La posta in gioco è ben più alta

L’intervento del Procuratore Generale Roberto Scarpinato all’inaugurazione dell'anno giudiziario a Palermo il 27 gennaio 2018.

Il Procuratore Generale Roberto Scarpinato.

Il Procuratore Generale Roberto Scarpinato.

di Roberto Scarpinato

L’esiguità del tempo a mia disposizione non consente di svolgere un’analisi dell’attività espletata nel decorso anno giudiziario dalla magistratura inquirente del distretto, né di esporre le più recenti evoluzioni delle fenomenologie criminali nel territorio. 
Tale analisi è stata quindi condensata in una relazione scritta redatta con il contributo dei sette Procuratori della Repubblica del Distretto, che si compone di 406 pagine e che sarà pubblicata sul sito istituzionale on line della Procura Generale di Palermo. 

Ciò premesso, nel dare atto che tutte le Procure della Repubblica del distretto hanno raggiunto nel periodo in esame standard quantitativi e qualitativi di assoluto rilievo, mi limito in questa sede solo ad accennare ad alcuni scarni dati statistici: quanto alle indagini preliminari sono state richieste e poi eseguite 2017 misure cautelari personali, 790 misure cautelari reali, 290 misure di prevenzione, mentre la fase del giudizio ha comportato l’impegno dei magistrati requirenti in ben 11.223 udienze. 
Gli indici numerici dei procedimenti definiti rispetto a quelli sopravvenuti segnano significativi rialzi, mentre si riduce in tutte le Procure la percentuale dei procedimenti prescritti. 

Se dovessimo limitarci ad esaminare l’andamento dell’amministrazione della giustizia in un’ottica autoreferenziale e produttivistica, tutta interna cioè agli apparati giurisdizionali, potremmo pervenire a conclusioni ottimistiche atteso che il saldo tra input e output appare positivo.
Ma tale approccio di tipo aziendalistico rischia di condurre a conclusioni fallaci. 

Non appena si allarghi l’orizzonte conoscitivo alla realtà sociale esterna al palazzo di giustizia, il quadro si tinge di molti chiaroscuri e di pesanti ombre, sollevando interrogativi sulla concreta capacità della giustizia penale ordinaria di raggiungere significativi risultati concreti nel contenimento e nella riduzione del crimine. 

Infatti, nonostante gli sforzi profusi e l’incremento della produttività, l’indice statistico dei reati invece che diminuire o restare costante, registra rispetto all’anno scorso un incremento percentuale del 9,24% come media statistica dell’intero distretto.
Gli incrementi, che riguardano una larga fascia di reati, si concentrano nei territori di Palermo con un più 22,28%, di Termini Imerese con un più 17,7% e di Trapani con un balzo statistico del 51,54 % in più. 

Tali aumenti percentuali, indicativi di una crescita dell’area dell’illegalità quasi insensibile alla risposta giudiziaria, appaiono tanto più significativi ove si ponga mente a due fattori. 

Il 15 gennaio 2016 sono stati emanati i decreti legislativi n. 7 e n. 8 che hanno abrogato e depenalizzato una quota significativa di reati.
Se si tiene conto che le predette depenalizzazioni nel loro sommarsi hanno diminuito le iscrizioni di nuovi reati nei registri delle procure in percentuali complessivamente variabili dal 20% al 30%, appare tanto più significativa la circostanza che, nonostante siffatte politiche criminali deflattive, i dati statistici attestino tuttavia una crescita percentuale delle iscrizioni di reati pari a circa il 10%. 

Ciò vuol dire che l’area dell’illegalità registra una crescita tale da neutralizzare l’efficacia delle politiche criminali deflattive, tuttavia indispensabili perché in assenza di tali interventi deflattivi il tasso di crescita dei reati in alcune zone del territorio raggiungerebbe il 40% ed il 70%, con relativo incremento del numero dei procedimenti da gestire. 

Per apprezzare pienamente la crescita dell’area dell’illegalità, occorre considerare un secondo fattore. 
Gli indici statistici delle Procure della Repubblica prendono in considerazione solo i reati segnalati dai cittadini a seguito di denunce e querele e i reati autonomamente accertati dalle Forze di Polizia e dalla magistratura.

