Moneta Fiscale: il punto della situazione

Ragioni forti per continuare a parlare, nel modo più serio e approfondito, del progetto Moneta Fiscale nelle sue possibili declinazioni e applicazioni

Moneta fiscale

Moneta fiscale


di Biagio Bossone / Marco Cattaneo / Massimo Costa / Stefano Sylos Labini.



 



 



 



A fine marzo scorso, l’uscita di un articolo di Gennaro Zezza sul blog di Beppe Grillo ha prodotto un salto di quantità e di qualità nel dibattito pubblico in merito alla Moneta Fiscale. 




Con alcune variazioni (vedi nel seguito) è un progetto ben noto ai lettori di Micromega, nonché ai politici e agli economisti che hanno avuto modo di leggere l’eBook pubblicato due anni fa a cura di Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Enrico Grazzini, Stefano Sylos Labini e del compianto Luciano Gallino. 




Dopo la presentazione della Moneta Fiscale sul blog di Grillo, le reazioni degli organi di stampa e di informazione dell’establishment sono state spesso orientate allo scetticismo e al tentativo di etichettare la proposta come un’esercitazione accademica, o peggio. Ma nel frattempo anche durante la campagna elettorale francese, due dei quattro principali candidati alla presidenza, Jean-Luc Mélenchon e Marine Le Pen, ben distanti tra di loro come posizionamento nell’arco politico, hanno nondimeno entrambi mostrato attenzione verso la possibilità di utilizzare la Moneta Fiscale per correggere le disfunzioni dell’Eurosistema, come esemplificato anche da articoli di stampa usciti ad esempio su Libération




Ed è un dato di fatto che a parte il PD, tutti i principali schieramenti politici italiani stanno valutando proposte di moneta nazionale parallela: non solo il M5S, ma anche la Lega (che la considera però un meccanismo propedeutico all’Italexit), e Forza Italia con i continui accenni di Berlusconi a uno strumento monetario parallelo - per ora non chiaro nei dettagli attuativi - da affiancare all’euro, invece, su base permanente. 




Ci sono quindi ragioni molto forti per continuare a parlare, nel modo più serio e approfondito, del progetto Moneta Fiscale nelle sue possibili declinazioni e applicazioni. 




 




La crisi di domanda dell’economia italiana 




L’economia italiana soffre di un pesante deficit di domanda aggregata, che determina livelli di attività economica nettamente inferiori al potenziale produttivo del paese. Il confronto tra PIL 2007 (anno in cui è stato raggiunto il massimo storico di PIL reale) e 2016, disaggregati nelle loro principali macrocomponenti, lo rende evidente.


































































Confronto 2016 vs 2007 a euro costanti 2016 Dati 2007 riportati a potere d’acquisto 2016 sulla base del deflatore PIL – Fonti: ISTAT, MEF


 

2007





2016





Variaz.





Variaz. %




PIL




1.801





1.672





-129





-7,2%




Consumi




1.408





1.330





-78





-5,5%




Investimenti




389





284





-104





-26,8%




Domanda interna (C+I)




1.797





1.614





-183





-10,2%




Export




494





502





7





1,5%




Import




500





444





-57





-11,4%




Saldo commerc. estero




-6





+58



   

A nove anni di distanza, il PIL reale italiano è (nonostante il timidissimo recupero iniziato nel 2014) inferiore di circa 130 miliardi, pari a oltre il 7%. E la caduta è interamente dovuta al crollo della domanda interna: l’export è l’unica componente che evidenzia un segno positivo. Modesto fin che si vuole (+1,5% in nove anni) ma comunque un segno più. 



Le importazioni sono cadute in misura simile e anzi un po’ più accentuata (-11,4%) rispetto alla domanda interna (-10,2%), il che ha portato il saldo commerciale estero da un leggero deficit (-6 miliardi) a una forte eccedenza (+58 miliardi). Il surplus italiano 2016 è stato in effetti il terzo al mondo per dimensione assoluta (dopo Germania e Cina) tra i paesi “trasformatori” (tra quelli, cioè, non significativamente dotati di materie prime e risorse naturali). 




