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Kill PIL

Una nuova politica economica con la moneta fiscale

Può funzionare immediatamente una moneta complementare all'euro per sganciarci dall'intermediazione bancaria: è lo Stato che dà liquidità all'economia reale. [S. Sylos Labini]

Redazione
giovedì 16 febbraio 2017 19:45


di Stefano Sylos Labini.

Proprio ieri l'Istat ha fornito i dati relativi alla crescita del Pil nel 2016 che è stata dello 0,9%. Si tratta del migliore risultato dal 2010, ma la situazione economica e finanziaria del nostro Paese rimane molto critica e non è proprio il caso di montarsi la testa. Il tasso di disoccupazione si trova ben al di sopra dell'11%, mentre le previsioni del rapporto tra debito e Pil sono pari al 133%, un valore altissimo che non accenna a diminuire nonostante i pesantissimi sacrifici imposti agli italiani da più di cinque anni a questa parte.

1. Debito e reddito
Non c'è da stupirsi se il peso del debito sul reddito continua a rimanere sui massimi storici perché quando il saggio dell'interesse sui titoli pubblici supera per molti anni il saggio di aumento del reddito nazionale in termini nominali (Y che comprende la variazione del Pil reale e il tasso d'inflazione), il debito pubblico (D) tende a diventare insostenibile.
Partendo dall'evidente considerazione che il rapporto D/Y resta stabile quando D e Y crescono alla stessa velocità, basta esaminare l'andamento della differenza fra il saggio dell'interesse (i) e il saggio di aumento del reddito nominale (g), e cioè i - g, per giudicare se sorgono problemi di sostenibilità del debito pubblico. Per evitare problemi di sostenibilità, un aumento del reddito pari a zero richiederebbe, a rigore, un interesse nullo, mentre una diminuzione del reddito richiederebbe un interesse negativo.
Oggi il rapporto tra debito pubblico e Pil è del 133% mentre le previsioni per il 2017 del Pil reale sono pari allo 0,9%. Se il tasso di inflazione nel 2017 sarà dell'1% abbiamo che nel 2017 il Pil nominale crescerà del 1,9%. Poiché oggi il tasso sui BTP è pari al 2,25% e potrebbe aumentare data l'incertezza politica, risulta evidente che il tasso di crescita del Pil nominale sarà più basso del tasso d'interesse sui titoli pubblici. Tutto ciò non potrà permettere di ridurre il macigno del debito.
Ma c'è anche un altro punto su cui riflettere. Negli anni '80 la spesa pubblica per interessi (servizio del debito) aveva effetti positivi sull'economia reale poiché i titoli pubblici erano in larga misura nelle mani delle famiglie - all'epoca si parlava di Bot People - e l'alto rendimento che ne derivava costituiva una fonte di finanziamento dei consumi privati. Oggi la situazione è cambiata radicalmente. Secondo un'analisi di Unimpresa il 33% del nostro debito pubblico, pari a 743 miliardi, è in mano a investitori stranieri; il 5 %, 116 miliardi, alle famiglie; il 30%, 661 miliardi, alle banche; il 21%, 467 miliardi, alle assicurazioni italiane e l'11 %, pari a 237 miliardi di euro, alla Banca d'Italia. Quindi, se l'entrata nell'euro ha determinato un netto abbassamento del tasso d'interesse e del costo del debito pubblico, è altrettanto vero che la riduzione della quantità di titoli pubblici detenuti dalle famiglie italiane a vantaggio della componente estera e del settore finanziario (banche e assicurazioni) ha avuto un impatto negativo sulla domanda interna e di conseguenza sulla crescita del reddito nazionale vanificando i benefici del più basso costo del denaro.

2. Avanzo primario
Dunque, senza una crescita del reddito superiore al tasso d'interesse non riusciremo mai a ridurre il peso del debito pubblico in rapporto al Pil. Ma le politiche di austerità effettuate per ridurre il debito hanno aggravato la situazione: dal 1996 la crescita del reddito è stata ostacolata dagli avanzi primari (entrate - uscite al netto degli interessi), che hanno reso l'Italia uno dei Paesi con la più alta disciplina fiscale al mondo.


