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Legalità

IRAQ. Un salvagente per Tony Blair

Dopo il rapporto Chilcot e un processo in vista contro l'ex premier per l'invasione di Baghdad, il procuratore generale britannico prova a bloccare il procedimento

Redazione
venerdì 21 aprile 2017 00:00

da Nena News.

Una notizia passata quasi in sordina, ma piuttosto significativa soprattutto alla luce della devastazione che oggi, a 14 anni dall'invasione anglo-americana dell'Iraq, sta ancora flagellando il paese mediorientale.
Tre giorni fa il Guardian ha riportato le intenzioni del procuratore generale della Gran Bretagna, Jeremy Wright, principale consigliere legale del governo di Londra: Wright intenderebbe intervenire nel caso del rapporto Chilcot chiedendo l'annullamento dell'inchiesta sull'allora premier Tony Blair. Bloccare il procedimento, dunque, per impedire che Blair sia perseguito per le decisioni prese nel 2003. Insieme all'ex primo ministro rischiano il processo anche l'allora segretario agli Esteri Straw e Lord Goldsmith, all'epoca procuratore generale.
Sul tavolo sta il crimine di "aggressione", accusa fondata sui risultati della commissione Chilcot, pubblicati nel luglio 2016. Per il procuratore Wright il processo non s'ha fare. Dalla sua ha la sentenza di un tribunale del novembre 2016 che invita a non proseguire con l'inchiesta perché il reato contestato - "aggressione", appunto - non esiste nella legislazione inglese. "Le basi su cui si fonda l'intervento giudiziario sono senza speranza - ha detto Wright - Il crimine di aggressione non è parte della legge britannica".
Eppure qualcosa, scavando c'è: fu proprio l'allora procuratore generale Goldsmith, ora indagato, a pubblicare un memorandum sulla legalità della guerra contro l'Iraq: "L'aggressione - scrisse - è un crimine previsto dal diritto internazionale che automaticamente è parte della legge nazionale".
Al di là delle procedure legali, resta l'eredità politica di quell'attacco, da tempo tornato alla ribalta dopo che le famiglie di alcuni soldati britannici morti in Iraq hanno fatto appello all'incriminazione di Tony Blair. A dare il quadro è stato proprio il rapporto Chilcot, atteso per anni e finalmente reso pubblico a luglio: presupposti sbagliati, mancata comprensione della situazione reale, strategia incoerente, le accuse mosse a Blair dal rapporto sono state riprese in pieno a settembre dalla Commissione Esteri del parlamento britannico. 
Dopo sette anni di indagini, il rapporto Chilcot ha lasciato nudo l'ex premier Tony Blair, insieme al "capo missione" George W. Bush. Errori gravissimi figli della volontà di andare in guerra a prescindere e oggi alla base dell'instabilità dell'Iraq, preda di settarismi interni, corruzione strutturale, divisione etnica e confessionale, occupazione Isis
Errori ma anche menzogne: secondo la commissione Blair, insieme a Bush, imbastì un castello di carte per giustificare l'attacco a Saddam Hussein, iniziando una guerra "avventata" e senza alcuna base nel diritto internazionale.




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