Resta fuori dal computo la cifra oscura dei reati consumati e tuttavia non denunciati o non accertati: una cifra che, secondo vari indici, appare molto significativa in settori di grande rilevanza quali, a titolo di esempio, i reati di estorsione, di usura, di lesioni gravi e gravissime di lavoratori a seguito di violazione della normativa antiinfortunistica, il reato di cui all’art. 603 bis c.p. che sanziona con la pena da uno a sei anni i datori di lavoro che impiegano lavoratori sottoponendoli a condizioni di sfruttamento e approfittando del loro stato di bisogno, ed ancora rientra nella cifra oscura una ampia gamma di reati contro la P.A. 

Gli spunti di riflessione che si evincono dai dati accennati, sollevano interrogativi sulla capacità del sistema penale di assolvere pienamente, nonostante il miglioramento della propria efficienza interna, alla funzione general preventiva di disincentivare e prevenire la consumazione dei reati, mediante la minaccia dell’applicazione delle sanzioni penali e la loro concreta irrogazione. 
L’esame delle cause che fanno si che nonostante l’aumento del rendimento degli uffici giudiziari, l’area dell’illegalità non solo non regredisca ma addirittura aumenti e in modo significativo, è di tale complessità da non essere compatibile con i tempi a disposizione.

Alcune cause si radicano certamente nelle condizioni di progressivo degrado sociale ed economico in cui versano ampi strati della popolazione soprattutto in una regione quale la Sicilia, divenuta secondo gli Indici Istat la regione più povera del paese con il 54,4% della popolazione a rischio di povertà e con il più alto indice di disuguaglianza economica tra i suoi abitanti a livello nazionale ed europeo. 

Paradigmatico è al riguardo il considerevole aumento tra il 20 ed il 25% nella provincia di Palermo dei reati riconducibili alla criminalità diffusa e segnatamente dei reati furti in abitazione, delle estorsioni e delle rapine. 

Al riguardo il Procuratore di Palermo osserva che la novella legislativa che ha previsto per taluni di tali reati un considerevole aumento della pena edittale non ha sortito l’effetto deterrente auspicato, aggiungendo: “Va certamente osservato che tale fenomeno rimane sempre collegato alla c.d. criminalità violenta che evidenzia una parte di condotte realizzate da soggetti in condizioni di disagio economico, sintomatico questo di un ampliamento della fascia della popolazione in condizione di deteriore disagio economico e sociale”.

E ancora a proposito dei furti su utenze domestiche, ovvero furti di energia elettrica, gas, acqua aventi una rilevanza statistica pari al 10% del totale dei procedimenti penali iscritti alla Procura di Palermo, nella relazione del predetto ufficio si osserva: 

La vastità del fenomeno è ricollegabile a condizioni di disagio economico o di vera e propria indigenza di larghi strati della popolazione.” 

Ad analoghe conclusioni pervengono gli altri Procuratori della Repubblica.
Con riferimento ad esempio all’aumento esponenziale dei casi di maltrattamenti in famiglia, di atti persecutori, di violenze sessuali e di inosservanza degli obblighi di mantenimento, il Procuratore di Termini Imerese osserva:

Spessissimo si è avvertito in modo netto il nesso tra le più gravi vicende di violenza domestica e l’attuale situazione di crisi economica, potendosi individuare in molti casi la radice delle difficoltà intra-familiari proprio nell’assenza di stabili occupazioni e di fonti reddituali [….] non sono stati affatto infrequenti i casi in cui, nella ricostruzione investigativa delle singole vicende, si è notato il riferimento finanche all’impossibilità di reperire il denaro per organizzare i pasti quotidiani, anche all’interno di nuclei familiari composti da minori in tenera età..” 

Siffatte notazioni evidenziano come in tali ed in altri settori del crimine – ai quali per ragioni di tempo non posso accennare – sussista una connessione profonda tra questione criminale e questione sociale che diviene di anno in anno sempre più ineludibile.

