La fine dell'oasi catalana

La crisi in Catalogna è anche la crisi del paradigma ottimistico della Spagna democratica che con successo archiviava quattro decadi di dittatura con soluzioni per la pluralità nazionale interna.

bandiera catalana

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Redazione 28 settembre 2017qcodemag.it


di Andrea Geniola


 


Quella dell’oasi è stata per lungo tempo la metafora attraverso la quale è stata descritta la situazione politica catalana a partire dal post-franchismo: una sorta di miraggio in cui lo sviluppo democratico e quello economico andavano, apparentemente, di pari passo accompagnando il successo della soluzione autonomista alla secolare questione dell’articolazione delle differenze nazionali e linguistiche nella Spagna democratica. Alcuni ne hanno visto arrivare la crisi già inizi del nuovo secolo e altri ne hanno messo in discussione l’esistenza la vigenza stessa. In realtà si è trattato in un certo senso del paradigma ottimistico della Spagna democratica che con successo archiviava quattro decadi di dittatura e si lanciava verso il traguardo dello sviluppo economico, della crescita democratica e della soluzione definitiva alle questioni poste dalla sua pluralità nazionale interna. Il processo di crisi dell’oasi catalana è quindi anche quello della crisi del modello spagnolo stesso.


 


All’indomani della Diada la macchina dello Stato si è messa in moto per evitare la celebrazione del referendum di secessione convocato per l’1 ottobre. In una serie di operazioni di polizia e atti amministrativi senza precedenti le autorità spagnole hanno successivamente sequestrato ogni tipo di propaganda referendaria (sia informativa sia a favore del Sì) e dieci milioni di schede referendarie, censurato le informazioni relative alla sua celebrazione attraverso la chiusura di siti e profili delle reti sociali ad esso dedicati, assunto il controllo diretto delle finanze della Generalitat (il governo regionale autonomo), arrestato funzionari chiave nella logistica e informatica necessarie alla celebrazione referendaria, assediato per mezza giornata la sede nazionale della CUP (l’organizzazione parlamentare della sinistra indipendentista anticapitalista, Candidatura d’Unitat Popular) e disposto il passaggio del comando dei Mossos d’Esquadra (la polizia catalana) sotto comando diretto della Policía Nacional.


Anche se va detto che nei fatti repressivi di questa settimana i Mossos hanno avuto il ruolo di appoggio logistico nella Operación Anubis (così è stata chiamata) e hanno garantito “la sicurezza e la protezione” degli agenti di Policía Nacional e Guardia Civil durante le operazioni. Financo le pubblicazioni periodiche di associazioni, organizzazioni e partiti sono state censurate e sequestrate per ordine superiore e ritirate da Correos, il servizio postale spagnolo e non sono arrivate agli abbonati.


Non torneremo sulla cronaca di questi fatti e nemmeno sull’enorme risposta civica di massa che ne è seguita. Tale risposta popolare, che ha coinvolto anche settori ed entità non direttamente implicate nella causa indipendentista e celebrazione del referendum, ci da sola la portata di quanto sta accadendo.


 


IL GOVERNO DI MADRID HA DECISO DI SOSPENDERE DE FACTO L’AUTONOMIA CATALANA ASSUMENDO IL CONTROLLO PROGRESSIVO DELLE ISTITUZIONI REGIONALI.

Ad esempio, oltre a bloccare tutte le pratiche e pagamenti per la celebrazione referendaria lo Stato ha approfittato per mettere le mani anche su di una serie di provvedimenti che nulla avevano a che vedere con l’1 ottobre, come le politiche di discriminazione positiva nei confronti del catalano o la legge per il reddito minimo garantito approvata dal parlamento catalano.


 


OVVIAMENTE IL MODO IN CUI CIÒ È ACCADUTO È PARSO A TUTTI SPROPORZIONATO. CHE BISOGNO C’ERA DI ACCERCHIARE L’AUTO DI UNA DELLE ARRESTATE MENTRE QUESTA PORTAVA I FIGLI A SCUOLA? O DI OCCUPARE IN ARMI LE SEDI DELLA GENERALITAT? È LA LEGGE DELLA PAURA E LA RAPPRESENTAZIONE VISIVA DELL’USO DELLA FORZA CHE S’IMPONE SULLE ISTITUZIONI AUTONOME ESPRESSIONE DEMOCRATICA DELLA VOLONTÀ DEI CATALANI.