A volte si legge che questo andamento dell’economia italiana rifletterebbe lo scollamento tra aziende esportatrici, che hanno saputo vincere o quantomeno reggere la “sfida della globalizzazione”, e il resto del sistema produttivo, che non si sarebbe adeguato al nuovo contesto. Ma è una spiegazione che non tiene, appunto perché ancora più della domanda interna sono, come visto, crollate le importazioni: il che significa che nel complesso non si è verificato un fenomeno di perdita di quota nel mercato interno a vantaggio di importatori “globalizzati”, o comunque più efficienti. Molto più banalmente, il minor potere d’acquisto indotto prima dalla crisi finanziaria mondiale, e poi dall’euroausterità, ha fatto calare la domanda italiana di beni e servizi – a danno dei produttori italiani così come, in misura analoga e anzi leggermente più accentuata, degli stranieri. 




E’ del tutto inverosimile che, se le aziende italiane vendono più di prima (poco, ma comunque di più) a San Francisco, a Shanghai o a Sidney, abbiano subito uno scadimento qualitativo o competitivo tale da produrre un calo a due cifre a Treviso, a Pesaro o a Cosenza. Si vende di meno in Italia perché, banalmente, girano meno soldi. Punto. 




L’altro dato da evidenziare è che la discesa della domanda interna (-10,2%) risente di un calo dei consumi (-5,5%) ma ancora di più di un autentico crollo degli investimenti (-26,8%). Niente di sorprendente, perché la depressione della domanda crea pesantissimi disincentivi a investire: meno soldi per fare ricerca e aggiornamento tecnologico degli impianti, meno necessità di espandere la (fortemente sottoutilizzata) capacità produttiva. Ma quando si dice che le aziende italiane devono recuperare produttività e competitività – quanto vi sembra plausibile riuscirci in un sistema paese che investe in impianti e infrastrutture oltre 100 miliardi all’anno in meno rispetto al 2007 ? 




Il recupero di un adeguato livello di circolazione interna di potere d’acquisto, e quindi di domanda, è imprescindibile per risolvere la crisi dell’economia italiana. La Moneta Fiscale permette di ottenerlo. Vediamo come. 




 




Definizione formale di Moneta Fiscale 




Per Moneta Fiscale intendiamo qualunque titolo che lo Stato si impegna ad accettare per l’adempimento di obbligazioni fiscali (tasse, imposte, contributi ai sistemi sanitari e pensionistici pubblici, eccetera). E’ un diritto di riduzione degli importi dovuti, quindi un diritto a beneficiare di uno sconto fiscale




La Moneta Fiscale non rappresenta moneta legale: nessuno, né in Italia né tantomeno in altri paesi dell’Eurozona, è obbligato ad accettarla come forma di pagamento, e lo Stato non si impegna a convertirla in moneta legale. La moneta legale rimane l’euro. 




La Moneta Fiscale ha tuttavia un valore “agganciato” all’euro, in quanto permette di ridurre, in proporzione 1:1, pagamenti altrimenti dovuti all’erario. Mille euro di Moneta Fiscale, in altri termini, saranno sempre e comunque equivalenti a mille euro in meno di tasse da pagare. 




La Moneta Fiscale è inoltre negoziabile, trasferibile e scambiabile tra soggetti terzi volontariamente disposti ad accettarla in corrispettivo di transazioni reali (beni e servizi) o finanziarie. Il percettore di Moneta Fiscale può, quindi, spenderla immediatamente. 




 




In quali forme la Moneta Fiscale può essere introdotta 




Va in primo luogo chiarito che la Moneta Fiscale non si presenterà sotto forma di banconote e monete metalliche diverse dall’euro. Non andremo in giro con due monete diverse nel portafoglio. 




