Donald Trump di fronte al "quarto potere"

Nell’arrogarsi la qualifica di Quarto Potere, la stampa USA si è posta alla pari con i tre Poteri democratici, benché sprovvista di legittimità popolare. Gli effetti dell'attacco. [T. Meyssan]

Trump in guerra con i grandi media

Trump in guerra con i grandi media


«Sotto i nostri occhi» - Cronaca di politica internazionale n°246



di Thierry Meyssan.



 



Nell’arrogarsi la qualifica di "Quarto Potere", la stampa statunitense si è posta alla pari con i tre Poteri democratici, benché sia sprovvista di legittimità popolare. Conduce una campagna massiccia, sia in patria che all'estero, per denigrare il presidente Trump e provocare la sua destituzione; una campagna che ha avuto inizio la sera della sua elezione, ossia ben prima del suo arrivo alla Casa Bianca. Essa ottiene un grande successo presso l'elettorato democratico e gli Stati alleati, la cui popolazione è convinta che il Presidente degli Stati Uniti sia uno svitato. Ma gli elettori di Donald Trump tengono botta mentre lui riesce a lottare efficacemente contro la povertà.



 



DAMASCO (Siria)  -  La campagna mediatica internazionale per destabilizzare il presidente Trump continua. La macchina della calunnia, messa in campo da David Brock durante il periodo transitorio [1], sottolinea ogni volta che può il carattere rabbioso e spesso grossolano dei Tweets presidenziali. L’Accordo dei media, istituito dalla misteriosa ONG First Draft [2], ripete instancabilmente che il Dipartimento di Giustizia sta indagando sui legami tra la squadra della campagna elettorale del Presidente e le cospirazioni oscure attribuite al Cremlino.



Uno studio del professor Thomas E. Patterson della Harvard Kennedy School ha dimostrato che gli organi di stampa americana, britannica e tedesca hanno citato Donald Trump tre volte più spesso dei suoi predecessori. E che, durante i primi 100 giorni della sua presidenza, l'80% dei loro articoli gli era chiaramente sfavorevole [3].



Durante la campagna dell'FBI [4] mirante a costringere il presidente Nixon a dimettersi, la stampa statunitense si era attribuita la qualifica di "Quarto Potere", volendo con ciò significare che i suoi proprietari avevano più legittimità rispetto al popolo. Lungi dal cedere alla pressione, Donald Trump, ben consapevole del pericolo rappresentato dall'alleanza tra i media e il 98% degli alti funzionari pubblici che hanno votato contro di lui, ha dichiarato «una guerra alla stampa» durante il suo discorso del 22 gennaio 2017, una settimana dopo la sua entrata in carica. Nel frattempo il suo consulente speciale, Steve Bannon, dichiarava al New York Times che, di fatto, la stampa era diventata il «nuovo partito di opposizione».



In ogni caso, gli elettori del Presidente non gli hanno ritirato la loro fiducia.



Ricordiamo come questo caso ha avuto inizio. Era durante il periodo di transizione, vale a dire prima dell'investitura di Donald Trump. Una ONG, Propaganda or Not?, lanciò l'idea che la Russia avesse organizzato dei brogli durante la campagna presidenziale per sconfiggere Hillary Clinton e assicurarsi che Donald Trump fosse eletto. All’epoca, avevamo sottolineato i legami di questa misteriosa ONG con Madeleine Albright e Zbigniew Brzeziński [5].



L'accusa, ripresa a lungo dal Washington Post, denunciava una lista di agenti del Cremlino, inclusa la Rete Voltaire. Eppure finora, nulla, assolutamente nulla, è emerso a sostegno di questa teoria del complotto russo.



Ognuno ha potuto constatare che gli argomenti usati contro Donald Trump non sono soltanto quelli che vengono solitamente impiegati nella lotta politica, ma che derivano chiaramente da quelli usati nella propaganda di guerra [6].



Il premio speciale per la malafede deve andare alla CNN, che gestisce questa vicenda in modo ossessivo. Il canale è stato costretto a scusarsi dopo aver trasmesso una relazione che accusava uno dei collaboratori più stretti di Donald Trump, il banchiere Anthony Scaramucci, di essere pagato indirettamente da Mosca. Poiché questa accusa è stata inventata, e poiché Scaramucci è abbastanza ricco da portare l’emittente in tribunale, la CNN si è scusata e i tre giornalisti della sua squadra di inchiesta hanno «rassegnato le dimissioni».



Quindi il progetto Veritas del giornalista James O'Keefe ha pubblicato tre sequenze video filmate tramite una telecamera nascosta [7].



Nella prima sequenza, vediamo un supervisore della CNN che ride in un ascensore, mentre dichiara che queste accuse della collusione del presidente con la Russia sono solo "stronzate" diffuse per fare audience. Nel secondo, un presentatore di punta del canale nonché ex collaboratore di Obama conferma che le informazioni diffuse sono "nullità". Nel terzo filmato, un produttore dichiara che Donald Trump è un malato di mente e che i suoi elettori sono «stupidi come la merda» (sic).



In risposta, il presidente ha presentato un video-montaggio creato da immagini, non prese da un film western, ma risalenti alla Federazione Wrestling statunitense, la WWE. Lo si può vedere mentre finge di picchiare il suo amico Vince McMahon (marito della sua Segretaria per le piccole imprese), il cui volto era coperto dal logo CNN. Il video termina con un logo taroccato della CNN in Fraud News Network, ossia la Rete delle Informazioni Truffa.



