Nazione non è Nazionalismo

Un botta e risposta tra Giulietto Chiesa e un lettore su un tema che ridiventa importante: Nazione e Nazionalismo. Con tutte le distinzioni, e una riflessione su destra, sinistra e sopravvivenza

Planisfero e bandiere nazionali

Planisfero e bandiere nazionali

(Risposta a Giovanni Fini)

 

Gentile Giulietto Chiesa,

Mi trovo a riscriverle perché non riesco proprio a comprendere il suo entusiasmo per questi movimenti nazionalistici. 

Certo arrivo al punto di provare un minimo di soddisfazione per le botte nei denti che la finanza globalista si sta prendendo ultimamente, ma di sicuro non vedo nei movimenti nazionalistici la soluzione. Anzi a ben vedere rappresentano tutti un ritorno al passato che storicamente non ha mai funzionato. 

Lei (e molti altri) insiste sul fatto che destra e sinistra non esistono più e che adesso la vera dicotomia sia tra nazionalisti e globalisti, tra un élite che ha beneficiato della globalizzazione e una maggioranza che ne ha subito le conseguenze, tra la città e le zone rurali. 

Ora, personalmente mi trovo solo parzialmente d’accordo con questa sua analisi. 

Quello su cui mi permetto di dissentire fortemente è sulla sua idea che i “nuovi” movimenti nazionalisti siano al di sopra della dicotomia destra-sinistra, infatti a ben vedere sono tutte destre classiche. Sebbene estrema destra ed estrema sinistra possano apparire simili superficialmente, quello che le rende irriconciliabili è la propensione internazionalistica vs. propensione nazionalistica.

Quindi quando questi movimenti di destra dicono che la dicotomia destra sinistra non funzioni più, non sono completamente d’accordo e credo che lo facciano per sgraffignare voti di sinistra (quella vera). 

In realtà la propensione globalista è ancora un pilastro della cultura di sinistra sebbene sia stata presa in prestito dalla finanza globale, e il nazionalismo è ancora un pilastro della destra. 

Personalmente non credo alla narrativa dei nazionalisti che rappresenterebbero la vera essenza di una nazione, di una cultura, di un sentire. Anzi credo che siano tutti costrutti culturalmente traballanti che si dimenticano del fatto che le culture nazionali sono figlie del XIX secolo. Periodo nel quale si sono costruite con grande spargimento di sangue (reale e metaforico) e al prezzo di cancellare molti localismi. 

Quindi la distruzione delle identità nazionali andrebbe vista come un fatto del tutto positivo (e speriamo inevitabile) poiché non vi è nulla di autentico in quella che viene definita identità nazionale e che ci viene presentata come un fatto naturale. 

Mi sembra che lei guardi con simpatia a questi movimenti, mentre io penso che rappresentino una cura peggiore del male stesso. 

Nessun movimento nazionalista può pensare di prendersi in carico le sfide dei prossimi anni. I miseri confini nazionali sono un recinto del tutto inadeguato per rispondere alle sfide geopolitiche di natura globale, ma anche per tentare di risolvere il problema delle masse migratorie, degli effetti del cambiamento climatico, delle sfide biogenetiche, della sfida della robotica e delle intelligenze artificiale. 

Non stupisce infatti che nessun movimento nazionalista abbia una soluzione per questi problemi, o propongano soluzioni pane salame buone per acquietare un’opinione pubblica dai gusti semplici, ma del tutto inadeguate a confrontarsi con il problema stesso. 

Visto che credo che entrambi proveniamo da un background di sinistra vorrei capire come faccia a non vedere questi fattori macroscopici. Come le ripeto, la finanza globalista e fuori controllo ha fatto dei danni incalcolabili alla classe media dei paesi ricchi (anche se va detto che ha comunque creato una classe media nei paesi poveri), ha provocato grandi danni all’ambiente. 

Solo che il ritorno che lei sembrerebbe augurarsi è del tutto inadeguato a rispondere alle sfide dei prossimi decenni. 

Potrebbe dirmi che cosa ne pensa di DIEM25 di Varufakis (che a me sembra l’unica opzione con un minimo di senso nel panorama europeo contemporaneo)? Certo resta il fatto che sembra essere un movimento culturalmente elitario e non ancora in grado di parlare alle masse, specialmente a queste masse, nondimeno a me sembra che quella sia la direzione giusta: un movimento europeista democratico e di sinistra. La ringrazio e le auguro buon lavoro.

