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Fondata sul lavoro

Il reddito minimo non basta

La crisi, aggravata dalle varie riforme (dal pacchetto Treu del 1997 ad oggi), è arrivata al punto da aver mutato lo stesso concetto di lavoro. [R. Ciccarelli]

Redazione
mercoledì 8 marzo 2017 07:41

di Roberto Ciccarelli

Maurizio Landini invita a ripensare una "cultura del lavoro". È un invito da raccogliere perché è necessario chiarire quale cultura per quale lavoro prima di pensare alle soluzioni contro la precarietà di massa in cui ci troviamo. Landini parla di una cultura che non oppone il diritto al lavoro al diritto al reddito minimo. L'obiettivo polemico del segretario della Fiom è l'ex premier Renzi che in realtà non parla di "reddito minimo", ma di "reddito di cittadinanza" che contrappone al "lavoro di cittadinanza", ovvero l'obbligo di lavoro per tutti i precari e disoccupati gestito dallo Stato garante in ultima istanza del «lavoro pubblico garantito».

Per Renzi il reddito di cittadinanza è incostituzionale perché non è previsto dall'articolo 1 della Costituzione: la repubblica è fondata sul lavoro, non sui lavoratori. Si parla di dignità della persona collegata al possesso di un lavoro, non si riconosce la "personalità vivente" della forza lavoro in sé, indipendentemente dal lavoro. È l'interpretazione classica della cultura lavorista, diffusa tanto a destra quanto a sinistra, che riemerge quando manca poco alle prossime elezioni politiche.


Che confusione, sarà perché son precari

Le formule usate da Renzi alimentano una confusione in un dibattito pieno di equivoci lessicali che renderà impossibile affrontare seriamente il problema. Proprio come sta accadendo dal 2013 quando per la prima volta in Italia il problema del reddito è stato introdotto nel dibattito politico "istituzionale", grazie alla proposta di legge popolare sul reddito minimo garantito presentata in parlamento dall'allora Sel e da quella analoga del Movimento 5 Stelle. Ne esiste un'altra del Pd sostenuta tra gli altri dall'attuale ministra della P.A. Marianna Madia.

Non c'è dubbio che nuove speculazioni ed equivoci saranno prodotti a partire dal "lavoro di cittadinanza" di Renzi. In attesa di avere numi sui suoi contenuti dall'interessato si può facilmente presumere che sarà una proposta che obbliga chi è disoccupato, inattivo o precario a lavorare - nei settori di quelli che un tempo erano chiamati "lavori socialmente utili" e oggi [ndr: 2 marzo] Michele Serra chiama "lavoro sociale, riparazione del Welfare essiccato, del territorio sdrucito, della socialità ferita" - per avere in cambio una cifra modesta di poche centinaia di euro.

Certo, lo Stato potrebbe ricominciare ad assumere, con contratti veri. L'occupazione pubblica potrebbe tornare a rifiorire, come si chiede da più parti, in un rinnovato slancio da "Stato imprenditore" o "programmatore". E dunque lo scenario del lavoro povero e precario di Stato, attraverso cooperative o i bandi del lavoro volontario o gratuito fatti dal Mibact nei beni culturali, potrebbe essere evitato. Tuttavia è difficile crederlo, viste le condizioni di bilancio e dell'austerità europea. Il blocco del turn-over nella P.A continuerà: in sette anni ha già provocato la perdita di 270 mila addetti che vengono sostituiti, in quantità infinitamente inferiori, da "lavoratori" travestiti da "volontari" o laureati in "stage permanente". Allo stato attuale, la proposta di "lavoro di cittadinanza" sembra essere un perfezionamento del sistema che abbiamo visto crescere e consolidarsi a partire dall'Expo di Milano e oggi con l'uso dei voucher negli enti locali.


Un problema a 5 Stelle

La scelta del Movimento 5 stelle di parlare di "reddito di cittadinanza", e non di "reddito minimo", ovvero un sussidio pari a 780 euro condizionato all'accettazione di almeno una proposta di lavoro da parte del 15 per cento della popolazione (poveri assoluti e relativi) per un costo pari a 14 miliardi all'anno, ha contribuito a questa confusione.

Da anni proviamo, modestamente, a suggerire al movimento di Beppe Grillo di chiarirsi sulla terminologia e a rafforzare gli aspetti universalistici e di rispetto della dignità della persona contenuti nella sua proposta. Al momento è stato inutile. I Cinque Stelle continuano a definirla "reddito di cittadinanza" e, così facendo, hanno creato una commedia degli equivoci difficile da interrompere. Renzi ha gioco facile nel dimostrare che i suoi principali avversari sostengono una proposta inattuabile e addirittura incostituzionale. Mentre è vero il contrario. Insomma, il movimento 5 Stelle, pur sostenendo una tesi ragionevole, è caduto in una trappola che ha contributo a costruire.

