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Democrazia nella comunicazione

La posta in gioco

La sfida cinese sulla Nuova Via della Seta. [I Diavoli]

Redazione
mercoledì 17 maggio 2017 12:09

da I Diavoli

Se tutto dovesse andare come previsto dai cinesi, il Belt and Road Forum for International Cooperation di Pechino, tenutosi tra domenica 14 e lunedì 15 maggio, potrebbe essere stato il primo vertice diplomatico internazionale di un progetto geopolitico inedito nella storia dell'umanità.

Un piano di sviluppo commerciale e infrastrutturale che, secondo gli analisti occidentali, potrebbe essere destinato a surclassare il piano Marshall statunitense post Seconda Guerra Mondiale.

Per i cinesi, abituati a concepire la Repubblica Popolare come l'ultima evoluzione di una tradizione egemonica imperiale millenaria, il paragone più calzante rimane quello dello splendore di epoca Tang, quando lungo la Via della Seta mercanti, merci, religioni e idee da e verso il Zhongguo, che noi traduciamo con "Cina" ma che per i propri abitanti significa, letteralmente, Paese di Mezzo.


Il progetto e il nuovo modello di cooperazione "win-win"

Belt and Road Initiative (Bri) è solo l'ultimo dei nomi affibbiati a un progetto partorito dall'ambizione del presidente cinese Xi Jinping nel 2013 e di cui avevamo delineato i contorni qui qualche mese fa.

Trattandosi di una "vision", come si dice, l'uso del condizionale è d'obbligo, in attesa che i 124 miliardi di dollari complessivi già promessi dalla Cina e dai vari istituti finanziari coinvolti nell'operazione - Asia Infrastructure Investment Bank, Silk Road Fund e New Development Bank, la banca dei Brics - si traducano in superstrade, ferrovie, porti e aeroporti.

Una rete infrastrutturale transnazionale che, ha spiegato Xi Jinping nel suo discorso di apertura al forum, «non seguirà il vecchio modello dei giochi geopolitici [...] ma creerà un nuovo modello di cooperazione e win-win» per un'area dal Pil complessivo stimato intorno ai 21 trilioni di dollari.


La Nuova Via della Seta, i dubbi internazionali e la diffidenza indiana

Il forum di Pechino, aperto alla partecipazione dei 65 paesi membri, più indecisi e osservatori internazionali, ha registrato la presenza di delegazioni da 57 nazioni, tra cui 29 capi di stato. Cifre, queste, che hanno aperto il fianco alle critiche internazionali, rilevando le assenze di, tra gli altri, Donald Trump, Angela Merkel, Emmanuel Macron e Theresa May.

E palesando una diffidenza diffusa, in particolare nel mondo occidentale, circa i "veri intenti" di questa Nuova Via della Seta cinese.

Diffidenza che, al momento, è stata esplicitata solamente dall'India, unico paese in tutta l'Asia Meridionale a non inviare una delegazione a Pechino per il forum. Scelta motivata con una critica di etichetta internazionale circa la gestione del corridoio sino-pachistano, la rete infrastrutturale che dovrebbe collegare la regione cinese del Xinjiang col porto di Gwadar, lo "sbocco cinese sull'Oceano Indiano" realizzato grazie ai fondi di Pechino in territorio pachistano.

In mezzo c'è il Kashmir, regione contesa da India e Pakistan dal 1947 e al momento divisa in due parti: Kashmir indiano da un lato, Kashmir pachistano dall'altro o, come lo definisce New Delhi, "Occupied Kashmir": territorio indiano "momentaneamente" sotto il controllo di Islamabad, sfumatura istituzionale di cui la Cina non ha tenuto conto al momento delle trattative con Islamabad (con la quale ha appena concluso un nuovo accordo da 500 milioni di dollari proprio per realizzare infrastrutture in territorio pachistano).

Secondo la diplomazia indiana, l'intraprendenza infrastrutturale cinese nei paesi aderenti al progetto aumenta vertiginosamente il rischio di ingrossare i debiti nazionali, mettendo a repentaglio la stabilità economica dell'area.

L'India, chiaramente, prende ad esempio l'Asia Meridionale, dove al momento - pur aderendo alla banca dei Brics - è l'unico paese a non aver ancora chiuso accordi infrastrutturali all'interno della Nuova Via della Seta cinese. E infine, secondo New Delhi, l'intero impianto ideologico della Belt and Road Initiative, presentato al mondo come un progetto puramente commerciale, nasconderebbe in realtà le velleità egemoniche cinesi in campo politico, la vera "agenda" cinese.

Criticità che l'India condivide con altri attori internazionali di primo piano come Stati Uniti e Giappone, entrambi presenti al forum in qualità di osservatori, ben consci della minaccia egemonica annessa alla prospettiva di una macroarea transcontinentale interconnessa grazie a un'iniziativa cinese.


Gli equilibri economici: dalla Russia al Myanmar, passando per Germania e Usa

Se al momento gran parte degli stati direttamente coinvolti nel progetto utilizza già toni entusiastici - a partire dal presidente russo Vladimir Putin che, sottolineando il respiro eurasiatico dell'iniziativa, ha parlato di «un vero progetto di civiltà verso il futuro» - gli osservatori più tiepidi hanno optato per un approccio attendista.

È il caso di Germania e Usa, pronti a mettere a disposizione le proprie aziende per la realizzazione dei progetti infrastrutturali in cantiere, ma ancora non disposti ad aderire completamente al progetto cinese. Una presa di distanza formale dimostrata plasticamente dalla mancata sottoscrizione della dichiarazione finale del forum di Pechino da parte di tutti i 28 paesi europei presenti. Ma più ci si sposta a Oriente, più l'adesione alla "vision" di Xi Jinping è intesa come prosecuzione naturale di rapporti economici già consolidati da tempo, come in Bangladesh e in Myanmar, e in alcuni casi platealmente accolti come manna dal cielo.

Felicissima, ad esempio, l'espressione dell'autore di China's Asian Dream, Tom Miller, che al Guardian ha dichiarato: «Ci sono alcuni paesi, come il Kirghizistan e il Tagikistan, dove [la Cina] sta letteralmente tenendo la luce accesa», in riferimento ai progetti di elettrificazione intrapresi da Pechino nei due paesi. Con tutte le complessità e i punti controversi del caso, l'esordio nell'agone internazionale del Belt and Road Forum ha di certo chiarito un fatto incontrovertibile e dal peso specifico inedito nella storia recente.

Oggi l'unica potenza in grado di immaginare e provare a realizzare un progetto infrastrutturale, diplomatico, politico e culturale di queste dimensioni è la Cina.

E, in mancanza di "vision" concorrenti, se tutto dovesse andare come previsto dai cinesi, nel giro di due o tre decenni aderire o non aderire alla Nuova Via della Seta non sarà nemmeno più un dilemma da porsi.


(17 maggio 2017)


Link articolo © I Diavoli



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