A 500 anni dalla Riforma protestante e a 100 dalla Rivoluzione d'Ottobre

Un breve spaccato di sentimenti sulla Rivoluzione bolscevica e i suoi riflessi sull’oggi da un’angolatura poco nota, quella dei valdesi e metodisti italiani.

anniversari rivoluzionari

anniversari rivoluzionari

Redazione 12 novembre 2017
 

di Piero Pagliani.

 

Il centenario della Rivoluzione Russa mi ha, diciamo così, colto alla sprovvista. Altre ricorrenze ormai mi colgono alla sprovvista. Non perché non stia attento al calendario, ma perché faccio difficoltà a inserire il loro significato nelle vicende e nelle problematiche attuali.

L’anno in corso è anche quello dei 500 anni della Riforma Protestante. La Riforma ha sconvolto la società occidentale su vari piani, da quello teologico, a quello politico, a quello sociale, a quello culturale. Essendo protestante, questi sconvolgimenti sono diventati parte del mio modo di sentire e relazionarmi col mondo. Un modo che non è privo di contraddizioni. Anzi si nutre di contraddizioni. Una, clamorosa, per entrare nel merito, è il contrasto tra il Lutero del “sola gratia” e il Lutero del “Principi! Scannate i contadini!”, un’esortazione dettata dalla più bieca Realpolitik e in diretto e insanabile contrasto col messaggio evangelico.

Negli anni del Sessantotto, le discussioni all’interno del mondo giovanile protestante culminavano con una sorta di aut aut: “O con Martin Lutero o con Thomas Müntzer”. Müntzer era, per l’appunto, l’altro grande riformatore tedesco, leader e martire della Rivolta dei contadini tedeschi contro quella classe aristocratica di cui Lutero aveva bisogno per la difesa (fisica) dagli attacchi (fisici) dei Cattolici contro i Riformati.

Rivolta dei contadini, rivoluzioni, dunque.

Il centenario della Rivoluzione di Ottobre arriva in un momento poco propizio per le rievocazioni. Da una parte abbiamo chi ha totalmente abiurato le proprie convinzioni comuniste di una volta e si è idealmente congiunto con chi comunista non è mai stato nel relegare ogni cosa che si richiami al Comunismo nel lazzaretto degli appestati. Poi c’è chi si dedica a spiegazioni accademiche della Rivoluzione d’Ottobre, facendone un oggetto di studio analogo al “vaso potorio” di un museo archeologico. Cioè nascondendo al volgo, dietro ad un nome dotto ma incomprensibile, che un vaso potorio è semplicemente un bicchiere e aveva un uso nella vita quotidiana. C’è poi un’élite intellettuale che si compiace di un “ritorno” a un Marx puro e distillato, privo di qualsiasi impurità come, Dio non voglia, Lenin, per l’appunto. Il Marxismo diventa così un puro divertissement intellettuale e culturale di “prestigiosi” circoli di persone che si applaudono a vicenda. Il loro oggetto di piacere è un Marx totalmente disinnescato, al più bohémien, come quelle bombe della prima guerra mondiale fatte diventare portafiori (se ne vedono ad esempio in Dolomiti).

Infine c’è la crisi sistemica e la lunghissima sequenza di “pezzetti di guerra mondiale” (copyright papa Francesco) iniziati, guarda un po’, proprio dalla dissoluzione dell’URSS e che di volta in volta aumentano la loro violenza. Guerre dirette come quelle nei Balcani, oppure guerre “proxy”, come quelle che al-Qa'ida e l’ISIS conducono (hanno condotto?) in Siria. E nelle guerre le masse seguono gli Stati (o i semi-Stati). Possono riemergere come protagoniste con una Rivoluzione, come fu nel 1917, ma non è oggi il caso.

