La crisi dei migranti? Ce la siamo andata a cercare (in Libia e non solo lì)

Libia, un 'caos inumano', ma è la politica occidentale che l’ha creato. E' ora che ce ne rendiamo conto. Ed è ora di porvi rimedio. Con la politica. Anche senza mescolarla all’umanitario.

crisi libica

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Redazione 9 agosto 2017linkiesta.it

di Fulvio Scaglione.


 


La novità del giorno è che in Libia c’è un filo di confusione. Ci sono le tribù, le milizie, le guerriglie, i terroristi, i trafficanti di esseri umani, i mercanti d’armi, i rais del petrolio, i predoni, i criminali normali e quelli super, i mercenari e masse di migranti disperati che da tutta l’Africa subsahariana cercano di arrivare fin qui nella speranza di fare poi il balzo decisivo verso l’Europa. In Libia c’è anche un Governo quasi finto, quello guidato da Al-Farraj con sede a Tripoli, che però piace alla comunità internazionale che l’ha adottato e dichiarato unico legittimo. E c’è un potere quasi vero, quello del generale Khalifa al-Haftar con sede a Tobruk, ex generale di Gheddafi, ex uomo della Cia, che piace a pochi ma controlla il 60% del territorio. Quindi non si sa chi comanda.


A far mente locale, però, ci si ricorda che, ohibò, la Libia fino a pochi anni non era così. Era uno Stato, dittatoriale ma unitario. Un Paese dove il petrolio aveva finaziato le mattane e gli intrighi di Gheddafi ma anche il benessere dei cittadini. Una vasta porzione d’Africa dove non c’erano terroristi né miliziani ma un esercito al servizio dell’uomo solo al comando. Un Governo “cattivo” che sui migranti aveva stretto accordi, giusti o sbagliati che fossero, con i Governi “buoni” dell’altra sponda del Mediterraneo. Poi, nel 2011, per iniziativa soprattutto di Francia e Regno Unito, quello Stato, quel Paese, quella vasta porzione d’Africa l’abbiamo smantellata, con gli esiti già sperimentati in Afghanistan e Iraq. Per cui oggi in Libia la gente vive male. E ancor peggio vivono (meglio dire: sopravvivono, quando ce la fanno) i migranti, che già non se la passavano bene ai tempi di Gheddafi.


Quindi, dicono alcuni politici, della Libia non ci si può fidare. Rimandare indietro i migranti significa condannarli all’inferno di campi che sono in realtà più gulag che strutture di accoglienza. E si assiste allo spettacolo di un Governo, il nostro, che se avesse metà delle palle, dell’arroganza e dell’orgoglio patrio della Francia avrebbe già candidato l’Italia al Premio Nobel per la Pace per le decine di migliaia di vite salvate in mare dalle forze armate. E invece sta lì a litigare per la palma del ministro dal volto più umano.


Il problema non è decidere se la Libia sia affidabile. È OVVIO che non lo è. Non è nemmeno più uno Stato, è un casino innominabile. E il meno affidabile, forse, è proprio quel Governo Al-Farraj di cui tutti, dall’Onu alla Ue agli Usa, hanno invece deciso di fidarsi. Il problema è: che si fa?


Sentire ministri che ragionano come Medici senza Frontiere lascia un po’ perplessi. MsF dice, attraverso il suo presidente Loris De Filippi, che la Libia è “instabile e inumana” e “non può essere parte di alcuna soluzione” (Corriere della Sera, 7 agosto, pag. 6). Ha ragione, è proprio così che l’abbiamo ridotta. Lui è autorizzato a pensarlo e ad agire di conseguenza: per esempio, salvando tutti quelli che scappano da quella situazione “instabile e inumana”. Ma lui non è un ministro. Lui, per vocazione e mestiere, difende le ragioni di chi è in pericolo. Mentre i ministri, per mandato (e si spera anche per vocazione) difendono gli interessi del Paese.


E così si torna alla casella del via. Tutti d’accordo sul fatto che la Libia, oggi, sia “instabile e inumana”. Ma poiché il Governo non è d’accordo sul fatto che la Libia “non può essere parte di alcuna soluzione”, e anzi mostra di credere con la propria azione che la Libia sia parte importante di qualunque soluzione, che senso ha battibeccare sul fatto che i campi profughi libici siano tremendi, come sono sempre stati? Salva l’anima, che non è poco. Ma fa gli interessi dell’Italia, presso un Governo come quello di Tripoli in cui persino i più stretti collaboratori di Al-Farraj criticano l’intervento italiano? Presso un Paese dove abbiamo sempre avuto una forte presenza, anche economica? Con personaggi con cui dobbiamo, volenti o nolenti, avere un rapporto?


So benissimo che a dire certe cose si passa per inumani. Qualcuno di sicuro penserà che voglio far morire la gente in mare, quando in decine di occasioni pubbliche ho detto e scritto che non c’è alcuna invasione dell’Europa e che non si può non salvare chi rischia di annegare, come peraltro impone il codice del mare. Però bisogna avere le idee chiare. Le Ong invitano a non confondere l’umanitario con il politico. Quindi bisogna stare attenti anche a non confondere l’azione politica con l’azione umanitaria. Soprattutto a proposito di una Libia dove si giocano infinite partite politiche.


Per restare solo a quella legata ai migranti: l’Italia si è accollata i compiti dell’assistenza ed è stata quasi completamente abbandonata dall’Europa. I Paesi che, come noi, affacciano sul Mediterraneo o si defilano come la Spagna, che peraltro passa i suoi guai a Ceuta e Melilla, o ci pugnalano alle spalle come la Francia. La presidenza Macron, nel solco perfetto della tradizione avviata con la guerra scellerata contro la Libia scatenata da Sarkozy nel 2011 e già nutrita di rivalità anti-italiana, ha provato a creare ulteriore confusione mettendo sullo stesso piano, nell’incontro a Parigi, l’impotente Al-Farraj e l’armigero Al-Haftar, anche se come membro della Ue e del Consiglio di Sicurezza dell’Onu sarebbe impegnata a riconoscere solo il primo. E Al-Haftar ha come principale sponsor l’Egitto del presidente Al Sisi, l’ex generale che fu amorevolmente soccorso (con armi e prestiti importanti) da Francois Hollande quando l’Italia minacciò di rivedere i rapporti a causa del caso Regeni.


Non solo. La situazione della Libia, e di conseguenza nostra, sarebbe forse meno critica se le truppe francesi dispiegate in Africa non si tirassero da parte per agevolare il transito dei disperati che marciano verso Nord per andare ad affrontare il Mediterraneo. In particolare in Niger, che è la vera porta d’accesso alla Libia per i migranti che arrivano anche da Nigeria, Ghana e Mali. Per non parlare delle migliaia che in Libia affluiscono attraverso l’Egitto (vedi sopra) dal Corno d’Africa, dal Sudan e dal Medio Oriente.


C’è un sacco da fare per la politica, dunque, anche senza mescolarsi all’umanitario. Lo faccia.


 


 


Fonte: http://www.linkiesta.it/it/article/2017/08/09/la-crisi-dei-migranti-ce-la-siamo-andata-a-cercare-in-libia-e-non-solo/35168/.


 


 


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