 






 



Oltre al fatto che questo evento dimostra che negli Stati Uniti il Presidente non ha l’esclusiva della volgarità, esso attesta che la CNN - che ha sollevato la questione dell'interferenza russa più di 1.500 volte nel giro di due mesi - non pratica il giornalismo e se ne frega della verità. Lo sappiamo da molto tempo in materia di politica internazionale: oggi lo scopriamo per quel che riguarda la politica interna.



Benché sia molto meno significativa, una nuova controversia oppone ora al presidente i presentatori dello show mattutino della MSNBC, Morning Joe. Lo hanno criticato violentemente per mesi. Così succede che Joe Scarborough è un ex avvocato e parlamentare della Florida che combatte il diritto all'aborto e per lo scioglimento dei ministeri «inutili» come il Commercio, l'Istruzione, l'Energia e la Casa. Al contrario, la sua partner (sia nella vita che sullo schermo) Mika Brzeziński, è una che si limita a leggere cosa scorre sul gobbo e che a suo tempo sosteneva Bernie Sanders. In un Tweet, il Presidente li ha insultati chiamandoli «Joe lo Psicopatico» e «Mika dal basso quoziente d’intelligenza». Nessuno dubita che queste caratterizzazioni siano vicine alla verità, ma formularle in questo modo mira unicamente a ferire l'amor proprio dei giornalisti. In ogni caso, i due presentatori hanno scritto un editoriale sul Washington Post che mette in dubbio la sanità mentale del presidente.



Mika Brzeziński è figlia di Zbigniew Brzeziński, uno dei burattinai di Propaganda or not?, morto un mese fa.



La volgarità dei Tweets presidenziali non ha nulla a che vedere con la follia. Dwight Eisenhower e soprattutto Richard Nixon erano molto più osceni di Trump e nondimeno furono due grandi presidenti.



Inoltre, la natura impulsiva dei suoi Tweets non significa necessariamente che il Presidente lo sia. In realtà, su ogni argomento, Donald Trump reagisce immediatamente con Tweets aggressivi. Poi lancia idee in tutte le direzioni, senza esitare a contraddirsi da una dichiarazione all'altra, e dopo osserva attentamente le reazioni che provocano. Infine, dopo essersi formato il proprio parere, incontra la parte opposta e, in genere, si accorda con essa.



Donald Trump non possiede certo la buona educazione puritana di Barack Obama o di Hillary Clinton, ma incarna la rudezza del Nuovo Mondo. Durante tutta la sua campagna elettorale, si presentava continuamente come l'uomo che avrebbe ripulito le innumerevoli disonestà che questa buona educazione permette di mascherare a Washington. Ed ecco che è lui e non la Signora Clinton che gli statunitensi hanno voluto portare alla Casa Bianca.



Naturalmente, si potrebbe prendere sul serio le dichiarazioni controverse del presidente, scegliendone una sconvolgente e ignorando quelle che dichiarano il contrario. Non dobbiamo confondere lo stile Trump con le sue politiche. Al contrario, dobbiamo esaminare le sue decisioni - e le loro conseguenze - da vicino.



 






 



Ad esempio, prendiamo il suo decreto volto a rifiutare l'ingresso negli Stati Uniti agli stranieri di cui segretariato di Stato non sia riuscito a confermare l'identità.



È stato osservato che la popolazione dei sette paesi per i quali ha limitato l'accesso agli Stati Uniti è in maggioranza musulmana. È stato messo in relazione questo fatto con le dichiarazioni del presidente durante la sua campagna elettorale. Infine, è stato creato il mito di un Trump razzista. Sono stati messi in scena dei processi per far abrogare questo «decreto islamofobo», finché la Corte Suprema ha confermato la sua legalità. Poi sono stati spostati gli obiettivi affermando che la Corte aveva basato la sua decisione su una seconda versione rimaneggiata del decreto, che includeva diverse flessibilità. Questo è vero, salvo che queste stesse flessibilità figuravano già (con diverse formulazioni) nella prima versione.



Nel giungere alla Casa Bianca, Donald Trump non ha privato i cittadini statunitensi della loro assicurazione sanitaria né ha dichiarato la Terza Guerra Mondiale. Al contrario, ha aperto numerosi settori economici che erano stati soffocati a vantaggio di alcune multinazionali. Oltre a ciò, abbiamo assistito a un riflusso dei gruppi terroristici in Iraq, Siria e Libano e a un notevole abbassamento della tensione in tutto il Medio Oriente allargato, ad eccezione dello Yemen.



Fin dove porterà questo confronto tra la Casa Bianca e i media, tra Donald Trump e certe potenze del denaro?



 



 



NOTE


[1] «Il dispositivo Clinton per screditare Donald Trump», di Thierry Meyssan, Al-Watan (Siria), Rete Voltaire, 28 febbraio 2017.

[2] «Il nuovo Ordine Mediatico Mondiale», di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 7 marzo 2017.

[3] «News Coverage of Donald Trump’s First 100 Days», Thomas E. Patterson, Harvard Kennedy School, May 18, 2017.

[4] Si è appreso trent’anni più tardi che la misteriosa «Gola profonda» che alimentò lo scandalo del Watergate non era altri che W. Mark Felt, l’ex vice di J. Edgard Hoover et lui stesso numero 2 dell’FBI.

[5] «La campagna della NATO contro la libertà di espressione», di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 5 dicembre 2016.

[6] «L’avversione contro Donald Trump non è che propaganda di guerra», di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 7 febbraio 2017.


[7] «Project Veritas dévoile une campagne de mensonges de CNN», Réseau Voltaire, 1er juillet 2017.



 



 



Traduzione a cura di Matzu Yagi.