Nei Paesi dell’Alba latinoamericana, le masse cercano di resistere appoggiando uno Stato in cui riconoscono i propri interessi, contro gli attacchi dell’imperialismo americano (Obama aveva avvertito che Washington stava perdendo di vista il proprio “giardino di casa”, così Washington ci sta ponendo rimedio). Lo fanno nel, diciamo così, dileggio di quasi tutta la sinistra europea, coi neuroni condizionati dai media mainstream che, per definizione, sono “prestigiosi” anch’essi.

Tutto un gioco di prestigio, infatti.

Nel mezzo di questo gioco di prestigio, fatto di vasi potori per ubriacare e allucinare il colto e l’inclita e, soprattutto, fatto di protagonismo degli Stati, con la realpolitik (spesso cinica o incomprensibile) che lo accompagna, non è facile accomodare in modo effettivo la rivoluzione che 100 anni fa sconvolse il mondo e dove i protagonisti erano le masse e i soviet. Ecco perché, almeno io, sono stato colto alla sprovvista: stavo guardando quel che succedeva e quel che succedeva aveva a che fare con la Rivoluzione di Ottobre solo molto alla lontana. Ma non me ne dimentico. Non ho voglia però di fare celebrazioni, men che meno in termini trionfalistici e riproponendo sic et simpliciter di rifare la stessa esperienza. Cento anni sono passati, e si sentono.

Segnalo invece per la lettura l’articolo che segue, che offre un breve spaccato di sentimenti sulla Rivoluzione di Ottobre e i suoi riflessi sull’oggi da un’angolatura un po’ particolare, poco nota in Italia, quello dei giovani valdesi e metodisti degli anni Sessanta. Buona lettura.

 

Piero Pagliani

 

 

Ci diciamo marxisti e ci confessiamo cristiani

 

di Mauro Rostan.

 

Fu un vero (piccolo) scandalo oggi certamente incomprensibile, ma all'epoca dirompente nelle chiese. Nell'ottobre del 1967, anziché parlare, come sarebbe stato doveroso, della Riforma che compiva 450 anni, la rivista Gioventù Evangelica dedicò l'intero numero alla Rivoluzione d'Ottobre (50 anni dal 1917). Tra Lutero e i Soviet la scelta provocatoria (ma non improvvisata) fu per i “rossi” (e del resto di Lutero allora si parlava soprattutto per ricordare la repressione violenta dei contadini più che il sola gratia. Il nostro profeta era Thomas Müntzer. La rivista era diretta da Giorgio Bouchard (Franco Becchino e Liliano Frattini condirettori). È arduo far rivivere il clima di allora: parole, storia e ideologie sono appannate o scomparse. Chi mai litigherebbe su Lenin e Trotzky (ammesso che si sappia chi sono), che senso hanno parole come destra e sinistra nell'epoca di Renzi e Alfano, che cosa è il marxismo? Solo Berlusconi vuole ancora combattere i comunisti (bontà sua che li vede): per la verità a destra le tentazioni fasciste non sono finite. Quelle autoritarie viaggiano dagli Stati Uniti alla Russia, alla Corea e in tanti altri luoghi...

Ma soprattutto, la grande differenza è che allora la questione era la politica in chiesa o meglio fede e marxismo, fede e politica. Oggi l'argomento è scomparso; del resto non si capirebbe che cosa c'entri il marxismo con la diaconia valdese o la benedizione delle coppie omosessuali ...

Nel 1967 le pagine della rivista erano imponenti, avevano il formato di un quotidiano, con grandi titoli e fotografie.

«Questo numero, scrive il direttore, è dedicato a quei giovani che desiderano ricercare e conoscere la verità sull'avvenimento più importante del nostro secolo. Presentiamo perciò diversi articoli sui problemi e sugli uomini più discussi della rivoluzione russa … . Ma ogni avvenimento della storia dev'essere compreso in rapporto alla sovranità di Dio … perciò pubblichiamo al centro del numero uno studio di un evangelico italiano in cui la redazione riconosce la propria linea teologica ...».

