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Pensieri lunghi

Un piccolo esperimento televisivo

Storia e natura: costruire una narrazione dei mercati. [Sandro Vero]

Redazione
giovedì 27 aprile 2017 06:54

di Sandro vero

La crisi mondiale è una crisi generale della «governamentalità neoliberista», ovvero di una modalità di governo delle economie e della società basata sulla mercatizzazione e sulla concorrenza generalizzata.

Pierre Dardot e Christian Lavalle, La Nuova Ragione del Mondo.



Sane abitudini quotidiane

Foucault ripeteva, tutte le volte che si rendeva necessario, che lo spazio del potere non è solo quello dell'azione, giuridica o poliziesca, ma è anche e soprattutto spazio discorsivo. Ripeteva anche che dietro i discorsi non deve esserci necessariamente un'intenzione individuale o riconducibile ad un soggetto parlante. Fosse ancora tra noi, probabilmente riterrebbe questa verità particolarmente applicabile alla materia dei mercati, quella entità sovente fatta oggetto di una curiosa antropomorfizzazione che li rende ora nervosi, ora calmi, ora reattivi, e così via.

È possibile provarlo come un piccolo esperimento televisivo: prendiamo il telegiornale di Mentana su La7, seguiamo lo sviluppo del notiziario, dai preliminari enunciati dallo stesso direttore, attraverso la successione dei servizi, fino alla chiusura, solitamente impregnata di una nota di frettolosità. L'impressione che accompagna la visione del programma è quella di una struttura discorsiva sufficientemente equilibrata, apparentemente sorretta da un pensiero autonomo, quanto meno libera da quell'eccesso di conformismo che grava cupamente sulla quasi totalità dell'informazione. Impressione che, peraltro, sembra poter essere generalizzata all'intera rete de La7, da tempo specializzata nella pratica pervasiva del talk show.

I secondi finali ci riservano un dato che richiede una brusca correzione del giudizio: Mentana, dopo le ultime inserzioni pubblicitarie tenute dentro il contenitore del giornale, riprende la trasmissione per una manciata di secondi solo per fornire rapide, telegrafiche notizie di aggiornamento sull'andamento dei mercati. A quel punto, solo a quel punto, arriva il vero commiato.

I riferimenti alla materia, nel corso del giornale e nell'intero palinsesto della rete, sono ben dosati, spesso alleggeriti da una sorta di contegno critico, in certi casi perfino ironico, che trasmette facilmente l'idea di trovarsi di fronte a uno spazio informativo non appartenente al cosiddetto mainstream mediatico.

E allora, qual è il senso di quei passaggi finali? Quale la loro funzione?

Il meccanismo comunicativo qui sembra somigliare a ciò che diremo il contenitore nobilitante: noi sappiamo che La7 non è innamorata dei mercati, ne parla il minimo indispensabile, spesso lo fa sottolineando la necessità di modificare la gerarchia di valori oggi imperante e dunque di rimettere cose come l'equità, la giustizia sociale, la dialettica politica al posto che meritano; se pochi, ultimi, minuti sono dedicati all'andamento delle contrattazioni e agli indici borsistici bisognerà proprio credere che ciò è ineludibile, un residuo reale rimasto ad agire dopo la scrematura del superfluo e dell'immaginario, uno zoccolo duro dell'ontologia dei mercati cui non ci si può sottrarre, con tutta la buona volontà.

Non è importante che quei pochi, ultimi, minuti abbiano una capacità informativa prossima allo zero: chi bazzica familiarmente da quelle parti non sa che farsene di pochi secondi di notizie; chi, viceversa, non ha abbastanza familiarità troverà quelle frasi, veloci, buttate lì giusto per dirle, a dir poco incomprensibili. Ciò che importa è che la cosa sia fatta, che la parola sia pronunciata.

Quello che fa Mentana non è un atto comunicativo semanticamente fondato, bensì un gesto pragmaticamente centrato, qualcosa cioè che non intende far sapere (nel senso di apprendere) ma che mira a far fare (anche nel senso di un "sapere" privato della parte conoscitiva e caricato solo di un elemento di "ri-conoscimento"). Insomma, per abbreviare, Mentana compie un rito. Frettolosamente. Ma doverosamente. Mette in scena, cioè, la celebrazione, dolorosa ma indispensabile, di un mito.