Nel gioco delle parti è diventato impossibile ragionare sul reddito minimo, una proposta che esiste in tutta Europa, e non sempre con esiti rispettosi dei diritti della persona e che anzi spesso contribuisce a peggiorare il precariato. Alla fine si troverà una soluzione al ribasso. È stata avanzata dall'ex governo Renzi e sarà adottata, prima della fine della legislatura, da quello Gentiloni: una legge minimalista e sottofinanziata contro la povertà, nemmeno un reddito minimo, che non risolverà alcun problema. Sono stati stanziati 2 miliardi per il 2017 e il 2018, mentre ne servirebbero 7 in un anno per contrastare la "povertà assoluta" in cui si trovano 4,6 milioni di persone nel nostro paese.


Le responsabilità di Renzi

Le responsabilità di Renzi sono enormi. È noto da anni l'aumento di povertà e diseguaglianze. Nei suoi mille giorni a Palazzo Chigi ha tuttavia erogato 9 miliardi (nel 2015) per finanziare il bonus Irpef degli 80 euro a 11 milioni di lavoratori dipendenti sotto i 26 mila euro (1,7 milioni lo hanno dovuto restituire). A questa somma vanno aggiunti gli sgravi contributivi alle imprese pari a 11 miliardi in tre anni per le assunzioni nel Jobs Act, i bonus per gli insegnanti, per i 18enni e le altre mance elettorali. A questi 20 miliardi di euro bisognerebbe aggiungere anche l'esenzione della tassa sulla prima casa. Una quantità immane di denaro pubblico, in gran parte finita nelle tasche delle imprese, dispersa in maniera irresponsabile e inefficace. Fondi che avrebbero potuto essere investiti in una riforma del welfare in senso progressivo e universalistico, a cominciare dall'istituzione di un reddito minimo garantito. La "riforma del Welfare", evocata solo ora da Renzi, non sembra andare in questa direzione.


Non basta un contratto per cancellare la precarietà

Quando si parla di una nuova "cultura del lavoro", come fa Landini, va compresa la realtà del lavoro. E di certo il segretario della Fiom conosce la situazione di un mercato come quello italiano dove, da anni, l'80% delle assunzioni è a tempo determinato. In questa situazione si trovano tutti i paesi Ocse in cui meno del 40% dei lavoratori dipendenti nel 2015 aveva un contratto a tempo pieno e indeterminato; il 60% aveva contratti precari a tempo determinato o part-time, in maggioranza donne. Senza contare che oltre un quarto del lavoro part-time è di natura involontaria ed è il risultato della mancanza di opportunità lavorative a tempo pieno. E non mi soffermo qui sulle caratteristiche del nuovo lavoro autonomo impoverito che ha radicalmente mutato questa costellazione - trascurata - del lavoro.

La crisi del lavoro, aggravata dalle riforme del mercato del lavoro dal pacchetto Treu del 1997 a oggi, è arrivata al punto da avere mutato lo stesso concetto di "lavoro" nell'ultima generazione. Il caso dei ciclo-fattorini di Foodora, ad esempio. La cosiddetta gig economy usa le regole esistenti del precariato e dirige con un algoritmo le vite precarie e vulnerabili, in assenza di una tutela universale quando non si lavora o si passa di lavoretto in lavoretto, in una danza folle tra un part-time a un voucher, tra una disoccupazione e il lavoro gratuito. È giusto riportare questi lavori al rispetto di alcune regole base sull'assicurazione e le tutele dei diritti dei lavoratori. Ma è chiaro che non basta un nuovo contratto da lavoro dipendente per correggere la natura del lavoro che si fa sulle piattaforme digitali. E non basta nemmeno cancellare i contratti precari per restituire un'integrità al cittadino lavoratore.


Le persone, prima di tutto

La persona va tutelata al di là delle forme del lavoro in suo possesso. Questo è il primo articolo della Carta dei diritti universali del lavoro con la quale la Cgil vorrebbe rifondare l'intero diritto del lavoro.

È un assunto rivoluzionario per la cultura del lavoro del sindacato, lo ha più volte sottolineato anche la segretaria generale Camusso. Anche per questa ragione bisogna rompere gli indugi. Questa "persona" può essere tutelata con il reddito, a cominciare dalla sua formulazione di "reddito minimo garantito". Per questo va riconosciuto lo sforzo di Landini (ma anche della Flc-Cgil) di non contrapporlo al lavoro. Tra l'altro l'adozione del reddito minimo è richiesta dall'Europa all'Italia addirittura dal 1992. Ed è utile metterlo in risalto anche nella Carta della Cgil.