Una prima modalità di introduzione, proposta e analizzata in testi pubblicati nel 2014-2015 ("La soluzione per l'euro" di Marco Cattaneo e Giovanni Zibordi, nonché l’eBook Micromega già citato) consiste in titoli finanziari che danno diritto a conseguire, a partire da due anni dopo la loro introduzione, sconti fiscali. La denominazione utilizzata nei testi citati è Certificati di Credito Fiscale, abbreviata in CCF, anche se sigle alternative quali TSF (Titoli di Sconto Fiscale) o CRF (Certificati di Riduzione Fiscale) sono state utilizzate in altre sedi. 




Successivamente è emersa con crescente evidenza l’opportunità di pensare all’erogazione di Moneta Fiscale mediante carte elettroniche (vedi qui Massimo Amato, Luca Fantacci e Gennaro Zezza, ma anche in precedenza qui). 




Queste carte elettroniche funzioneranno, in pratica, per effettuare pagamenti in modo analogo a un Bancomat o a una carta di credito. 




Le due modalità possono anche essere utilizzate congiuntamente. Come si vedrà, la Moneta Fiscale viene introdotta mediante un meccanismo di erogazione gratuita, a individui e aziende. La variante “carta elettronica” è più pratica per le fasce di individui in maggiori condizioni di disagio, che non sono abituati a gestire operazioni in titoli e possono addirittura non detenere conti correnti o rapporti bancari. L’erogazione mediante titoli (CCF) può invece essere più opportuna soprattutto per le quote di Moneta Fiscale assegnate alle aziende. La scelta può anche essere lasciata al percettore stesso. 




In ogni caso, la Moneta Fiscale potrà essere scambiata tramite una piattaforma elettronica unificata, che gestirà i conti degli operatori economici residenti nel paese (individui, imprese, associazioni, banche, istituzioni, enti pubblici) disponibili a effettuare transazioni in Moneta Fiscale. I conti potranno essere accessibili anche via telefono cellulare e internet. 




Sulla base di accordi liberamente e volontariamente sottoscritti, o anche di prassi operative che si diffonderanno spontaneamente, imprese, lavoratori, categorie di esercenti, aziende di distribuzione, imprese di pubblica utilità ecc. accetteranno pagamenti in Moneta Fiscale. L’accettazione non sarà, come detto, obbligatoria, ma verrà attivamente promossa dallo Stato. 




La Moneta Fiscale erogata sotto forma di titoli (CCF) potrà inoltre essere scambiata, vendendola contro euro, sulle normali (e già ben rodate) piattaforme di negoziazione dei titoli di Stato, allo stesso modo in cui è possibile vendere prima della scadenza un BOT o un BTP. Un CCF in effetti è un titolo di Stato, anche se non costituisce una forma di debito pubblico (lo Stato non si impegna a rimborsarlo a una scadenza data) ma deriva il suo valore dalla possibilità di utilizzarlo per ridurre pagamenti d’imposta (e dal connesso impegno dello Stato ad accettarlo a tal fine). 




Un elemento essenziale del progetto è che sia prevista una dilazione temporale relativamente al diritto di conseguire gli sconti fiscali. Se la Moneta Fiscale, in altri termini, consentisse risparmi d’imposta immediati, per l’intero importo erogato, l’operazione sarebbe equivalente a una riduzione di tasse. Si produrrebbe quindi un incremento di deficit pubblico (recuperabile in futuro grazie all’effetto espansivo su PIL e gettito fiscale, ma comunque incompatibile con la regolamentazione dell’Eurosistema). 




Il problema si risolve, appunto, con un meccanismo di differimento dell’utilizzabilità fiscale. Il differimento consente alla Moneta Fiscale di generare crescita del PIL mediante l’espansione della domanda. Ne deriva un accrescimento del gettito fiscale, prima dell’utilizzo della Moneta Fiscale per conseguire gli sconti. L’effetto espansivo su PIL e gettito è, tra l’altro, particolarmente forte se un’azione di incremento della domanda è attuata nel contesto di un’economia che opera molto al di sotto del suo potenziale produttivo. 