Il mito sotto il cielo del capitale

La prenderemo un po' larga. Il mito è un linguaggio spodestato della sua sovranità semiotica, un atto di pirataggio del senso, un'escrescenza tumorale germogliata nella struttura di un codice rappresentativo. Questo almeno se parliamo del mito nella sua edizione contemporanea, che poi non è altro che la sua edizione nell'universo segnico e simbolico del capitalismo.

Nell'età precapitalistica il mito ha conservato una funzione circoscritta, finita, di raccordo fra l'uomo e il cielo (come volta celeste ma anche come divino), una narrazione utile ad accorciare la distanza fra la finitezza della vita umana e l'intollerabile infinitezza del mondo.

Oggi vale più che mai la considerazione che Roland Barthes ci consegnò, una sessantina di anni orsono, nel suo mirabile Miti d'oggi: prendete un linguaggio, un qualsiasi linguaggio fatto di espressione e di contenuto (la definizione saussuriana di "segno"), con la sua grammatica e la sua semantica, le sue regole d'uso e i suoi contesti reali di senso; caricatelo - come fosse un pacchetto unico, un'unica confezione - di un significato altro, totalizzante, anaclitico rispetto ai significati fisiologicamente previsti da quel linguaggio; spendetelo, vendetelo, usatelo per fare cose: manipolare, convincere, produrre ideologia, fare affari. Questo è il mito.

I miti si dispongono a formare complesse catene narrative in cui si intrecciano, si gerarchizzano, si parlano. Formano, cioè, un inesausto discorso che si nutre incessantemente di altri discorsi, una rapsodia del senso la cui scrittura è un costante work in progress.


Il mito dei mercati

Prendiamo il tema della centralità dei mercati e della loro nozione come irrinunciabile nume diegetico di ogni narrazione possibile.

Il mito della naturalità dei mercati, della loro sostanziale capacità di autoregolamentazione - uno dei capisaldi del neoliberismo - si interfaccia certamente con il concetto della natura-come-mondo-equilibrato, anche questo nella sostanza divenuto un mito che ha favorito il consumo crescente di farmaci omeopatici, world music e cucine macrobiotiche.

Ora, al netto di ogni considerazione sulla verificabilità finale di tale figura apodittica, è plausibile pensare che tale mito dell'equilibrio - e dunque della sostanziale "eticità" - dei mercati è buono per i tempi "buoni", più facilmente smerciabile quando il gioco (politico, sociale) è morbido, gestibile mediante una strategia sorridente del buon governo. Quando il gioco si fa duro, e la governabilità arretra alla polpa autoritaria del rapporto con il potere, il mito dell'equilibrio rivela la sua natura di mito secondario, superficiale, la cui funzione è quella di celare - e al momento giusto disvelare - un mito primario, fondativo, che celebra in modo esemplare la sua correlazione con la filosofia che lo cinge e lo contiene, nell'abbraccio del valore della "naturalità": quello della esatta riproduzione, scalata, da parte dei mercati della logica, tutt'altro che centrata ed equilibrata, della rottura, dello strappo, del salto, vale a dire della lotta concorrenziale fra forti (che hanno il diritto a vincere) e deboli (che hanno il dovere di soccombere).

Le narrazioni che ne derivano sono complementari: ora basta affermare l'ottimismo della natura buona dei mercati ("lasciateli fare, trovano sempre un modo di regolarsi e dunque di produrre benessere"), ora occorre tirare fuori gli arnesi pesanti ("che volete, il mondo è fatto così, i deboli è giusto che cedano il passo ai forti").

La trasformazione della storia in natura è un lavoro che non ammette mai pause.


Mentana again

Torniamo al nostro (inconsapevole?) sacerdote. Lo abbiamo lasciato a farfugliare le ultime cose sui mercati, con l'aria di chi, dopo aver abbondantemente messo le mani avanti su quale filosofia ispira la sua professione giornalistica (e aver dato prova, diciamolo, di una certa coerenza), deve fare lo sporco lavoro finale, togliersi il pensiero, ingoiare la pillola, masticare il sasso.

Se le argomentazioni fin qui condotte hanno una decente struttura logica, allora la premessa da cui siamo partiti, che riguarda il potere e i suoi discorsi fondativi, non può che autorizzarci a concludere che in un modo: Mentana non parla dei mercati, e non perché pronuncia il loro nome con la tristezza di un officiante riottoso, ma solo perché in realtà i mercati parlano attraverso lui. Si enunciano, nella cadenza quotidiana della normalità, per farci pensare in sottofondo che viviamo dentro di essi. Non fuori.


(27 aprile 2017)



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