Delegare solo alla giustizia penale la risposta alla crescita di fenomeni di illegalità che traggono in larga misura origine da complesse dinamiche socio economiche, si rivela una scorciatoia perdente e improduttiva, idonea solo a sopire il bisogno collettivo di sicurezza, alimentando l’illusione repressiva, l’illusione cioè che l’aumento delle pene edittali e una ipercriminalizzazione delle condotte possano di per se stesse determinare il regresso del crimine. 

Non ci può essere equilibrio sociale e crescita della cultura della legalità senza politiche di inclusione sociale, se non si riduce in modo significativo la percentuale di persone che confinate in periferie degradate si arrangiano come possono, che violano la legge per andare avanti, senza che la legalità offra loro concrete possibilità di sopravvivenza e di ascesa sociale senza passare dal crimine. 

L’illusione repressiva fa spesso il paio con l’illusione correzionalista a costo zero.

Per un verso si affida solo all’intervento penale la risposta a condotte illegali realizzate in larga misura da soggetti appartenenti a fasce popolari che vivono in condizioni di degrado, senza mettere contemporaneamente in campo interventi nell’ambito sociale per rimuovere le condizioni che favoriscono l’accostamento al crimine di tali soggetti, determinando così la crescita della popolazione detenuta. 

Per altro verso per non superare il limite di capienza massima a causa dell’aumento costante della popolazione carceraria, si ampliano i presupposti per l’accesso alle misure alternative alla detenzione, senza tuttavia investire le risorse necessarie per garantire la risocializzazione dei condannati. 

Come è noto la c.d. legislazione svuota carceri è stata emanata in via di urgenza per sottrarre il paese all’irrogazione di sanzioni europee dopo la sentenza Torreggiani della Corte EDU con l’obiettivo prioritario di ridurre il numero globale dei detenuti sotto la soglia della capienza regolamentare. 

Raggiunto tale scopo, non sono state poi tuttavia investite le risorse necessarie perché le misure alternative invece di essere piegate solo a fini deflattivi, possano assolvere lo scopo prioritario della risocializzazione dei condannati estromessi dal circuito carcerario.

Come risulta dalla relazione del Presidente della Tribunale di Sorveglianza e del Presidente della Corte, a causa degli tagli alla spesa in tale settore mancano gli educatori, gli assistenti sociali, mancano le offerte di lavoro, scarseggiano i fondi per le proposte formative, soprattutto quelle relative ai corsi scolastici e ai corsi professionali.

Mancano persino i braccialetti elettronici per garantire la sorveglianza dei condannati ai quali, a seguito delle riforme legislative intervenute, non è più possibile applicare la misura della custodia cautelare in carcere, ma solo quella degli arresti domiciliari da realizzarsi appunto con i braccialetti elettronici.

Da qui anche una delle cause del costante incremento statistico (+ 23%) dei reati di spaccio di stupefacenti posti in essere in molti casi da spacciatori agli arresti domiciliari e di fatto fuori controllo.

Alla prova dei fatti, è forte il dubbio che lo sfollamento delle carceri e la sostituzione delle pene detentive con misure alternative – se realizzati senza adeguati investimenti economici per la successiva risocializzazione – possano tradursi in buona parte in un riaffollamento delle vie delle città di condannati per nulla rieducati, per nulla reinseriti socialmente, e nella sostanza riconsegnati a un destino di emarginazione sociale e di precarietà esistenziale, anticamera del loro pendolare ritorno al crimine anche come forma di sussistenza. 

Utili elementi di riflessione al riguardo si traggono dalle recenti analisi statistiche elaborate dal Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria. 

Dopo una temporanea riduzione complessiva del 14% della popolazione detenuta nel 2014 per effetto di nuovi provvedimenti deflattivi varati in quel periodo (liberazione anticipata speciale, limitazione nell’applicazione della custodia cautelare) e della reintroduzione della distinzione tra droghe leggere e droghe pesanti, nel corso del 2016 il numero dei detenuti presenti ha ripreso ad aumentare in modo costante, raggiungendo alla data del 31 ottobre 2016 la quota di 54.912 unità.