Ma soprattutto si tratta di atti commessi al di fuori o ai limiti della legalità spagnola stessa, di quello stato di diritto che da più parti è chiaro che si reclama come la migliore scusa disponibile. Si tratta di fatti che fanno osservare con enorme preoccupazione quello che può accadere in Catalogna e con esso le derive autoritarie e liberticide (anche se legali o legaliste) di cui la maggioranza degli spagnoli stessi potrebbe essere allo stesso tempo complice (adesso) e vittima (in futuro). Alcune perquisizioni hanno avuto inizio prima dell’arrivo dei mandati corrispondenti. La polizia che pretendeva di fare irruzione nella sede della CUP non disponeva del mandato per farlo. Soprattutto, il commissariamento di mezza Generalitat e il trasferimento del comando della polizia catalana sotto le dipendenze di Madrid sono atti che andrebbero consumati attraverso l’applicazione formale dell’Articolo 155 della Costituzione, che regola appunto il processo di sospensione dell’autonomia. Questa misura dovrebbe essere votata in parlamento, cosa che il governo spagnolo non ha fatto e che l’opposizione di Podemos, IU e le confluenze della sinistra alternativa e partiti nazionalisti sub-statali hanno denunciato rumorosamente alle Cortes di Madrid. Con tutta probabilità, con l’aiuto di Ciudadanos e PSOE, l’esecutivo spagnolo avrebbe potuto ottenere un mandato formale ma, essendo un governo di minoranza, non ha voluto correre rischi e ha tirato diritto per la via dei fatti consumati. Quello che probabilmente non voleva il premier Rajoy era dare visibilità alla realtà dei fatti, ovvero che una parte, seppur oggi minoritaria, delle forze politiche spagnole, appoggia una soluzione referendaria per la questione catalana. Una realtà che avrebbe sbugiardato le letture frontiste della situazione e svuotato gli appelli all’unità del “patriottismo costituzionale” contro la “minaccia separatista”. A Madrid, seppur nell’indifferenza o a volte nell’ostilità generale, si sono svolte manifestazioni di solidarietà nei confronti della rivendicazione referendaria come soluzione democratica. È di domenica la Declaración de Zaragoza, in cui un’assemblea di rappresentanti eletti delle forze della sinistra alternativa, promossa da Podemos, ha manifestato il suo appoggio a tale soluzione con la richiesta di copertura legale da parte dello Stato e accordo tra le parti. L’edizione di settembre del mensile d’inchiesta “La Marea”, messo su dalla cooperativa dei lavoratori di “Público”, dedica il suo dossier alle voci che nel resto della Spagna si stanno levando in difesa dell’1 ottobre o di un referendum pattato.


 


MA PERCHÉ, VIENE DA CHIEDERSI, QUESTA SCELTA REPRESSIVA? I MOTIVI SONO DUE.

In primo luogo, tutto ciò dimostra che questo referendum, definito da ogni parte come “una farsa”, era invece effettivo e dotato di quelle condizioni minime che lo avrebbero reso sufficiente, in caso di vittoria del Sì, a imporre de facto allo Stato un tavolo di trattative circa le condizioni della secessione. Altrimenti non ci sarebbe stato questo spiegamento di forze e mezzi. Fa un certo effetto vedere le forze dell’ordine di uno Stato in allerta antiterrorismo di livello 4 su 5 mobilitate alla ricerca di schede e urne, manifesti e volantini, documenti e fatture… come se stessero cercando armi corte, fucili mitragliatori ed esplosivi. Fa un certo effetto vedere esposti come “corpo del reato” delle schede elettorali. E nemmeno le navi traghetto di lunga percorrenza adibite ad alloggio dei rinforzi di polizia e militari spagnoli, attraccate nei porti di Barcellona e Tarragona, sembrano essere un buon viatico per le prossime settimane e una soluzione di escalation repressiva è sempre possibile. Ma fino a questo momento possiamo dire che la strategia dello Stato è stata quella di limitarsi a rendere impossibile la celebrazione del referendum, di boicottarne i meccanismi, con l’obiettivo finale di affermare che la consultazione stessa non aveva né garanzie né copertura legale né legittimità. Delle circostanze che in un paese in cui coloro che ricordano gli ultimi anni della dittatura hanno oggi sui sessant’anni ha ancora un certo effetto. Una logica perversa che dimostra quanto siano alti i livelli di panico che questo referendum ha iniettato nelle oligarchie spagnole come in quella catalana (maggioritariamente anti-indipendentista pure questa): boicottare i meccanismi di un referendum per poter dire che questo si stava celebrando senza le garanzie minime. In secondo luogo, si ha la sensazione che il governo del PP stia approfittando dell’occasione per portare a termine quella ricentralizzazione che dai tempi di Aznar viene rivendicando. In questo senso, la distruzione in corso delle istituzioni autonome nella loro capacità operativa e legislativa rappresenterebbe la realizzazione manu militari di un progetto anticatalanista che altrimenti non avrebbe potuto trionfare per vie democratiche ed elettorali, e di fatto non si era potuto imporre finora.