Dal 1996 ad oggi il saldo primario italiano è stato mediamente pari al 2% del Pil. Questo significa che dal 1996 ad oggi abbiamo ridotto la quantità di denaro nell'economia reale attraverso maggiori tasse e minore spesa pubblica: sono 700 miliardi di euro ai valori attuali, il 40% del Pil. Nel 2015 sono stati sottratti oltre 20 miliardi di euro all'economia reale (1,4% del Pil) in quanto abbiamo fatto il 2,6% di deficit pagando il 4% di interessi.
E poi ci chiediamo perché dal 1996 l'economia italiana abbia avuto un tasso di crescita bassissimo fino a sprofondare nel periodo successivo alla crisi finanziaria globale del 2008: se continuiamo a togliere soldi e quindi a ridurre la capacità di consumo del settore privato e la spesa del settore pubblico questo è il risultato. Anche negli ultimi due anni con Renzi-il-Rottamatore non c'è mai stata espansione fiscale. La "flessibilità" ottenuta grazie alla benevolenza di Angela Merkel è consistita solo nel rallentare un po' il ritmo delle manovre restrittive rispetto alle richieste assurde e impossibili della Commissione Europea.
In assenza di politiche fiscali espansive si continuano a invocare le riforme strutturali che consistono nel taglio della spesa pubblica, nella maggiore flessibilità del lavoro e nella riduzione dei salari, ma così non facciamo altro che distruggere la nostra economia senza riuscire a ridurre il debito pubblico.
In particolare, molti politici ed economisti proprio non arrivano a capire, oppure fanno finta di non capire, che la spesa pubblica finanzia la domanda privata: con la spesa pubblica - per sanità, istruzione, pensioni, stipendi degli impiegati pubblici, trasporti - le famiglie possono avere a disposizione maggiore reddito per consumi in quanto usufruiscono di servizi gratis o a basso costo mentre gli stipendi pubblici e le pensioni sostengono gli acquisti di beni e servizi. Da parte loro, le commesse, gli investimenti e i lavori pubblici, costituiscono una domanda per le imprese private che in questo modo possono ampliare la loro attività. Dunque, i maggiori consumi privati e l'espansione della domanda pubblica permettono di trainare le vendite e le attività delle imprese e quindi consentono di aumentare la produzione, l'occupazione e gli investimenti del settore privato.
Nessuno mette in discussione che i soldi pubblici debbano essere spesi in modo efficiente per fini utili alla collettività, ma deve essere chiaro che tagliare la spesa pubblica significa comprimere la domanda e gli investimenti del settore privato. Si tratta di un intervento immediatamente recessivo che manda a fondo l'economia oltre ad aumentare la disgregazione sociale.

3. La moneta fiscale per una nuova politica economica
Per i motivi appena esposti abbiamo pensato alla moneta fiscale che si potrebbe emettere anche domani. La manovra prevede un'espansione pari a 30 miliardi l'anno per un totale di 100 miliardi di euro. In sostanza se immettiamo 30 miliardi di euro nell'economia con la moneta fiscale interrompiamo il deflusso di denaro che viene prodotto dall'avanzo primario e possiamo realizzare una vera politica per promuovere la crescita.
La moneta fiscale non genera un aumento del debito al momento dell'emissione e permette di rispettare i regolamenti europei, può funzionare immediatamente come una moneta complementare all'euro e consente di sganciarsi dall'intermediazione bancaria poiché è lo Stato che fornisce liquidità all'economia reale. In una situazione come quella attuale, in cui il settore bancario è paralizzato dalle sofferenze ed è schiacciato dalle nuove normative europee che lo costringono ad avere sempre più capitale, questo è un altro aspetto decisivo della proposta della moneta fiscale.
Con un'elevata disoccupazione e una capacità produttiva inutilizzata, se vengono sostenuti i redditi delle fasce sociali in difficoltà che hanno le maggiori potenzialità di aumentare i consumi e se vengono finanziati lavori pubblici di piccola taglia rapidamente realizzabili e facilmente controllabili, possiamo avere una forte spinta sulla domanda interna e quindi sul Pil e sul gettito fiscale permettendo di coprire il buco che altrimenti si creerebbe quando i titoli fiscali giungono a scadenza. A noi sembra la strada più concreta e fattibile per dare una spinta consistente alla ripresa dell'economia permettendo allo stesso tempo di ridurre il peso del debito pubblico che ci sta facendo affondare.
Non è poco e soprattutto è la cosa più veloce che potremmo fare anche perché un referendum per l'uscita dall'euro implica tempi non brevi e presenta diverse controindicazioni. Ma le forze politiche di ogni tipo non vogliono risolvere i problemi nel più breve tempo possibile. Questa è la triste verità.




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