Il 'burro e cannoni' del sogno imperiale saudita

Progetti soft e hard, e investimenti del fondo sovrano per il nuovo impero sunnita a guida saudita. Lo sfondo dei cambiamenti dinastici a Riad e gli effetti sul mondo

Mohammed bin Salman (32 anni)

Mohammed bin Salman (32 anni)

 

di Pierluigi Fagan.

 

L’anziano re saudita (83 anni, malato) Salman, ha sovvertito la linea di successione al trono, ponendo il figlio Mohammed bin Salman (32 anni) in diretta linea successoria [i].

Il giovane principe è anche Ministro della Difesa e da oggi anche vice Primo Ministro mentre il suo precedente rivale bin Nayef, precedentemente Ministro degli Interni, non solo ha perso la posizione di principe ereditario ma si è dovuto anche dimettere dal suo ministero.  Il giovane bin Salman, che assomma molte altre cariche ed è il promoter tanto della guerra in Yemen che dell’ostracismo del Qatar passando per la “danza delle spade” con Trump, è l’autore di un ambizioso piano strategico sul futuro del regno, un piano chiaramente neo-liberale, presentato l’anno scorso prima a The Economist e Bloomberg e poi ai sauditi, dal titolo “Vision 2030” [ii].

Prima di indagare i contenuti del piano, c’è da indagarne la natura. E’ la prima volta che il regno saudita espone pubblicamente la propria visione ad un sì largo raggio temporale. Se ci si domanda quale sia il target di questa iniziativa, si può ragionevolmente supporre sia il target interno, ovvero un messaggio programmatico ai sauditi ed il target esterno, l’ambiente internazionale e sunnita nello specifico. Volendo in sostanza dare una svolta alla struttura, al posizionamento e ruolo, alla strategia dello stato arabico, c’è da dare l’annuncio di una volontà e Vision 2030 è certamente un roboante annuncio. La ragione perno del piano è la volontà di emanciparsi dalla dipendenza petrolifera.

Questa intenzione, segue probabilmente alcune analisi di prospettiva che i sauditi hanno fatto sul futuro del mondo, del ruolo della materia prima, delle loro disponibilità. Le disponibilità petrolifere dell’Arabia Saudita non sono note ma si teme che -in prospettiva- vadano incontro al loro limite naturale, forse hanno già superato il picco di estrazione. A seguire, incerte sono le previsioni sul consumo internazionale in quanto una parte di mondo affluente (soprattutto l’Asia) certo crescerà in consumi ma l’area di consumo storico, l’Occidente, decrescerà in virtù del minor peso che le attività industriali hanno e sempre meno avranno. La molto moderata crescita mondiale non sembra avere ragioni di impennate future.

Soprattutto, si fa molto affollato l’ambiente competitivo. La grande novità è stata l’introduzione dello shale gas, oggi americano ma in prospettiva, una tecnologia che potrebbe interessare molti altri. Cinesi e giapponesi affermano di avere tecnologie sicure ed economiche per estrarre metano dai clatrati idrati di cui sono ricchi i loro fondali marini.

Lo sviluppo delle rinnovabili è lento ma inesorabile anche perché gli alti costi iniziali di ricerca e produzione, sono destinati col tempo a scendere. Ancor più, si continua a trovare nuovi giacimenti, dal Brasile all’Africa, dal Mediterraneo a soprattutto la Russia. La liberazione dai ghiacci nord-polari e del permafrost nella Siberia settentrionale promette ancora molti anni di ricerca e sfruttamento. Dentro tale scenario - uno scenario che al netto di un improvviso conflitto militare nell’area o con la Russia non promette un ritorno dei prezzi a livelli alti - è ovvio che i sauditi cerchino di trovare un nuovo posto al sole fintanto che hanno ancora materia prima da convertire in denaro da convertire in investimenti che permettano di costruire una nuova struttura economica che porti il paese fuori dalla “maledizione delle materie prime”.

Ma un piano di così ampia, indeterminata quanto ambiziosa e futuribile strategia, si presta comunque ad alcuni sospetti. Il primo è che il piano non dica tutto quello che è nelle intenzioni della nuova leadership saudita. Liberato da un principe che non era neanche il candidato ufficiale alla successione e che oggi deve parlare ma non troppo visto che il re è ancora vivo, il piano sembra prevedere una torsione della società saudita che fa impallidire i più utopici dei costruttivisti sociali. Se quanto contenuto in esso dovesse essere veramente ciò che il futuro monarca saudita ha davvero intenzione di fare, per la vecchia élite viziata e iper-conservatrice, sarebbe la condanna a morte.

In effetti, sembrerebbe non esserci realistica alternativa ma le élite non sono ragionevoli ed in genere la somma dei ciechi egoismi degli individui che ne fanno parte, porta alla catastrofe sistemica perché l’interesse individuale prevale sempre rispetto all’interesse sistemico come si nota in Occidente.

Di contro, bin Salman ha poco più di trenta anni e dato che diverrà un monarca assoluto e lo sarà -si presume- con il supporto di tutti coloro che debbono ereditare il futuro saudita, quindi di una intera generazione che sotto i trenta anni oggi pesa per il 60% del regno, ha davanti a sé tempo ed –almeno per questa generazione- un certo sostegno interno.

Quello esterno se lo dovrà andare a cercare ma alcune mosse già dicono dove si dirigerà.

La struttura del piano Vision 2030 è questa.

§  La premessa è la de-petrolizzazione dell’Arabia Saudita, per le ragioni sopra esposte. Più una necessità che una libera intenzione.

