massa e dell'aumento massiccio dei flussi migratori.

Sbaglia, a mio avviso, e di molto, chi intravede nei fenomeni della Brexit e nella vittoria di Trump un segnale di speranza per le forze progressiste ovvero per i sostenitori di un'emancipazione dell'umano dalle catene dei Mercati. La mia impressione, rafforzata da una prevalente polarizzazione tra globalisti acritici e sovranisti nazionali, è che l'odierno passaggio storico rappresenti un assestamento (ancora incompleto e decisamente turbolento) nei rapporti interni fra le élite dominanti. Una guerra fra bande si sta svolgendo davanti ai nostri occhi e c'è perfino chi ritiene opportuno parteggiare per le une o per le altre.

Lo scontento di ampi strati popolari viene così manipolato e indirizzato verso soluzioni semplici e brutali. La Brexit e l'elezione del "nuovo" presidente U.S.A. sono leggibili, in tal senso, come eventi composti di due livelli di realtà diversi. Sul piano basso, quello dei "molti", abbiamo registrato un misto di rabbia reattiva (tutt'altro che immotivata) diretto verso una classe politica incapace di regolare minimamente le contraddizioni generate dalla globalizzazione neoliberista e verso i "nemici" più facili da additare in queste circostanze: i poveri, i migranti, i non conformi da demonizzare per ridare corpo e confini a un'identità nazionale e comunitaria estremamente fragile. Ai piani alti, quelli dove alloggiano coloro che impiegano con arte il potere economico, finanziario, militare e il controllo dei mezzi di comunicazione di massa, le élite hanno preparato il loro progetto di ripensamento (dei pochi e per pochi) degli attuali equilibri geopolitici.

La via intrapresa è tanto più chiara se seguiamo i quotidiani pronunciamenti di Trump, l'uomo forte che mantiene le sue promesse elettorali centrate sui princìpii di isolamento, protezionismo e segregazione. Il tentativo, disperato, è quello di salvare il capitalismo da un declino inarrestabile, cercando di compattare un nuovo consenso popolare attorno a poche mosse sostanzialmente di destra (su questo punto mi trovo in aperto dissenso da Marcello Foa e da altri commentatori che vedono in Trump il volto liquido di una politica non più incardinata negli assi tradizionali della destra e della sinistra).

La transizione in corso è quella che, da una globalizzazione astratta su base finanziaria, sta virando in direzione di un capitalismo di potenza inevitabilmente internazionale, ma giocato simbolicamente sull'importanza di ristabilire e rafforzare i confini (tra paesi, tra etnie diverse ecc.). Se come ha ben illustrato Pierluigi Fagan nel suo recente Verso un mondo multipolare (Fazi, 2017) assisteremo sempre più a negoziazioni e accordi bilaterali tra Stati, in barba alle logiche globaliste favorite da istituzioni mondiali e trattati a vocazione universale, ciò non significa, a mio avviso, che si possa tornare indietro nel tempo cancellando gli effetti, nella vita delle persone, degli ultimi trent'anni di indottrinamento liberista. Nell'analisi del cambiamento in corso raramente si pone attenzione ai fattori psicosociali e antropologici innescati dall'interdipendenza esplicita di tutti con tutti portata a compimento (seppure nella forma del dominio del denaro e della tecnica) dal cosiddetto finanzcapitalismo.

Gli scambi comunicativi attraverso internet, l'immaginario della crescita infinita, l'uniformità crescente negli stili di vita e di consumo, sono tutti fenomeni che hanno unificato a forza il pianeta e sono penetrati nella psiche di miliardi di persone. Le logiche separative attivate da un modo di vivere individualista e insostenibile non verranno attenuate o compensate da un richiamo generico allo Stato nazione, all'identità, alla protezione dei confini. Al contrario, la tendenza a dividersi, a distruggere l'Altro, a vivere solo secondo la guida dell'istinto di appropriazione, troverà un terreno già concimato per riprodursi. Non vedo in questo processo alcuna possibilità emancipativa, a meno che... A meno che una prospettiva finalmente internazionale, conscia del comune destino che ci lega agli altri e al pianeta Terra, non prenda vita e si diffonda come pensiero critico capace di ridefinire il rapporto tra l'Uno e i Molti, non sulla base di universalismi astratti o di ripiegamenti identitari, bensì in nome di un Comune che si tesse a partire dalle situazioni minime della vita quotidiana fino alla dimensione trascendentale dell'Intero, quella Gaia che tutte/i ci tiene in vita sostenendoci.

Alla luce di quanto detto è bene riconoscere e studiare il sintomo Trump, senza scambiare la malattia (oltremodo grave) per la cura. La patologia, piuttosto, deve essere un'occasione di conoscenza, di apertura a un nuovo che sia davvero tale, messa in discussione delle pessime abitudini che hanno concorso a danneggiare così profondamente la nostra salute democratica. Questa autocritica deve essere fatta, in tempi brevi e senza facili autoassoluzioni, soprattutto da quella sinistra che ha dato spazio al contagio collezionando una serie inarrestabile di errori politici e di sviste culturali, mancando l'appuntamento con la Storia e lasciandoci in balia di loschi figuri al servizio dell'ennesima ristrutturazione del Potere.


