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Democrazia nella comunicazione

Navalny, ovvero il paradigma della 'guerra ibrida'

E' d'improvviso l'idolo dei commentatori del mainstream occidentale e, in non minore misura, della schiera di russi russofobi. È probabile dunque che duri [Giulietto Chiesa]

Redazione
lunedì 3 aprile 2017 21:21

di Giulietto Chiesa.

Alexei Navalny è divenuto improvvisamente l'idolo dei commentatori del mainstream occidentale e, in non minore misura, della schiera di russi russofobi. È probabile dunque che la sua presenza sulla scena politica russa non sarà effimera.

Quello che stiamo osservando, attorno alla sua figura, è l'inizio dell'ennesima "rivoluzione colorata", cioè l'apertura di un nuovo capitolo dell'offensiva generale che l'Occidente ha da tempo ormai scatenato contro la Russia di Putin. 
Un episodio della "guerra ibrida" che, in realtà, non ha più fronti fisici, e che si manifesta come "penetrazione" nel campo avversario, puntando a scompaginarne sia l'organizzazione politica, sia i comportamenti di massa. È la forma moderna - resa possibile dall'uso sistematico dell'"hollywoodismo" (per citare Roberto Quaglia), e delle tecnologie di comunicazione di massa, dei social networks - dei bombardamenti delle città tedesche durante la seconda guerra mondiale, o dello sgancio delle atomiche sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki. Obiettivo da colpire è la popolazione civile: per "demoralizzarla" (allora) e per introdurre nella sua percezione generale, conscia e inconscia (oggi), nuovi software.
Da inquadrare nella campagna mondiale delle fake news, altro "fronte ibrido" aperto dal mainstream americano con la guerra contro Trump e contro Putin: una specie di "proiezione sul nemico" della propria strategia di influenza. Un po' come, per usare la saggezza contadina, il bue che dà del cornuto all'asino.
Ma non c'è da scherzarci sopra. Navalny è, a suo modo, una cartina di tornasole, una specie di paradigma. Se si va a mettere il naso nella sua biografia si scopre un vero e proprio sistema operativo in funzione su larga scala spaziale e temporale. Mentre, l'"hollywoodismo" serve alla preparazione del "campo", cioè a formare il terreno su cui piantare l'"erba", cioè i valori dell'occidente, è in funzione in parallelo un elaborato sistema di reclutamento dei "falciatori" che quell'erba dovranno tagliare. Alexei Navalny è uno di questi.
I "falciatori" devono essere preparati per tempo, con largo anticipo. Sono un'aristocrazia vera e propria, se è vero, come pare, che il periodo da Navalny trascorso all'Università di Yale (uno dei più prestigiosi, se non il più prestigioso, dei campus dove si è tradizionalmente formata l'élite Americana) ha coinciso con il suo selezionamento come membro "del Greenberg World Fellows Program". Di che si tratti pochi sono al corrente, ed è logico che sia così, come si vedrà tra poco.
Si tratta di un programma che serve per individuare - e una volta individuatili, formare - dei potenziali leader politici "globali". Pronti per essere impiegati, quando e dove l'opportunità di presenti, L'Impero si è sempre sentito in diritto di dettare legge in casa dei subordinati. E non c'è modo migliore di farlo che decidere direttamente, da Washington, o da Yale, chi dev'essere il loro "governatore". Così, tanto per cominciare, li si allena a operare "per rendere il mondo un posto migliore" secondo i criteri dell'Impero. Una volta completata la procedura di indottrinamento, i "leader globali" così formati, torneranno nel paese d'origine e cominceranno -opportunamente sostenuti finanziariamente - a preparare la semina, cioè a spiegare ai loro seguaci come "far avanzare la democrazia" secondo i criteri occidentali, gli unici validi universalmente.
