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Democrazia nella comunicazione

La tragedia siriana: diritto internazionale o legge della giungla?

Chiamiamo le cose con il loro nome: gli aggressori della Siria sovrana che agiscono in violazione del diritto internazionale sono delle canaglie e dei criminali. [M. Raimbaud]

Redazione
martedì 11 aprile 2017 11:43

di Michel Raimbaud

La tragedia della Siria è entrata nel suo settimo anno. Incrostata nell'attualità, fa parte del paesaggio. Ma i suoi 400 000 morti, i suoi 2 milioni di feriti o di handicappati, i suoi 14 o 15 milioni di profughi, in fuga o esiliati, il suo territorio devastato per più del 60% e la sua economia rovinata dai saccheggi, dalle sanzioni, dall'embargo, non suscitano emozione permanente.

Difatti, visti dalle nostre "grandi democrazie" per cui le lingue sono mondiali, i valori universali, la vocazione planetaria e i lutti sovranazionali, e che si considerano come l'essenza dell'umanità o il non plus ultra della sua coscienza, i complicati conflitti dell'Oriente sono stancanti se non francamente incomprensibili.

Per ravvivare la fiamma della compassione, occorrono dunque queste enormi menzogne di cui si rimpinzano intellettuali, media e politici dell'Occidente benpensante. Quindici anni dopo l'Iraq, il "trucco" delle armi chimiche funziona ancora molto bene: Colin Powell, il "mistificatore" del 2003, sarà contento. Mai due senza tre: 2003, 2013... 2017. Le manipolazioni, le "false flag", sembrano ancora efficaci.

Le nostre "élite" sbriciolate sono riuscite in questo tour de force a portare il nostro paese in prima linea in Libia, poi in Siria, a fianco degli islamisti, dei terroristi e dei "falchi atlantisti" del partito della guerra, senza chiedere il parere dei francesi, riuscendo anche, utilizzando il clamore mediatico, ha ottenere il consenso di parte dell'opinione pubblica. La dolce Francia si fa di nuovo bella delle sue tristi epopee coloniali.

Viva Père Bugeaud, viva François Georges Picot e le sue "dolci corde", viva Jules Ferry e la maledetta missione civilizzatrice, viva Mollet dall'aria addolorata, e il "sarà la guerra" attuali.

I nostri intellettuali che sognano la "giusta guerra" con la Siria sovrana, questo Stato ribelle che osa tenere testa all'Occidente, i nostri media che parlano continuamente dell'emergenza di bombardare Damasco o "Bashar", i nostri politici sospesi come i disperati alle mammelle dell'atlantismo e delle sue succursali, possono stare tranquilli. I loro padroni americani, dandosi un Presidente "imprevedibile" che si diceva non-interventista, se non pacifista, li avevano spaventati. Eletto dal "paese profondo", Trump non ha resistito molto tempo alle pulsioni dello "stato profondo": ecco un presidente che bombarda come gli altri... e vai!

Questo atroce conflitto si inserirà a grandi lettere rosse nel Guinness della vergogna portando il vessillo della sedicente "comunità internazionale", figurando nella hit-parade dell'indegnità di questo inizio di millennio, ad opera di due Nobel della Pace. Queste persone senza fede né legge né vergogna che non hanno altro orizzonte oltre quello della loro improbabile elezione, non se ne preoccupano minimamente, ma è nella pattumiera della storia che troveremo tracce della loro memoria.

La tragedia siriana è l'epicentro del conflitto che minaccia la pace del mondo. Invece di dissertare sulle finezze della politica statunitense, sulle angosce dell'Occidente ipocrita e sulle marziali dichiarazioni dei nostri miseri dirigenti, sarebbe saggio cercare le radici del male là dove sono in tutta evidenza: è il crollo del diritto internazionale sotto i colpi violenti elargiti in un quarto di secolo da un Occidente arrogante, dominatore e sicuro di sé, che ci ha portato a questo mondo caotico, immorale e pericoloso, in cui ormai viviamo e che rischiamo di tramandare ai nostri figli.

Il "periodo unipolare" americano (1991/2011) ha permesso a "l'impero più potente che sia mai esistito sulla superficie della Terra" di distruggere le basi della legalità internazionale stabilendo il nuovo ordine mondiale voluto dai falchi di Washington.

E ciò si tradurrà in un tempo record nell'abbandono dei principi fondamentali della Carta delle Nazioni Unite: sovranità, non ingerenza, diritto dei popoli all'autodeterminazione, diritto di ogni Stato a scegliere liberamente il suo regime politico fuori da ogni ingerenza straniera, obbligo nella risoluzione dei conflitti di ricorrere alla via diplomatica prima di ricorrere alla minaccia o all'uso della forza.

La "comunità internazionale" troverà la sua lampada di Aladino atlantica in un concetto miracoloso: la responsabilità di proteggere (R2P). La versione rinnovata del diritto di interferire senza connotazioni troppo colonialiste. Le Nazioni Unite verranno manipolate o ignorate quando il motore unipolare sperimenterà i suoi primi tiri mancati: si terrà in gran conto delle deliberazioni del Consiglio di sicurezza quando diranno "sì, sì, sì", ma verranno sistematicamente ignorate quando diranno "no".