L’incremento statistico dei reati nel distretto di Palermo non riguarda solo i reati tipici della delinquenza professionale e di soggetti appartenenti a fasce popolari economicamente disagiate, ma chiama in causa anche colletti bianchi appartenenti ai piani alti della piramide sociale, dotati di elevato livello di scolarizzazione e inseriti in nodi strategici del tessuto istituzionale. 

Nel distretto si registra un incremento del 97% di procedimenti per reati di corruzione, del 77% per i reati di concussione, del 27% per i reati di malversazione a danno dello stato e di indebita percezione dei contributi. 
Ma più che il dato quantitativo, di per sé significativo, ciò che colpisce è il quadro complessivo che emerge dalla lettura delle particolareggiate relazioni dei procuratori sui procedimenti instaurati. 

Il numero dei soggetti coinvolti, i ruoli apicali o strategici da tanti di essi ricoperti all’interno di ministeri nazionali, di vari assessorati della Regione siciliana, della più diversa tipologia di uffici ed enti pubblici – dalle Comuni alle Asl, dal Genio Civile alla INAIL e via elencando, la serialità delle condotte criminose, la vastità delle reti di relazioni e di complicità, la rilevantissima entità economica dei danni causati dalle condotte criminose al pubblico erario e alla collettività, ricompongono - tessera dopo tessera - il quadro di un collasso etico e di una deriva criminale di segmenti significativi della classe dirigente. 

La crescita costante anno dopo anno di tale fenomenologia criminale, in larga misura sommersa, (nell’ultimo triennio l’andamento di crescita a Palermo è stata del 23%) attesta che anche in questo settore la giustizia penale non riesce ad assolvere la funzione generalpreventiva di disincentivare la consumazione dei reati mediante la minaccia dell’irrogazione delle sanzioni e la loro successiva comminazione. 

Il deficit degli effetti della risposta penale in tale specifico settore appare il risultato di politiche legislative stratificate nel tempo che hanno depresso ai minimi termini in vari modi il rischio ed il costo penale derivanti dalla consumazione di tali reati, alimentando così la crescita di una cultura impunitaria che, a sua volta, ha operato da propellente per la crescita del fenomeno. 

A proposito dell’abbattimento del costo penale, i dati statistici elaborati dal DAP sulla composizione della popolazione carceraria offrono un riscontro obiettivo di quali siano stati gli effetti di tali politiche legislative. 

In un paese come l’Italia, caratterizzato da un livello di corruzione tra i più elevati al mondo, il numero di persone detenute in espiazione pena definitiva per i reati più gravi contro la P.A. è statisticamente talmente irrisorio da non essere neppure quotato. 

I pochi condannati con sentenza definitiva, quelli nei cui confronti si è reso possibile definire i tre gradi del giudizio prima che intervenisse la prescrizione dei reati, sono pressoché tutti ammessi ad usufruire di misure alternative alla detenzione che dovrebbero risocializzare e rieducare alla legalità mediante l’istruzione ed il lavoro colletti bianchi altamente scolarizzati, di reddito elevato e già professionalmente realizzati. 

Un habitat sociale caratterizzato dal regredire progressivo della cultura della legalità e della solidarietà sociale sia nelle classi popolari che in quelle alte, dal ripiegamento individualistico nella cura esclusiva del proprio tornaconto personale da perseguire con tutti i mezzi leciti e illeciti, costituisce certamente un humus fertile per lo sviluppo della criminalità mafiosa. 

Una criminalità mafiosa che nonostante l’incessante azione repressiva svolta dalla magistratura e dalle forze dell’ordine concretatasi in una media annuale di arresti che supera le 200 unità e in pesanti condanne detentive che hanno falcidiato sia la manovalanza mafiosa che i quadri direttivi dell’organizzazione, dimostra straordinarie capacità di metabolizzare i colpi subiti e di adottare sofisticate strategie di riorganizzazione la cui esposizione richiederebbe una trattazione a parte che, a causa dello spirare del tempo a mia disposizione, non posso svolgere, rinviando al riguardo alla relazione scritta.
 