Da parte del governo catalano, i cui ministri e presidente potrebbero essere arrestati in qualsiasi momento, e dei partiti indipendentisti (PDECat, ERC, CUP) e le entità della società civile come Assemblea Nacional Catalana e Omnium Cultural viene la determinazione a celebrare comunque il referendum. Da parte delle forze sociali, come i sindacati o le piattaforme di lotta dei portuali o del mondo dell’educazione e dell’università, si leva sempre di più un senso di fastidio nei confronti di una repressione politica considerata inutile e controproducente, oltre che grave e senza precedenti nella Catalogna del dopo dittatura. Un punto di vista assolutamente in linea con il fatto che circa i 2/3 del Parlament sono a favore della celebrazione di un referendum per dirimere la questione e che secondo i sondaggi queste cifre aumentano tra la popolazione, in parallelo con un progressivo rifiuto nei confronti della Costituzione oggi al 75%, che invece i catalani approvarono con percentuali altissime nel 1978. La campagna referendaria non si è fermata, anzi si è trasformata in una mobilitazione permanente a favore di un determinato concetto di democrazia, meno formale e più sostanziale.


 


CHE SIA CHIARO, È IMPORTANTE E CORRETTO RIBADIRLO, IN CATALOGNA NON È IN CORSO ALCUNA RIVOLUZIONE SOCIALISTA PROLETARIA E NEMMENO ALCUN PROCESSO DI BALCANIZZAZIONE CON DERIVE XENOFOBE O PARA-LEGHISTE.

La realtà non si può torcere a favore di nessuna di queste due visioni predeterminate. In Catalogna si è aperto (da tempo oramai) uno spazio di opportunità per una rottura democratica e costituente e una poderosa messa alla prova delle nostre democrazie europee e del progetto unitario europeo in quanto tale. Mentre i populismi di destra, le destre xenofobe, i movimenti neofascisti avanzano anche elettoralmente in tutta Europa, in Catalogna stiamo assistendo a un processo in cui la via d’uscita non è rappresentata dalla chiusura delle frontiere (cosa che sì desidera l’esecutivo di Madrd) bensì dall’apertura di un nuovo terreno di convivenza, più vicino e controllabile, che possa restituire sovranità alla cittadinanza. Insomma, l’unico caso in Europa assieme (significativamente) a quello scozzese in cui la critica alla perdita di sovranità e controllo delle istituzioni da parte della cittadinanza e allontanamento burocratico dei luoghi decisionali non si declina in termini di razzismo, xenofobia, soluzioni autoritarie e riduzione degli spazi di democrazia.



/ AFP PHOTO / Josep LAGO


 



Ovviamente in questo scenario le possibilità di rottura rappresentano appunto una possibilità, di certo condizionata dalle circostanze storiche. Si tratta di uno scenario di rottura che si può aprire o chiudere a seconda di come vadano le cose. Il processo secessionista in corso (i cui esiti sono imprevedibili) non rappresenta una disgrazia di proporzioni bibliche (un processo di balcanizzazione, una deriva neoliberista, un’espressione di egoismo dei “ricchi”…) e nemmeno la soluzione definitiva ai problemi del proletariato (rivoluzione socialista, socializzazione dei mezzi di produzione, rivolta generale…). Si tratta di una possibilità, incerta come tutte le possibilità, di superamento dell’egemonia del blocco oligarchico spagnolo (e catalano) che le attuali istituzioni stato-nazionali spagnole sono chiamate a difendere.


Perché è questo ciò che stanno difendendo le autorità spagnole in questi giorni, oltre le retoriche legaliste, fino all’estremo di agire ai margini delle legalità formale e del “senso comune” democratico, e direi anche di una minima intelligenza politica di più ampi orizzonti. Reprimere una consultazione referendaria “per difendere la democrazia”, agire ai margini della legalità “per difendere la legalità”, conculcare i diritti “ per difendere i diritti” è qualcosa che comincia a suonare piuttosto stonato. I capi d’accusa contestati agli accusati lo dimostrano. Sentir parlare di reati come “disobbedienza” e “sedizione” riporta di molto indietro nel tempo il datario della crescita democratica in Spagna. Ma non si tratta solo di un problema spagnolo ma europeo, e per essere precisi della messa alla prova della democrazia all’interno dell’Unione Europea. Può una maggioranza negare le istanze democratiche di una minoranza fino al punto da nascondersi dietro una lettura restrittiva di una costituzione solamente per difendere il principio di unità nazionale e, dietro di esso, gli interessi economici delle classi dominanti?