Confrontati agli Stati qualificati come "canaglia", spesso arabo-musulmani, o percepiti come "cripto-canaglia", come la Cina e la Russia, gli Stati Uniti ed i suoi alleati si erigeranno a "comunità internazionale", centro "civilizzato" del nuovo ordine mondiale. In effetti, è la legge della giungla che si installerà sulle rovine della legalità internazionale, il mondo extra-atlantico vedrà il suo statuto ridotto a quello di una zona di non-diritto. Sul loro vasto campo di avventura, i neocons giocheranno con il "caos creatore" e si divertiranno a terrorizzare i loro "nemici" secondo le ricette della "teoria del pazzo" di Nixon (l'America ha bisogno di proiettare l'impressione che i suoi leader sono imprevedibili).

La guerra che infuria in Siria attualmente è universale, tanto numerosi e diversi sono gli attori, le poste, i secondi fini, gli interessi messi in gioco. Tuttavia, non è un conflitto classico: ufficialmente non si può parlare di stato di guerra poiché nessuno ha dichiarato guerra alla Siria, come vorrebbero le norme previste dalle leggi di guerra e/o le procedure diplomatiche.

A Mosca, si chiede a gran voce che «gli Stati che hanno sbagliato a sostenere il terrorismo e ancora continuano a farlo, devono essere giudicati da un tribunale internazionale simile a quello che ha giudicato il nazismo».

Ma la Siria è dalla primavera del 2011 che è vittima di una "guerra di aggressione", il tipo di guerra che il Tribunale di Norimberga giudicò come "crimine internazionale supremo": «lanciare una guerra di aggressione non è solamente un crimine internazionale; è il crimine internazionale supremo, non differendo degli altri crimini di guerra se non perché contiene il male accumulato in sé di tutti gli altri», È il crimine per eccellenza. E nel caso specifico, un crimine con premeditazione, pianificato da "strateghi".

Come l'Iraq, la Libia, la Somalia, la Palestina, ecc... la Siria è oggetto di un tentativo di "politicidio" che nei confronti di un Stato significa ciò che un omicidio è contro un essere umano; le istituzioni, l'amministrazione, la sovranità, l'integrità, le autorità politiche, il carattere nazionale o sovrano, le forze armate, le risorse, le basi, le infrastrutture dell'economia, l'identità del detto Stato essendo nel mirino individualmente e nel loro insieme.

Le operazioni si possono declinare in smantellamento, spartizione, macellazione della stato-nazione. Gli attacchi si esercitano in varie direzioni: politica (destabilizzazione, cambiamento di regime), umanitaria ("Responsabilità di Proteggere", progettare zone di esclusione, dei corridoi), militare (rivolte, bombardamenti, provocazioni, attacchi, incursioni), psicologiche e mediatiche (menzogne, manipolazioni, "false flag", "lavaggio dei cervelli").

Nello stesso tempo, il popolo siriano è il bersaglio di un "etnocidio", termine che qualifica l'impresa di distruzione e di disintegrazione che lo mira. L'obiettivo globale è di rompere la sua coesione che non è il prodotto dei trent'anni di vaglia francese, e neanche dei quattro secoli di impero ottomano, ma il risultato di un storia plurimillenaria, prima ancora della venuta del cristianesimo e dell'islam.

Le sanzioni sono altrettante armi di distruzione di massa che mirano a scuotere una società civilizzata ed industriosa. Ogni mezzo viene del resto utilizzato: bisogna spingere i siriani a fuggire dal loro paese, costringere le minoranze all'esodo, provocare un'emorragia delle élite, al fine di impedire una ricostruzione ulteriore del tessuto nazionale.

La «condanna a morte del popolo siriano» e la distruzione della Siria, «madre della nostra civiltà» e «seconda patria di tutti gli uomini civilizzati» sono parte integrante del crimine per eccellenza.

In ultimo, conviene chiamare le cose con il loro nome: gli aggressori della Siria sovrana che agiscono in violazione del diritto internazionale sono delle canaglie e dei criminali. Sono inoltre dei bugiardi sfrontati, indegni di governare o di pretendere di governare. Gli attacchi alla base di Al Chuairat non costituiscono un "messaggio forte" di Washington, come qualcuno è andato dicendo, ma un crimine supplementare.

È giunto il momento che la "Grande Nazione" si svegli e che i dirigenti più degni riprendano in mano il suo destino politico, la sua indipendenza, che la Francia si rinnovi con l'eccezionalità che faceva il nostro orgoglio. È tempo che i suoi intellettuali ritornino alla tradizione dei loro grandi antenati. È giunto il momento. Ed è molto urgente ristabilire l'equilibrio di questa barca pazza e alla deriva che è diventata la Francia, tanto sono grandi e spietati i pericoli del nostro mondo.

È tempo che i diplomatici, per i quali il diritto internazionale dovrebbe essere la Bibbia e il cui mestiere è di fare la pace, rinuncino ad occupare abusivamente, come i cuculi, il nido dei falchi.

Bisogna dire no e no e no alla guerra che i piccoli grandi di questo mondo presentano come un'opzione banale, rannicchiata al caldo dei loro privilegi, delle loro certezze e della loro arroganza ordinaria. Occorre che la Francia ritrovi la strada della legalità internazionale e del diritto delle nazioni unite. La nostra pace è a questo prezzo.


Michel Raimbaud, ex ambasciatore di Francia in Mauritania, Sudan e Zimbabwe. È stato direttore dell'Ufficio francese per la protezione dei rifugiati e degli apolidi (OFPRA). Ha scritto molti libri principalmente sul Sudan. Ha appena pubblicato da Ellipses una nuova edizione del suo libro di riferimento: "Tempête sur le Grand Moyen-Orient".


Traduzione per Megachip di Pier Francesco De Iulio.

L'articolo è stato pubblicato su Afrique Asie, il 10 aprile 2017.



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