Distinti Saluti.

Giovanni Fini

 

 

 


Gentile Signor Fini, 

la sua lettera è molto interessante perché mi consente di affrontare questioni che spesso sono fonte di equivoci sia terminologici che politici. 

Leggendola mi sono ricordato di ciò che scrisse Antonio Gramsci in un passaggio del suo “Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura”. Concetto che ho avuto occasione di sperimentare infinite volte nel corso delle mie conferenze e incontri, pubblici e privati. 

È puerile pensare che un «concetto chiaro», opportunamente diffuso, si inserisca nelle diverse coscienze con gli stessi effetti «organizzatori» di chiarezza diffusa: è questo un errore «illuministico».

Cioè dici una cosa che ti sembra chiara, anzi evidente, e scopri che cento persone che ti hanno ascoltato hanno capito cento cose diverse.

Intendiamoci, è normale che sia così, oggi. Da quarant’anni non esiste più una scuola decente. Non esistono più i partiti (che comunque svolgevano una funzione educativa). E milioni di persone non hanno più binari sui quali far muovere i loro pensieri. Improvvisano perciò risposte incongruenti, si fanno prendere dalle emozioni, si lamentano, gridano, ma in resltà subiscono. 

Ma questo è un discorso lungo che non si può affrontare qui.

Lei esordisce attribuendomi, sconcertato, un mio “entusiasmo” per i “movimenti nazionalistici” che non mi risulta di avere mai espresso. Infatti io non ho mai pensato, e non penso, che essi rappresentino la soluzione dei problemi della nostra epoca, della crisi globale in corso. 

Né io penso che “la vera dicotomia sia tra nazionalisti e globalisti”. Io ragiono invece così: che tutti questi numerosi e distinti movimenti stanno sorgendo e moltiplicandosi come risposta alla globalizzazione americana, o occidentale che dir si voglia. Sono la risposta “strutturale”, spontanea, irriflessa, difensiva, perfino disperata. Come tali essi sono il sintomo di una crisi profondissima delle società industriali cosiddette “avanzate”. E la loro azione, come lei scrive, sta infliggendo colpi durissimi, inattesi, alle classi dominanti dell’Occidente. 

Io plaudo a questi colpi, che ritengo salutari. Ma non posso essere entusiasta di ciò perché vedo, come lei, che chi prende la guida di questi movimenti sono spesso (non sempre) forze che non hanno a loro volta una visione della crisi, che non la comprendono, che guardano indietro (come lei giustamente rileva) anche perché non sanno cosa c’è davanti.

Il problema, uno dei problemi, è che la “sinistra” (non imbarchiamoci per favore nella disputa di cosa sia, la metto tra virgolette per ricordarmi che non si sa più di che stiamo parlando), tutte le miriadi di sinistre che conosciamo, non esistono più in forma di progetto. Esistono in quanto sono residuati storici, qualche volta semplicemente nostalgici, ma hanno perduto, agli occhi delle grandi masse popolari, ogni connotazione alternativa alla globalizzazione imperiale. L’hanno sposata senza condizioni, la sostengono, la appoggiano mentre organizza le guerre. 

E anche le sinistre più sinistre sono prive di ogni programma del presente, impegnate a recitare giaculatorie del passato che nessuno capisce. Non esiste più un’analisi di classe dell’epoca della sparizione delle classi così come le si intendeva nel secolo scorso. Non esiste più alcuna capacità dunque, di individuare le forze di un cambiamento possibile. E senza una tale capacità non c’è più alcun cambiamento possibile. Dunque la constatazione della sparizione della sinistra come alternativa alla globalizzazione, fa sì che l’alternativa sia quasi dovunque di “destra”. Ma anch’essa, a ben vedere, non ha nulla in comune con quella della destra tradizionale, quella del XX secolo, anch’essa fagocitata dalla globalizzazione.

