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Giulietto Chiesa - Alternativa

Un'Europa sessantenne in crisi di identità

La crisi dell'attuale Europa è risultata evidente anche nel corso della solennissima cerimonia in Campidoglio. Nasconderla è stato impossibile [Giulietto Chiesa]

Redazione
martedì 28 marzo 2017 15:53

di Giulietto Chiesa.

Dopo la solenne celebrazione del 60-esimo anniversario dei trattati di Roma, avvenuta sotto le nuvole della minaccia (inventata) dei black bloc e di ben cinque manifestazioni di varia protesta (del tutto pacifiche) nella capitale italiana, la solita Europa è tornata a rinchiudersi nei suoi palazzi di Bruxelles e Strasburgo.

La crisi dell'attuale Europa è risultata evidente anche nel corso della solennissima cerimonia in Campidoglio. Nasconderla è stato impossibile nonostante gli applausi che i 28 membri si sono scambiati vicendevolmente. Le immagini delle firme commemorative, con le penne che scivolavano sul foglio della storia, hanno mostrato che i 28 sono molto diseguali tra di loro, assai di più di quanto non lo fossero i padri fondatori dell'Europa di 60 anni fa. 
Il processo di omogeneizzazione, il superamento delle profonde differenze sociali, politiche istituzionali - che era allora nelle intenzioni e nei documenti fondatori - non solo non è andato avanti, ma si è arenato, a quanto pare irreversibilmente. Alla "cooperazione" di Roma 1957, ai progetti di "riequilibrio", di "armonizzazione", di "superamento delle differenze" che avevano caratterizzato la partenza della creazione dello "Stato Europeo", è subentrato il pensiero unico dominante della "concorrenza", della "competizione", di Maastricht e di Lisbona. E la competizione si è dilatata fino a ingoiare totalmente la solidarietà. Anche quella interna. L'Europa di oggi, dopo l'inconsulto e affrettato allargamento a 28, è dilaniata da una concorrenza interna che impedisce ai minori - a cominciare dai PIGS del sud - di avvicinarsi ai più forti del nord.
L'infinita caduta della Grecia aleggiava nell'augusta aula romana mentre i leader europei assistevano, senza applaudire, al procedere di Aleksis Tsipras - testa china, senza sorriso - verso una firma che doveva apparirgli piuttosto con un cappio scorsoio. Ma la Grecia sofferente è piccola. Mancava all'appuntamento di Roma il grande Regno Unito, è mancherà per generazioni. A rendere piuttosto patetico il grido di vittoria di Juncker: "celebreremo qui anche il centenario". Forse, ma è molto difficile, oggi, immaginare quale sarà la celebrazione, o la commemorazione del 2057.

Resta da vedere cosa pensano di questa Europa i suoi cittadini, o sudditi che dir si voglia. E non è un bilancio entusiasmante. Secondo un sondaggio promosso dall'ISPI (Istituto di Studi per la Politica Internazionale) e realizzato dall'IPSOS, solo il 7% degli italiani esprime un giudizio "molto positivo" sul ruolo svolto dall'Unione Europea in questi decenni. Mentre il 33% da un giudizio negativo e il 14% "molto negativo". Insieme valgono il 47%, superando di un punto percentuale i giudizi "positivi" (e anch'essi condizionati da una critica al "prevalere degli egoismi nazionali".)
E non si deve trascurare che gli italiani che pensano di avere ricavato "più vantaggi" all'interno della Unione Europea sono solo il 24%, mentre quelli che pensano il contrario sono il 32%. Del resto è un dato riconosciuto da tutti gli osservatori che gli "euroscettici" sono in crescita in tutti i paesi europei. E questo per motivi addirittura opposti tra di loro, che però indicano l'esistenza di fratture diverse e più complesse: non solo tra sud e nord (prevalentemente per ragioni economiche e sociali), ma anche tra est e ovest (in particolare sul tema dell'immigrazione).
Dunque se è vero che parlare di un imminente tracollo dell'Unione è sicuramente esagerato, non è affatto fuori luogo parlare sia di crisi dell'idea europea, sia di un grave disagio nel rapporto tra cittadini europei e istituzioni attuali dell'Europa. Il futuro è incerto e, senza una profonda revisione di principi, sono in molti a ritenere che questa Europa non potrà affrontare collettivamente le grandi sfide del futuro del mondo.




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Commenti
  • penzones 28/03/2017 alle 19:04:25 , modificato il 2017-03-28, alle 22:50:37 rispondi
    La UE non è funzionale alla pace ma a impedire ai paesi più deboli di difendersi
    Quello del Libero Mercato è un'arena dove vige la legge del più forte, la darwiniana "legge della selezione naturale". E' dagli stessi teorici del darwinismo sociale che la guerra è stata elevata a necessità naturale per l'incessante concorrenza economica tra i popoli.
    Ora, sono gli stessi principi del libero mercato che dettano le regole dentro cui sono stabilite le relazioni tra i vari paesi europei. Stando così le cose la UE finisce per essere una gabbia il cui scopo non è impedire una guerra tra le nazioni europee ma è quello di impedire ai paesi più deboli dell'eurozona di potersi difendere.
    La constatazione, la più significativa che giustifica l'Unione dei paesi europei, sarebbe quella di aver permesso che, per la prima volta sul nostro continente, si instaurasse un clima di pace nelle relazioni tra le diverse nazioni. Ma è vera pace il clima di cui siamo testimoni? In realtà le guerre hanno sempre avuto il fine di controllare lo sviluppo economico degli altri paesi da parte dell'aggressore, facendone mercato di sbocco per la propria economia o usandone direttamente la finanza per sostenere il proprio tenore di vita. La differenza tra ieri e oggi sono le modalità con cui il sangue viene versato. Ieri in Europa lo si versava sul campo di battaglia, oggi con tassi di mortalità dovuti alla povertà, alla mancanza di cure adeguate, al suicidio di chi non ha i soldi per pagare i creditori e portare avanti un'attività a cui si è dedicata tutta una vita. Ieri le guerre erano guerre dichiarate, di aggressione. Oggi non sono dichiarate ma vengono nascoste dietro un linguaggio menzognero e istituzioni falsamente democratiche: il libero mercato è libero solo per chi è più forte e spregiudicato; l'Unione Europea è, ancora, funzionale solo ai paesi forti i quali possono permettersi di sforare tranquillamente tutti i parametri e continuare ad avere banche pubbliche che finanziano l'economia, cose che non sono assolutamente permesse ai paesi deboli, i quali nemmeno protestano per questa difformità di trattamento. Certo per quieto vivere si può continuare a fingere una fraternità che non c'è ma la cattiveria e l'arroganza non possono essere nascoste per sempre, prima o poi scateneranno una reazione... Allora, prima che si arrivi a questi estremi, visto che non è possibile far accettare i termini di un giusto ed equo rapporto, non è meglio abbandonare in pace la barca prima che l'innata turbolenza la faccia ribaltare?
 
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