Ma chi guiderà la transizione?

Recensione a: Domenico Moro, "La gabbia dell’euro. Perché uscirne è internazionalista e di sinistra" (Imprimatur, 2018). [Guglielmo Forges Davanzati]

Domenico Moro |  "La gabbia dell’euro. Perché uscirne è internazionalista e di sinistra" (Imprimatur, 2018)

Domenico Moro | "La gabbia dell’euro. Perché uscirne è internazionalista e di sinistra" (Imprimatur, 2018)

di Guglielmo Forges Davanzati



Le previsioni sull’abbandono unilaterale dell’euro da parte dell’Italia sono state oggetto, in questi anni, di numerosi studi, basati sulla convinzione metodologica per la quale in Economia sarebbe possibile calcolare, seppur con un dato margine di errore, i costi e i benefici che l’economia italiana trarrebbe dall’abbandono della moneta comune europea Si tratta, ad avviso di chi scrive, di esercizi che, sul piano della teoria economica, risultano fondamentalmente irrilevanti.


Le previsioni in Economia, soprattutto per problemi di così grande portata, sono essenzialmente previsioni politiche. L’”uscita dall’euro” sarebbe un evento epocale, rispetto al quale nessun economista intellettualmente onesto può pretendere di detenere la verità. Lo studio di ciò che è accaduto in casi passati di break-up di unioni monetarie può aiutare, ma ovviamente non è dirimente, se non altro perché è pressoché impossibile rinvenire regolarità storiche.


Il libro di Domenico Moro fuoriesce dalle tradizionali posizione pro o contro l’euro, basate su una impostazione economicistica, e pone ulteriori argomenti a favore dell’exit, all’interno di una cornice teorica marxista, nella quale si recepisce il marxismo della teoria della caduta tendenziale del saggio del profitto. L’autore tratta di argomenti che attengono alla sfera politica e che, dunque, non risentono delle ingenuità delle posizioni economicistiche no-euro. Premettendo che chi scrive ritiene l’ipotesi di uscita notevolmente rischiosa, che ritiene che l’eventuale implosione dell’UME avverrà per opera della Germania (per effetto della progressiva riduzione della domanda interna all’UME e della possibile convenienza dell’industria tedesca ad accrescere le esportazioni extra-UE), e dunque premettendo che l’autore di questa recensione è lontanissimo dalle posizioni dell’autore del libro, occorre riconoscere che la strada percorsa da Moro suscita interesse, dal momento che propone un approccio in larga misura nuovo nel dibattito italiano sulla crisi dell’Eurozona.


La tesi fondamentale del libro è riassunta a p.84, dove si legge che “l’uscita dall’euro è una condizione non sufficiente ma necessaria” per l’obiettivo di riequilibrare i rapporti di forza fra Capitale e Lavoro. Moro propone al lettore una sintetica ma efficace ricostruzione di come il nazionalismo è stato storicamente interpretato, del perché e del quando è stato assunto come ideologia delle classi dominanti, seguendo schemi analitici niente affatto banali, sulla scia di Marx, Lenin, Gramsci. È condivisibile, in particolare, la tesi secondo la quale oggi il capitale (almeno quello egemone, riferibile alle grandi multinazionali e alla finanza sovranazionale) ha bisogno di un’ideologia cosmopolita. È solo l’ideologia cosmopolita che può consentire la legittimazione di una modalità di riproduzione trainata dalle esportazioni e dalla ‘nuova’ globalizzazione.


Moro prova a sgombrare il campo da un equivoco: non sempre e non necessariamente il concetto di nazione è di destra. Da sinistra “Il recupero della sovranità democratica e popolare è, prima di tutto, il ristabilimento di un contesto di lotta in cui i subalterni non siano sconfitti in partenza, mediante la reintroduzione di meccanismi economico-istituzionali che consentano di ridefinire rapporti di forza più favorevoli al lavoro salariato. Questi meccanismi si concretizzano, innanzi tutto, nella ricollocazione al livello statale del controllo sulla valuta, al fine di manovrare sui cambi e di attribuire alla Banca centrale il ruolo di prestatore di ultima istanza e di acquisto dei titoli di Stato”. Si riconosce che “Ovviamente, queste misure non risolvono di per sé tutte le contraddizioni del capitalismo né i problemi dei lavoratori” ma “indeboliscono i rapporti di produzione capitalistici, perché l’euro è una importante (se non la più importante) leva di imposizione del comando del capitale sulla forza-lavoro e di ristrutturazione della produzione di profitto, mediante l’internazionalizzazione del capitale, elemento decisivo del capitalismo contemporaneo” (p.84).


Ad avviso di chi scrive, non si tratta di una tesi convincente, neppure al netto delle possibili conseguenze economiche dannose per i lavoratori derivanti dall’exit. Non è una tesi condivisibile perché se l’autore è convinto che gli attuali rapporti di forza fra capitale e lavoro, su scala globale, sono fortemente squilibrati a vantaggio del capitale, l’abbandono dell’euro non dovrebbe portare altro esito se non la riproduzione, su scala nazionale, delle stesse dinamiche.


Neppure convince l’idea che l’exit potrebbe contribuire a ridefinire i rapporti di forza fra capitale e lavoro, a partire dall’attribuzione alla Banca Centrale delle funzioni di prestatore di ultima istanza. Di per sé, questo è un fatto tecnico. Occorre poi capire se la monetizzazione (ammesso che ci si arrivi) serva a finanziare deficit ‘ buoni’ o ‘cattivi’ (dunque favorevoli o meno alla classe lavoratrice): e qui si torna al problema squisitamente politico attinente alla domanda chi – e a favore di quali classi - guiderà la transizione.


 


Pubblicato su Nuovo Quotidiano di Puglia, 16 febbraio 2018.


Fonte: Guglielmo Forges Davanzati