Dunque la mia posizione è molto diversa da quella che lei mi attribuisce. Anche per quanto concerne il discorso sulla fine della dicotomia destra-sinistra. La sinistra ha accolto la globalizzazione occidentale come il proprio orizzonte. E, con questo, ha finito di essere alternativa a quell’orizzonte. La destra politica che vediamo in Europa e negli Stati Uniti è anch’essa tutta all’interno di quell’orizzonte. Solo che, ogni tanto, si ritrae sui tradizionali confini propri dell’autarchia. 

Invocare una alternativa di sinistra in questo contesto equivale a una catastrofica illusione. Occorre una alternativa diversa rispetto a quel dualismo ormai morto. Come diceva molto bene Gore Vidal — lo sto parafrasando — la democrazia occidentale è come un uccello con due ali, entrambe destre.

Io penso che occorre trovare le forze per sconfiggere la globalizzazione. E, quando mi pongo questo compito, penso al mondo, non all’Italia dove, molto probabilmente, queste forze non esistono più. Queste forze, dove esistono, sono tutte basate sul concetto, sull’idea di “nazione”. Si difendono, per ora, con la loro tradizione, con la loro lingua, la loro cultura, i loro strumenti finanziari (dove non ci sono più li stanno creando, come fa la Cina, e la Russia, per esempio). E non dimentichiamoci che non sitamo parlando della “provincia” Italia. Queste forze nazionali sono dei giganti. È ad esse che dobbiamo ispirarci e con esse dobbiamo stabilire rapporti.

Io penso che queste idee, accompagnate dalla difesa della propria sovranità, siano le uniche possibili per una difesa strategica contro la globalizzazione imperiale. Penso anzi che esse siano molto forti e suscettibili di trasformarsi in potenti strumenti di liberazione, tanto più quanto più si svilupperà la crisi dell’Occidente. 

E non sono forze periferiche. Solo chi ha una visione tutta 'occidentalocentrica', come mi pare sia il suo caso, le può considerare “periferiche” o “arretrate”. Ho visto con i miei occhi la ricostruzione di una Russia, già soggiogata e colonizzata, mediante queste idee. 

L’idea di nazione non può essere mescolata con quella di nazionalismo che, come lei coglie, giustamente, è regressiva. Esiste un’idea di nazione che è, invece, una forza motrice per la salvaguardia dello stato nazionale. Per la salvaguardia delle istituzioni democratiche nazionali, le uniche dove i popoli possono decidere sovranamente come collocarsi dentro un destino comune. Quindi come opposizione a una globalizzazione, a un “internazionalismo”, che puntano alla disgregazione degli Stati, a una perdita completa (come lei sembra caldeggiare) della fisionomia delle diverse civiltà, a una omologazione totale.

Il globalismo della sinistra è la versione attuale, stravolta, dell’”internazionalismo proletario” della sinistra. E, poiché non esiste più il proletariato (non esiste più come coscienza di sé, né come organizzazione), questo internazionalismo è ora globalismo imperiale allo stato puro. 

Come uno dei miei pen-pal ha scritto: “un catafalco ideologico radical-chic- human rights – buonista-—we care”. Non per niente le uniche idee che la sinistra propaganda sono i “diritti umani” nella versione imperiale. E la loro falsa “universalità” ci viene proposta ad ogni pié sospinto, dai media mainstream dell’Impero.

Per quanto concerne DIEM25 di Varoufakis, trovo che sia totalmente all’interno di questo schema “internazionalista” di sinistra. Non c’è una parola sulla Nato, sulla guerra, sulla sovranità europea rispetto alla capitale imperiale, sulla sovranità degli Stati europei all’interno di un’Europa democratica. Non andrà da nessuna parte. 

La battaglia da fare oggi non ha più i connotati ideologici del XX secolo. Per la semplice ragione che non prevede la vittoria di una parte sull’altra, di una sinistra che non esiste più contro una destra defunta. La battaglia è per la sopravvivenza della specie. O si vince, con la Natura, cioè noi stessi, o si perisce. Quelli che stanno sopra non sono di destra, o di sinistra: sono dei dementi che ci portano al suicidio. Questa è la mia linea di demarcazione. 

Io sono “di sotto”, e penso di dover aiutare le masse popolari a rovesciare, finché siamo in tempo, quelli che stanno “di sopra”.

 

 

Una versione ridotta di questo scambio è stata pubblicata QUI:
http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/07/26/la-sinistra-e-ormai-globalista-non-resta-che-difendere-la-nazione/3749158/

 




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