Tra le varie possibili modalità di differimento, la Moneta Fiscale erogata mediante carte elettroniche potrebbe essere utilizzata dal possessore in ragione per esempio di un 20% all’anno nell’arco di cinque anni. La componente differita sarebbe comunque un valore sicuro, perché un esercizio commerciale sa di avere in maniera continua esigenze di pagamenti fiscali a vario titolo (versamenti IVA, pagamenti di contributi sociali e di imposte anche per conto dei propri dipendenti, imposte dirette e indirette varie). 




La variante CCF potrebbe invece essere strutturata come un titolo (per esempio) a due anni: ricevo il 1° gennaio 2018 un diritto di sconto fiscale che potrò utilizzare illimitatamente a partire dal 1° gennaio 2020. Sarà sotto certi aspetti l’equivalente di un BTP biennale, con la differenza che nel caso del BTP esiste il rischio, almeno teorico, che lo Stato italiano vada in default su un BTP (cioè, in pratica, che non abbia gli euro per rimborsarlo a scadenza) mentre un diritto di sconto fiscale avrà sempre valore (le tasse e la morte sono l’unica certezza della vita, per citare Benjamin Franklin…). E si tratta di un valore certo perché lo Stato non sta assumendo alcun impegno finanziario che potrebbe non essere in grado di assolvere. 




Potrebbe rendersi opportuno riconoscere al possessore di Moneta Fiscale – sia nella forma di conto gestito presso la piattaforma elettronica centralizzata, che nella forma di CCF – un piccolo tasso d’interesse, variabile e regolabile da parte delle autorità pubbliche, per mantenere il valore della Moneta Fiscale allineato a quello dell’euro ed evitare scomode situazioni di “doppi prezzi” soprattutto quando si usa la Moneta Fiscale per pagare beni e servizi. In altri termini, faccio la spesa al supermercato o il pieno di benzina senza preoccuparmi di pagare il pieno 40 euro o 41 unità di Moneta Fiscale. Meglio ancora, non sono neanche tenuto a preoccuparmi di utilizzare euro o Moneta Fiscale: sono a tutti gli effetti pratici equivalenti, in quanto accettate alla pari dall’esercizio commerciale presso cui effettuo gli acquisti. 




 




Dimensioni e destinazioni delle assegnazioni di Moneta Fiscale 




La Moneta Fiscale sarà erogata in forma gratuita e aggiuntiva. Non si sta parlando, in altri termini, di sostituire una parte della spesa pubblica in euro con Moneta Fiscale, per esempio pagando in Moneta Fiscale stipendi o pensioni che prima erano corrisposti in euro. Si parla invece di effettuare un’operazione che espande la disponibilità di potere d’acquisto nell’ambito dell’economia italiana. 




 




Il primo anno di attivazione del programma, ad esempio il 2018, potrebbe prevedere l’erogazione di complessivi 30 miliardi, ripartiti in varie componenti:



 



  • Integrazioni retributive ai lavoratori, pubblici e privati, dipendenti e autonomi, privilegiando soprattutto i segmenti a reddito basso e medio-basso.

  • Interventi di spesa pubblica e sociale: maggiori pensioni, sussidi di disoccupazione, maggiori risorse (e quindi assunzioni di personale) a sanità, pubblica istruzione, protezione civile, interventi di ripristino post calamità naturali, ecc.

  • Co-finanziamento di investimenti pubblici.

  • Riduzione del cuneo fiscale effettivo a vantaggio delle aziende.


 



In tal modo, si metterà in atto un’azione di stimolo della domanda aggregata intervenendo sulle sue varie componenti e rilanciando contemporaneamente consumi privati, spesa sociale e investimenti. E tanto più la manovra si indirizzerà verso soggetti con alta propensione e necessità di spesa, tanto più elevato sarà l’impatto sulla domanda aggregata. 