L'evangelico è Giovanni Mottura, a lui si deve un contributo decisivo e formativo per la generazione cui appartengo. Nel suo articolo Mottura rilegge il commento di Karl Barth alla lettera ai Romani e si interroga sulla figura del “rivoluzionario” in rapporto alla predicazione, alla fede, alla profezia. E scrive la famosa frase: «noi che ci diciamo marxisti e ci confessiamo cristiani». Del marxismo io non sapevo quasi niente, avevo letto al massimo il “Che fare” di Lenin e “Salario prezzo profitto” di Marx. Capivo invece molto bene la differenza tra il “ci diciamo” e il “ci confessiamo”.

Mario Miegge ci aveva inoltre spiegato che la validità del marxismo non è quella di un'ideologia, ma di poter diventare, nelle mani del proletariato, lo strumento per la sua emancipazione. Di fatto assai di rado la giustizia e la libertà sono andate insieme, come avrebbero voluto anche nostri partigiani con la Resistenza. La rivoluzione non ha mantenuto le sue promesse: non sono “gli oppressi”, gli sfruttati di prima che hanno governato, nel comunismo reale nessuna dittatura del proletariato ma del Partito, in nome della classe operaia, in realtà in nome di sé sesso, con l'eliminazione fisica di chi dissentiva. Tutte le dittature dichiarano di voler creare l'uomo nuovo e pensano che si debbano “rieducare gli intellettuali.” Pensiamo al libretto rosso di Mao … Eppure, la lotta per la giustizia, la libertà, la pace, la democrazia (che sono cose di sinistra) continua ad essere ciò per cui vale la pena spendere la vita.

Questa riflessione potrebbe continuare a lungo, ma è tempo di concludere accennando alle reazioni suscitate nel mondo evangelico. La critica più diffusa fu ovviamente di aver voluto affiancare termini come marxismo e cristianesimo. Marxismo è anche ateismo. Come può convivere con la fede? Qualcuno osserva che al numero di G.E. mancavano solo i caratteri cirillici e poi sarebbe stato un formato ridotto della stella rossa ... Altri ritennero valida l'iniziativa di affrontare un simile argomento, ma si stupirono che la redazione affermasse di riconoscersi nello scritto di Mottura “fede, profezia, rivoluzione” e nella frase incriminata “ci confessiamo cristiani e ci diciamo marxisti” perché il marxismo non è soltanto un metodo, discutibile: è soprattutto una ideologia. Una rivista come G.E. nell'occasione dei 450 anni dalla Riforma, non avrebbe dovuto occuparsi di quella, anziché proseguire nel martellamento politico a favore di una determinata parte o partito?

Resta la domanda, formulata dal direttore: la chiesa, pronta a prendere sul serio tutto ciò che accade (anzi non accade) nelle università mitteleuropee, ha occhi e orecchie per vedere e sentire ciò che dicono i “dannati della terra”? E ancora: “del marxismo abbiamo denunciato tutti i suoi limiti quando tende a farsi spiegazione del mondo e ideologia: anche Darwin, anche Freud introducono delle enormi rivoluzioni: perché allora il rifiuto del marxismo è tanto duro? Forse perché il movimento operaio rivoluzionario denuncia la (nostra) solidarietà con le classi dominanti del passato e del presente? E che rapporto c'è tra la venuta del Regno Dio e le trasformazioni possibili nella storia umana? Che cosa significa che Dio tiene nelle sue mani il mondo e lo governa attivamente, facendo pullulare in esso delle novità, cioè la vita in modi sempre imprevedibili e straordinariamente ricchi”?

Per ora ci fermiamo qui. Ancorché molto datata, questa riflessione su fede e politica mi sembrava dovesse essere ricordata. Anche se difficile da seguire perché lontana mille miglia dalla “politica” e dai suoi modesti ideali odierni (se ancora ci sono!) forse ci può dire qualcosa anche da parte dei “dannati della terra”: non più il movimento operaio, ma le migliaia di disperati che cercano nella ricca Europa solo un po' di accoglienza, di lavoro, di speranza.

 


 


 

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