Il Green World Fellows Program, è una di queste benemerite istituzioni formative. Il suo compito istituzionale è quello di creare, ogni anno, esattamente 16 "leader globali". Non uno di più e non uno di meno. Non si deve inflazionare il mercato, perché altrimenti la merce si svaluterebbe. A Yale ne hanno preparati, anno dopo anno, in tutto 291, provenienti da 87 paesi, Ma non si creda che Yale sia un'eccezione. Al contrario: in pratica tutte le più importanti università americane svolgono, ciascuna a suo modo e ciascuna con i propri metodi, lo stesso lavoro di selezione, formazione, spedizione al mittente, delle future classi dirigenti di tutti (o quasi tutti) i paesi del mondo.
E non solo le università. La USAID (US Agency for International Development) organizza e paga programmi di fellowship che vanno dalla "promozione della democrazia", ai "diritti delle donne", alla "salute globale". In ogni caso si tratta di sviluppare la "conoscenza delle attività di governo" in tema di "questioni globali". Altro esempio illustre è quello del Wilson Centre di Washington. Anche da questo centro emergono, ogni anno, da decenni, una sessantina di questi "influencers". Scelti in ogni continente, molti dei quali già ben piazzati nei mass media, nelle università, nei centri di ricerca dei diversi paesi.
Oggi magari ancora tranquilli, ma si pensa al momento in cui potranno diventare turbolenti (o essere trasformati in turbolenti). Valga per tutti l'esempio multiplo delle tre repubbliche baltiche, Estonia, Lettonia, Lituania. Tutte e tre non furono mai riconosciute dagli Stati Uniti come facenti parte dell'Unione Sovietica. E gli USA non solo ospitarono per decenni i loro governi in esilio, ma formarono, con gli stessi criteri sopra descritti, i "pupilli" che avrebbero poi, al momento opportuno, portato al potere nelle tre capitali. Il momento opportuno venne con il crollo dell'Unione Sovietica. E, infatti, le strutture di quei nuovi governi e degl'istituti statali, furono subito riempite di "quadri" già belli e pronti, provenienti dai centri di formazione degli Stati Uniti.
Niente di casuale o di improvvisato. Alle spalle di questi "opinion leaders", "influencers", "global leaders", ci sono imponenti (per quantità di denaro a disposizione) fondazioni culturali, organizzazioni non governative, che finanziano abbondantemente le attività eversive (nelle fasi estreme) o (nelle situazioni normali) le iniziative culturali, propagandistiche, di facciata, da sviluppare in una miriade di paesi. A questo tipo di organizzazioni si affiancano i grandi media, già predisposti e messi in guardia perché appoggino e assecondino dall'esterno le operazioni che questi leaders globali metteranno in atto all'interno.
Esempio preclaro di queste complesse operazioni di preparazione all'eversione fu la creazione di "Otpor" nella ex Jugoslavia, i cui quadri studenteschi furono in gran parte assoldati da ONG che erano organizzazioni di copertura dei servizi segreti americani, inglesi e tedeschi. L'esempio più recente di questo tipo di operazioni è stata la rivolta di Euromaidan, a Kiev, che sfociò nel colpo di stato del 22 febbraio. La vice-segretario del Dipartimento di Stato USA, Victoria Nuland, quantificò pubblicamente la spesa sostenuta per abbattere Viktor Janukovic.
"Abbiamo investito - disse - sei miliardi di dollari per dare al popolo ucraino il futuro che merita."
Navalny fu lui stesso destinatario - si dice - dei fondi del National Endowment for Democracy quando diede vita al suo movimento "Alternativa democratica". E non è un mistero che il NED finanzi, con fondi privati ma anche del Congresso, "l'avanzamento della democrazia" in oltre 90 paesi del mondo. Per non parlare delle attività davvero planetarie delle diverse fondazioni che fanno capo a Soros. Così si fa la guerra ibrida, che non richiede alcuna dichiarazione formale. Il paese oggetto dell'attacco non ha strumenti di difesa.




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