La cronaca corre veloce in questi giorni in Catalogna e a Madrid. L’1 ottobre assisteremo al più grande atto di disobbedienza civile vissuto finora in quella che era una volta l’Europa “atlantica”. Su questo terreno dovrà misurarsi la celebrazione referendaria a causa della continua repressione statale. Certamente in questo scenario giocheranno un ruolo determinante le ulteriori scelte repressive spagnole e l’appoggio sociale che il movimento referendario saprà guadagnarsi in questa settimana decisiva. La cronaca corre veloce e fare previsioni è rischioso, dopo i caroselli della settimana scorsa dei fuoristrada e furgoni della Guardia Civil per le vie di Barcellona sventolando bandiere spagnole come se fossero degli ultras da stadio. Però qualche considerazione in prospettiva si può proporre. La situazione potrebbe progressivamente sfociare in un’occupazione militare e poliziesca in cui i livelli di disobbedienza civile e di massa renderanno impresentabile agli occhi della comunità internazionale la via adottata da Madrid. Arrivati a questo punto le opposizioni spagnole (o una parte di esse) scenderanno dal carro del PP e si potrebbero creare le condizioni per un negoziato al ribasso magari gestito dei poteri forti dell’UE, cioè difficilmente dal Parlamento di Bruxelles. Lo stato durante i negoziati post 1 ottobre potrà fingere di concedere quello che in realtà sta sottraendo in questi giorni.


Al massimo emergerà un nuovo autonomismo capace di ottenere la restaurazione dello Statuto d’Autonomia amputato dal Tribunale Costituzionale nel 2010. Con tutta probabilità a gestire questa nuova autonomia ci saranno dei gestori più fedeli e meno esosi. Questi potrebbero venir fuori dai settori anti-indipendentisti fuoriusciti in questi anni da CDC (Convergència Democràtica de Catalunya) e i resti in caduta libera dell’oramai sciolta UDC (Unió Democràtica de Catalunya) sorretti dalle strutture di potere alimentate dai governi di CiU (la coalizione tra i due partiti) dal 1980 al 2003.


Questo ovviamente dovrà accadere con una massiccia illegalizzazione dei partiti politici indipendentisti e una altrettanto massiccia serie d’inabilitazioni e incarcerazioni di rappresentanti politici e istituzionali (con alla mano la Ley de Partidos usata a suo tempo contro la sinistra indipendentista basca). Così le oligarchie catalane (contrarie all’indipendenza) potranno tornare in gioco e riprendere il controllo della situazione, a loro progressivamente sfuggito in questi ultimi dieci anni.



Il problema però è che nulla sarà più come prima. Dopo la fine del franchismo la Transizione si lasciò alle spalle un’insoddisfazione relativa, circoscritta a settori molto definiti politicamente (estrema sinistra, indipendentismo marxista…) e senza una massa critica sufficiente alle spalle da rappresentare un pericolo immediato per la sacra unità della nazione spagnola. Adesso le dimensioni di quella massa critica sono cresciute, si sono diversificate, diventate di dominio pubblico e hanno assunto visibilità internazionale e dimensioni di massa. E l’azione repressiva e in un certo senso para-legale dello Stato ha creato un vulnus senza precedenti dalla caduta del regime franchista, almeno per quanto riguarda lo specifico della questione catalana. Ovviamente, sarebbe desiderabile poter votare Sì o No alla secessione in un referendum legale e accordato e parlare delle ragioni, dei benefici, degli inconvenienti e delle implicazioni internazionali di questa. Ma tutto ciò non pare poter accadere nella Spagna del XXI secolo per il momento. Insomma, nel terreno delle possibilità, e da un punto di vista della trasformazione sociale, questa fase della questione catalana potrebbe accumulare una tale quantità di contraddizioni da potere rendere sempre più a portata di mano, per coloro che dovessero esservi interessati, dei fattori di rottura rivoluzionaria, ma questo è un altro tipo di riflessione che faremo in un altro momento.




 



 

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