(31 gennaio 2017)



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Commenti
  • penzones 31/01/2017 alle 21:00:22 , modificato il 2017-02-02, alle 17:16:28 rispondi
    Sono d'accordo con l'assunto di fondo dell'articolo: il progetto globalista non è abbandonato ma si va ridefinendo in un senso che sembra negare se stesso, il che serve in realtà a prendere il tempo necessario per essere rilanciato, magari in una forma più esplicitamente aggressiva. E comunque, sono le ragioni geopolitiche che evidenziano la reale natura di questa parziale "conversione". A questo proposito mi preme riaffermare le considerazioni fatte in un commento all'articolo di Marcello Foa.
    Pepe Escobar mette in chiaro l'intero scenario che sta dietro alla logica del cambio di passo statunitense. Da fonti per lui affidabili, perché vicini ai "padroni dell'Universo occulti", viene fuori che sono stati questi ultimi a sostenere l'elezione di Trump con lo scopo di rompere l'asse russo-cinese-iraniano; che il cambio di paradigma, con la reindustrializzazione interna, ha lo scopo di ricostruire la potenza militare statunitense messa in secondo piano dalla potenza russa che l'ha sopravanzata con la costruzione e la diffusione dei nuovi sistemi missilistici. Queste élite fanno un passo indietro rispetto alla globalizzazione perché, quest'ultima, è ostacolata dall'alleanza e dagli accordi tra le economie in ascesa le quali decidendo di regolare i loro scambi non più in dollari, aprono nuovi scenari come quello di un sistema internazionale multipolare difficile da contrastare perché sostenuto dalla potenza militare russa. La rinuncia ai trattati di libero scambio, vanno in questa direzione e contraddicono gli interessi di quelli, multinazionali e finanza speculativa, compresi gli istituti internazionali creati ad hoc, che vi avevano puntato tutto. Da qui la lotta accanita di questi ultimi al Trump presidente. E' chiaro che l'armamentario socio culturale usato per accompagnare la globalizzazione liberista, in questo quadro non serve più. Anzi, per ricostruire il senso della nazione e l'amor patrio, necessari alla rifondazione della "grande America" trumpiana, la politica di distruzione dell'identità storica, culturale, biologica, utile a far si che fosse abbandonata la sovranità in tutti i campi, ora diventa, per quest'ultima, controproducente, da qui il recupero dell'orientamento di destra nelle politiche sociali. Quello di Trump, quindi, è un cambio di passo dettato dal nuovo quadro dovuto all'alleanza tra Russia e Cina. Tutto questo comporta un drastico ripiegamento che comprende l'abbandono dell'alleato europeo divenuto intanto un mercato periferico con contraddizioni interne insanabili che lo rende un attore di secondo piano del processo della globalizzazione, non a caso abbandonato dal Regno Unito. Inoltre, l'Europa è un alleato poco funzionale a sostenere militarmente gli States in un conflitto diretto con la Russia. Il cambio di passo degli USA in politica estera ha lo scopo di indebolire il fronte nemico cercando di trattare con Putin una spartizione delle aree di influenza, e, ovviamente, prendendo di mira i BRICS, magari usando l'India come detonatore delle possibili contraddizioni interne e ingigantendone l'antagonismo con la Cina. Per quanto riguarda i legami strategici in Medioriente tra l'Iran e la Russia, la volontà di isolare la nazione sciita per poi attaccarla non troverà facile attuazione perché sembra proprio che la vittoria al terrorismo porterà verso la costituzione della tanto auspicata unità araba.
    La rinascita del panarabismo e una ritrovata egemonia del partito Baath, insieme alla centralità geopolitica siriana possono fare di Damasco, oggi la sacca di resistenza cruciale al nuovo ordine mondiale, il fulcro per la costruzione di un fronte mediorientale all'imperialismo e alla finanza internazionale che va a rafforzare quello del BRICS, anche se per contrastare l'asse israeliano-statunitense l'appoggio di una potenza nucleare come la Russia diventa vitale. Ma mi chiedo: quale potrebbe essere l'area sotto influenza americana che Trump può lasciare alla Russia, un'area con cui la stessa Russia potrebbe anelare a costruire profonde relazioni? La risposta è una sola: l'Europa. La Russia si considera parte dell'Europa, e, nel cuore di Putin, la creazione di un'unica area di libero scambio da Lisbona a Vladivostok è più di un obiettivo strategico. L'Occidente anglo sionista e americano ha sempre temuto un intesa tra Russia e Germania, l'ha temuta e combattuta fino a spingere i due paesi a farsi la guerra perché una tale alleanza era ritenuta invincibile. Potrebbe Putin, difronte a una prospettiva così allettante. essere tentato di abbandonare il grande drago? Questa è l'unica carta che i "padroni dell'universo" possono giocare che possa avere qualche chance. L'attacco plateale di Trump alla Germania ne ha dato già un primo sentore. Spingere la grande locomotiva europea nelle braccia della Russia potrebbe essere per loro il male minore a fronte della possibilità di fare della Cina il veicolo per attuare in una nuova forma il progetto di mondializzazione. La stessa intenzione di fare della City di Londra un hub per la finanza cinese potrebbe costituire il primo segnale in questo senso. Non a caso la May appoggia il programma di Trump mentre Trump fin dall'inizio ha appoggiato la Brexit. Se così fosse, il mondo sarebbe di nuovo diviso in due con una Cina sottomessa, mentre il Medioriente abbandonato da Putin potrebbe diventare preda di Israele.