 



L’assegnazione di Moneta Fiscale alle aziende, inoltre, comporterà la riduzione del cuneo fiscale, in misura pari ad alcuni punti percentuali del costo totale del lavoro. Le aziende conseguono in questo modo un immediato recupero di competitività, evitando così che la maggior domanda interna si disperda parzialmente in maggiori importazioni. Il recupero di competitività potrà essere tarato in modo da lasciare sostanzialmente invariati i saldi commerciali esteri. 



 



Per inciso, saldi commerciali esteri invariati implicano anche che non si sta facendo affidamento sulla possibilità, per il sistema economico italiano nel suo complesso, di pagare importazioni con Moneta Fiscale. Importazioni ed esportazioni nette saliranno di pari passo. 




Le erogazioni annue di Moneta Fiscale saranno gradualmente incrementate negli anni successivi, in maniera tale da riportare velocemente l’economia italiana a recuperare il deficit di PIL rispetto alla situazione pre-crisi, e a proseguire poi con un trend di crescita adeguato a mantenere un solido e tonico quadro di occupazione delle risorse e del mercato del lavoro. 




Il livello massimo di erogazioni annue di Moneta Fiscale potrà attestarsi intorno ai 100 miliardi annui. Tenuto conto che mediamente l’utilizzo della Moneta Fiscale per conseguire sconti d’imposta avverrà un paio d’anni dopo l’erogazione, questo equivale a dire che la Moneta Fiscale totale in circolazione raggiungerà un ordine di grandezza massimo di 200 miliardi circa. 




 




Compatibilità della Moneta Fiscale con trattati e regolamenti europei 




La Moneta Fiscale è totalmente coerente con i trattati e i regolamenti che regolano il funzionamento dell’Eurosistema. 




In primo luogo, non trattandosi di moneta legale ad accettazione obbligatoria, non viola l’esclusiva riservata alla Banca Centrale Europea. La BCE rimane l’unico soggetto che governa l’emissione di euro. La Moneta Fiscale è un titolo finanziario il cui valore è agganciato, e tendenzialmente equivalente, all’euro, ma è un titolo di diversa natura. 




In secondo luogo, la Moneta Fiscale non è una componente né del deficit pubblico annuo, né del debito pubblico complessivo. Si tratta di un non-payable tax credit, che i trattati e i regolamenti Eurostat non considerano debito finanziario (vedi qui alcune considerazioni di Massimo Costa sull’argomento). 




Quest’ultimo punto suscita a volte sorpresa: la Moneta Fiscale non andrà a ridurre le disponibilità finanziarie dello Stato emittente, a parità di condizioni, quando verrà utilizzata per beneficiare degli sconti fiscali ? non va quindi considerata un debito ? 




In realtà i principi contabili adottati non lasciano dubbi al riguardo. La grandezza oggetto di controllo è il debito finanziario, inteso come l’entità degli impegni che danno diritto al titolare di ricevere un pagamento in euro. Solo il debito definito in questo senso può dar luogo a un evento di default per lo Stato emittente. 




Fintantoché il deficit pubblico (eccesso dei pagamenti di euro rispetto agli incassi in euro) e il debito pubblico (totale dei titoli in circolazione a fronte del quale sussiste un impegno di rimborso in euro) sono in linea con gli impegni assunti, i vincoli di finanza pubblica risultano rispettati, a prescindere dall’ammontare di Moneta Fiscale in circolazione. 




 




Gli equivoci sul debito pubblico 




Uno dei grandi equivoci in merito alla situazione economica italiana è che l’elevato livello del debito pubblico renda impossibile effettuare azioni espansive, e che quindi l’Italia sia condannata a crescite asfittiche – che implicano il permanere di altissimi, inaccettabili livelli di disoccupazione, sottoccupazione, e disagio sociale – per un periodo di tempo indefinito.


 


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 (17 giugno 2017)