Mi limito solo ad osservare che è diffusa sia tra i magistrati antimafia che nelle Forze di Polizia la consapevolezza che, come scrive al riguardo testualmente il Procuratore della Repubblica di Palermo nella sua relazione, “sarebbero sufficienti un paio di anni di minore attenzione nei confronti del fenomeno in esame da parte dello Stato per consentire all’associazione medesima di ripristinare l’inaudita forza criminale manifestata sino agli anni 90”.

Nell’incipit della sua relazione Signor Presidente ha ricordato che quest’anno ricorre il settantesimo anniversario della promulgazione della nostra Costituzione. 

Una Costituzione definita dalla cultura giuridica internazionale come la più avanzata al mondo, una Costituzione che è stata il faro ed il lievito della complessa transizione del nostro paese da un popolo di sudditi sottomessi ad una nazione di cittadini consapevoli dei propri diritti, e che, tuttavia, nel corso dell’ultimo ventennio è stata al centro di ripetuti tentativi di stravolgerne parti essenziali mediante leggi di revisione costituzionale approvate da maggioranze politiche di diversi schieramenti.

Leggi di revisione entrambe respinte da referendum popolari nel giugno 2006 e nel dicembre 2016 che hanno dimostrato come il nostro popolo sia più consapevole del valore della nostra Costituzione e del modello di società in essa insito, di quanto lo siano larghe componenti della classe politica.

Se tale affezione popolare alla Costituzione è motivo di consolazione per chi si riconosce pienamente nei suoi valori, è tuttavia motivo di inquietudine dovere constatare come il disegno di modificarne i contenuti respinto in sede referendaria, prosegua di fatto per vie oblique mediante l’approvazione di leggi ordinarie che nel loro susseguirsi nel tempo hanno in buona misura svuotato di reali contenuti diritti sociali costituzionali fondamentali quali quelli del lavoro garantiti dagli articoli 4, 35 e 36. 

Dinanzi alla realtà di una disoccupazione giovanile di massa, di una precarizzazione del lavoro che si traduce in precarietà esistenziale, di un lavoro talmente sottopagato da assicurare solo la sopravvivenza ai limiti della povertà, ci si chiede che contenuto reale residui dell’art. 36 della Costituzione che garantisce il diritto al lavoro e ad una retribuzione sufficiente a garantire una esistenza libera e dignitosa.

Una decostituzionalizzazione strisciante che funge da lasciapassare per politiche economiche che hanno determinato una crescita vertiginosa nel nostro paese delle disuguaglianze sociali e con essa dell’ingiustizia sociale. 
L’Italia si colloca oggi al ventesimo posto per disuguaglianza dei redditi nella classifica mondiale. Il 20% della popolazione più ricca detiene il 66,41% della ricchezza nazionale. Ai più poveri va solo lo 0,09%. 

Ogni giorno di più viene tradito il solenne impegno della Repubblica, sancito dall’art. 3 della Costituzione, di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana. 
È il tradimento di questa promessa determina la disaffezione di larghe componenti popolari non solo nei confronti della politica ma anche nei confronti dello Stato. 

Secondo il rapporto “Gli italiani e lo Stato” curato dall’Istituto Demos e pubblicato in questi giorni, il grado di fiducia dei cittadini nello Stato è diminuito di ben 11 punti percentuali negli ultimi dieci anni attestandosi sulla soglia di un misero 19%. 
Credo che in una giornata come questa dedicata alla giustizia e in un luogo come questo Palazzo consacrato alla memoria di uomini che alla giustizia intesa nel suo senso più nobile hanno sacrificato la vita, i giuristi democratici e consapevoli siano chiamati a prendere piena coscienza che le sfide che ci attendono vanno ben al di là di assicurare la produttività della c.d. azienda giustizia. 

La posta in gioco è ben più alta. È la tenuta stessa dello Stato democratico, è il senso stesso che vogliamo dare al nostro ruolo di operatori di giustizia, è il senso stesso del nostro essere comunità e non solo una somma aritmetica di individui consegnati ciascuno alla propria solitudine.


 


Link articolo: La repressione non basta va difesa la costituzione

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