Il problema in discussione è se, in una crisi come quella in cui ci troviamo e con la trasformazione dell'occupazione causata tra l'altro dalla robotizzazione e dall'automazione algoritmica, la cittadinanza sociale possa ancora essere vincolata solo al possesso di un lavoro, come in fondo è stabilito in tutte le proposte sul reddito minimo depositate in parlamento.

Negli ultimi 25 anni, e dopo i primi 10 dell'attuale crisi, anche la proposta del reddito minimo è diventata insufficiente. I ritardi, e la condizione penosa e anacronistica in cui si trova il Welfare familistico e burocratico in Italia, hanno peggiorato una situazione aggravata da un'arretratezza culturale spaventosa che obbliga a ripartire sempre da zero in una discussione senza uscita, né soluzioni. Siamo ormai in una condizione tale da spingerci verso la ricerca di soluzioni più radicali, come il reddito di base universale finanziato non solo a livello nazionale (da un ripensamento del welfare, un ritorno alla tassazione progressiva e una vera giustizia fiscale), ma a livello europeo.

La tesi sull'helicopter money, ovvero il cambiamento radicale del "Quantitative Easing" della Banca Centrale Europea, prospettata da alcuni economisti ma liquidata come una "discussione accademica" da Mario Draghi, potrebbe essere interessante. Se, al momento, non corrisponde a una politica concreta, ed è difficile che lo diventi in questa orribile Europa politica, non è escluso che costituisca una suggestione sulla dimensione epocale delle soluzioni necessarie per affrontare la crisi. Soluzioni che, purtroppo, restano molto lontane, ma potrebbero essere utili per affrontare il problema decisivo: il finanziamento di un reddito di base universale.

Molti sostengono che la spesa di centinaia di miliardi sia insostenibile. Queste previsioni sono da discutere, e non è certo questa la sede. Ma è chiaro che se si trova "logico" spendere 80 miliardi di euro al mese per l'acquisto di titoli di stato, come continuerà a fare la Bce, non si vede perché non prevedere un investimento di pari dimensioni anche sul reddito.


Diritto universale di esistenza

Per contribuire a una "nuova cultura del lavoro" andrebbe inoltre chiarito, una volta per tutte, che la dignità, e l'autonomia, di una persona dovrebbe realizzarsi nella vita, e non solo nel lavoro. La contrapposizione tra vita e lavoro è tipica di un certo tipo di cultura socialista, oltre che cattolica, che condiziona pesantemente il dibattito. Dietro l'angolo c'è sempre chi dice che con il reddito di base si vuole finanziare l'opportunismo e i "mangia-spaghetti" a tradimento.

Il moralismo di queste, e altre accuse, trascura un elemento più che noto a chi oggi lavora: un rischio simile non è paragonabile alla realtà dello sfruttamento - e dell'auto-sfruttamento - di chi arriva a pagare pur di lavorare. E si trova davanti al ricatto materiale - e non morale - di lavorare gratuitamente o di passare per 10 o 20 anni di contratto precario in contratto precario senza l'accesso a un'indennità di disoccupazione, per non parlare di una pensione che non esiste. Anche se questa scoperta avverrà, a livello di massa, solo tra qualche anno. E questa, sì, sarà una tragedia. Una società invecchiata, senza protezione, mentre ci sarà sempre qualcuno che ripeterà che non si può avere un reddito (miserabile) senza continuare a fare un lavoro di merda.

Ricevere un reddito di base non esclude la possibilità di lavorare. Riconosce una libertà alla persona oltre il lavoro, e quindi contro il suo ricatto. E potrebbe favorire il libero sviluppo della sua "personalità vivente". Un'espressione usata da Marx per definire il suo concetto di "forza lavoro". Forza lavoro e lavoro non sono la stessa cosa. Le donne e gli uomini che lavorano (anche) non sono persone che possono risolvere la propria esistenza solo in un lavoro oggettivato o nel contratto di lavoro che possiedono. Quello che va tutelato, e promosso, è la forza lavoro posseduta dalle persone indipendentemente dal lavoro che svolgono. Il reddito di base è un possibile strumento.

La campagna elettorale che si avvicina sarà altamente tossica e si fonderà, presumibilmente, sulla sistematica confusione sulle misure minime da intraprendere per affrontare un problema ben più grande dei pochi attori fin'ora presenti sulla scena. Chi è consapevole della necessità di una "nuova cultura del lavoro" dovrebbe provare a coinvolgere, in nome di un diritto universale di esistenza, le masse dei precari - giovani e non tanto giovani - che vivono sulla propria pelle povertà ed esclusione.

Oggi si avverte la presenza - eterogenea, ma non dialettica - di un cambiamento culturale che potrebbe andare in questa direzione. Gli elementi sono sul tavolo, basta volerli cogliere.


(2 marzo 2017)


Link articolo © Roberto Ciccarelli © MicroMega online



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