Anche la Germania vacilla

La Germania è approdata, per ultima, alla stessa crisi politica che ha già colpito Francia, Inghilterra, Italia, Spagna e anche gli Stati Uniti. [Giulietto Chiesa]

Angela Merkel - © Sputnik. Alexey Vitvitsky

Angela Merkel - © Sputnik. Alexey Vitvitsky

Redazione 25 settembre 2017pandoratv.it
di Giulietto Chiesa.

 






La Germania è approdata, per ultima, alla stessa crisi politica che ha già colpito Francia, Inghilterra, Italia, Spagna e anche gli Stati Uniti.





È la fine dei partiti tradizionali; del più o meno finto bipartitismo; del più o meno reale scontro tra sinistra e destra nei rispettivi parlamenti, accompagnato sempre più spesso da accordi sottobanco, e da intese inconfessabili.



Berlino ha ritardato questo approdo a causa del suo superiore benessere sociale, delle sua esportazioni straripanti,  della sua tradizionale solidità organizzativa, del suo welfare. Ma c'è arrivata anch'essa. Segno che le cause di questo cambiamento sono profonde e riguardano tutti i paesi europei.

Chi non è ancora arrivato a capire sono i politici, gli esperti, i commentatori e i giornalisti, che ancora continuano a usare termini e parole che hanno ormai perduto i loro significati originali. Così, ad esempio, l'evidente affermazione di "Alternative fuer Deutschland" viene definita da quasi tutti come il "trionfo dell'estrema destra" (ma se AfD è "l'estrema destra", allora come chiameremo i nazisti tedeschi, che pure esistono ma sono lontanissimi dal Parlamento? Oppure come chiameremo i nazisti di Kiev, con cui intratteniamo ottime relazioni e che sono in Parlamento?)

Tutti, più o meno, escono per la tangente, usando e stra-usando — altro esempio — il termine "populismo", forse per esorcizzare la questione. Come si continua a fare in Italia, applicando il termine, a piene mani, sia sulla destra di Salvini, che sul Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo (per altro, quest'ultimo, ormai molto addomesticato dopo la candidatura a premier di Luigi Di Maio, i cui artigli sono simili a quelli di una sardina).

Si cerca, in altri termini di descrivere il cosiddetto "populismo" come un fenomeno degenerativo e antidemocratico, rifiutando di capire che esso è l'effetto di una rivolta dei popoli — certo con molti e tra loro diversissimi contenuti — contro le caste politiche che li opprimono, li defraudano, li saccheggiano. In realtà tutta questa crisi è il risultato di una profonda rottura tra le élites dominanti e i popoli, derivante dal fatto che le prime non rispettano più, da tempo, il patto sociale che promisero ai secondi nella seconda metà del XX secolo. Il "patto" era: dateci il voto e noi vi garantiremo il benessere. Adesso il benessere non è più garantito, perché la crescita non c'è. E le grandi masse si spostano alla ricerca di altri protettori.

 

In realtà chi ha rotto questo "patto" è stata la globalizzazione, cioè le élites che l'hanno sostenuta e reclamizzata. L'hanno rotto in molti modi: attraverso il dominio delle banche padrone; attraverso l'esplosione delle migrazioni di ampie masse di individui da un continente all'altro; attraverso la forsennata corsa ai consumi che immense masse popolari non sono più in condizione di vincere perché "non ce n'è per tutti"; attraverso la cancellazione della "solidarietà" e la sua sostituzione con la "competizione" di tutti contro tutti; attraverso l'abbattimento intellettuale e morale e l'istupidimento collettivo delle grandi masse dell'Occidente.

Tutto questo è sotto i nostri occhi. Ma noi non lo vediamo perché siamo immersi nel mondo virtuale dell'"hollywoodismo". Eppure è la realtà. Quel ch'è certo ormai è che la Germania — che resterà sotto la Merkel,  dovrà faticare non poco per mantenere l'Europa nello stato attuale. L'egemonismo tedesco sarà in difficoltà, come lo sarà  il nuovo asse franco-tedesco che Macron si propone di costituire.

Anche per questo le prossime elezioni italiane saranno un momento di  grande importanza. Si potrebbe dire che potrebbero avere un'importanza storica. La situazione è tale che L'Italia potrebbe trovarsi nella situazione di poter  decidere quale Europa uscirà da questa crisi, sempre che vi sia una via d'uscita. Fino ad ora, per l'incapacità dei governi "maggiordomi" che si sono succeduti negli ultimi quindici anni, l'Italia ha contato poco o nulla nei processi europei. Si tratta di vedere ora se esiste una qualche idea per muovere il continente in direzione dei desideri dei popoli.

Ma i tre contendenti che si disputeranno le elezioni del 2018 non sembrano in grado di tirare fuori dal cappello a cilindro nulla di nuovo e di serio. Né il Partito Democratico, dilaniato al suo interno; né la destra, disunita e priva di un leader, né il Movimento 5 Stelle, hanno le idee e  il personale per farlo.  Si tratta ora di  vedere se esiste un'ipotesi di una quarta forza capace di porsi questo compito, parlando agl'incerti e ai disgustati dalla politica che sono ormai più della metà del corpo elettorale. Una forza che si presenti come trasversale, realmente nazionale, popolare e democratica. Ma di una forza del genere non c'è, al momento, nemmeno l'ombra.

Fonti: 


 



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