§  Tutte le risorse finanziarie oggi accumulate e disponibili, più quelle che dovrebbero entrare dalla collocazione sul mercato delle azioni di minoranza della compagnia nazionale Aramco (la più grande del mondo), più quelle che entreranno grazie al collocamento di ulteriori tranches della compagnia (oggi è il 5% ma si può arrivare –nel tempo- fino al 49%) più quelle che comunque continueranno a prodursi nell’estrazione e commercializzazione petrolifera, confluiranno tutte in un nuovo fondo sovrano che diventerà uno dei più grandi ed importanti al mondo.

§  Internamente, la torsione del baricentro economico prevede modernizzazione, espansione dell’imprenditoria privata, lotta alla corruzione, investimenti in educazione, apertura del Paese all’investimento estero, piani edilizi e logistici di grande portata (i sauditi dovranno incrementare l’importazione di mano d’opera, dagli “schiavi” a gli ingegneri), investimenti in tecnologia ed ancor più in capacità di produrla in proprio come si sta cercando di fare nel solare (un’altra materia prima di cui il Paese e senz’altro ricco) che diverrà la fonte principale del consumo energetico interno. Poi ci sono altre due voci da analizzare attentamente.

La prima è il turismo, già oggi seconda voce del Pil saudita. Il programma prevede di sfruttare Mecca e Medina ancora più di quanto non stiano da tempo facendo. Aeroporti, autostrade, musei, alberghi, ristoranti, servizi, svaghi pur nei limiti della cultura locale ed un inedito museo della cultura islamica, naturalmente “il più grande del mondo”. il piano ha un preciso obiettivo di raddoppiare i siti archeologici definiti “patrimonio dell’umanità” dall’UNESCO. Il turismo è una industria che trascina con sé molte altre industrie, si presenta nell’immaginario come un prodotto soft ma per arrivare al suo godimento, c’è molto hard da costruire.

I musulmani nel mondo sono 1,6 miliardi e per imperativo della loro credenza debbono tutti, almeno una volta nella vita ma meglio se più d’una, andare a Mecca. In più, diverranno 2,0 miliardi nei prossimi trenta anni, quindi c’è da fare. Ma la faccenda del turismo potrebbe avere anche un altro esito parallelo. Soprattutto sul Mar Rosso, l’Arabia Saudita ha luoghi spendibili non meno di quelli inventati dagli egiziani con l’aiuto di molta imprenditoria occidentale, italiana tra l’altro (Sharm el Sheik ad esempio). E chissà se le due isolette di Tiran e Sanafir di fresco acquistate non senza controversie dagli egiziani, non rientrino nel pacchetto, magari accompagnando la colonizzazione (oggi sono deserte) anche con una piccola base militare a protezione della zona, leggasi “imbocco del Golfo di Aqaba” [iii].

Di questa idea del turismo non solo religioso, si notano alcuni cenni negli investimenti che i sauditi stanno facendo alle Maldive, interi atolli comprati per nuove iniziative ancora non pubblicizzate. L’invecchiamento della popolazione mondiale sta in molte parti del mondo, creando una quarta età, la terza diventa più attiva, ha tempo e qualche volta denari (i molti neo-milionari indiani e cinesi da qualche parte dovranno pur andare) da spendere. Ma anche la versione “religiosa” ha le sue ambizioni, sfruttare in termini di soft power [iv] le due capitali della fede per diventare il centro indiscusso dell’Islam, una assicurazione perenne per uno stato che ha un antico e grosso problema di legittimità storico-politica. Molti osservatori alzano il sopracciglio sapendo quanto conservatrice sia l’élite dei chierici wahabiti ma è probabile che anche lì ci sia una sorta di faglia generazionale con nuovi predicatori con iPad in grado di raffinare un nuovo conservatorismo moderno.

La seconda voce è l’industria militare. Dovrebbe esser lanciata a fine di quest’anno una nuova holding statale proprietaria poi di molte partecipate, dedicate alla produzione e sviluppo di nuova tecnologia militare. Gli investimenti in militare stanno crescendo costantemente da anni in tutto il mondo ed il mondo multipolare non farà che farli crescere ancora. Ogni nuovo player del gioco di tutti i giochi, dovrà avere la sua Smith&Wesson sotto il tavolo in cui si danno le carte. Si multipolarizzerà quindi anche questa industria specifica. Indiani e cinesi sono già ben avviati su questa strada già familiare a russi, americani, francesi, inglesi mentre nuovi appetiti stanno prendendo turchi e tedeschi. I turchi hanno appena acquistato batterie di S-400 dai russi pur essendo paese NATO e non essendo gli S-400 interoperabili in ambiente NATO. Pare che i turchi siano stati sedotti dalla promessa (la stessa che offrono oggi i cinesi sul mercato) di condividere parte del sapere tecnologico produttivo, un sapere su cui fondare una propria successiva produzione per rendersi geopoliticamente autonomi poiché nel gioco geopolitico se non sei militarmente autonomo non sei un player ma un servo come ben stanno intuendo i tedeschi ed anche i giapponesi.

Se si unisce il progetto saudita di egemonia soft dell’Islam con questo hard, ecco un ampio potenziale mercato per una grande futuro di armi islamiche. Soft e hard, burro e cannoni, poi conditi da generosi investimenti del fondo sovrano che fungerà da appuntito ago in cui infilare i fili che dovrebbero tessere il nuovo impero sunnita a guida saudita.

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