Cambiamo noi stessi mentre proviamo a cambiare il mondo

Cambiamento individuale e sociale, spiritualità e ragione, separazione e connessione e altri spunti nella ricerca di Paolo Bartolini. Un libro che ne fa aprire tanti altri

spiritualità

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Intervista a Paolo Bartolini a cura di Pierluigi Fagan.


 


Diversamente dallo standard di questo spazio, al posto di un articolo questa volta pubblico una intervista ad un amico col quale intreccio pensieri sin dal tempo di una comune esperienza politica poi naufragata. Entrambi scettici sulla fregola con la quale si vuole liquidare la dicotomia destra-sinistra, siamo altresì d’accordo sulla possibilità di unirsi su intenzioni politiche comuni, pur partendo da immagini di mondo parzialmente diverse. A dire che se la ricerca del comune denominatore spinge ad allargare le file dei diversamente pensanti, c’è una insopprimibile natura di questo “in comune” che qualche volta si ha, altre no.


 


Buongiorno Paolo. Il titolo del tuo saggio è “Desiderio illuminato e spiritualità laica” e nelle intenzioni che hai dichiarato, è una possibile risposta all’esortazione che ad un certo punto fai di “non vivere a tua insaputa”, una sorta di “conosci te stesso” rivisto – nel tuo caso – attraverso tre strumenti: la filosofia, la psicologia e la spiritualità. Prima di avventurarci nel campo designato, puoi dire a me che non ho familiarità col concetto, cosa intendi per “spiritualità”?


Grazie Pierluigi per l’opportunità di questo dialogo. Per spiritualità intendo diverse esperienze che attraversano la nostra esistenza e la rendono unica proprio per il fatto di non essere qualcosa di “personale”, bensì per la capacità di esprimere nella singolarità di una vita la corrente di una Vita più ampia. Siamo allora su un piano che va ben oltre il soggettivismo psicologico, sebbene per il nostro tempo, almeno in Occidente, credo non si dia spiritualità senza “interiorizzazione”. Faccio riferimento a un’apertura originaria, al dilatarsi dell’esperienza verso una dimensione del vivere che oltrepassa l’autoriferimento e la passione che l’io coltiva per se stesso; dicendo questo affermo anche che la spiritualità è un movimento, un transito, uno  sprigionarsi (direbbe Francois Jullien) che consente allo Spirito, appunto, di attraversare e nutrire gli esseri senza doversi installare in una qualche “sostanza”, in uno spazio-tempo esclusivo e delimitato, quindi facilmente opponibile ad “altri” spazi e tempi da esso separati. La spiritualità, dunque, non ha a che fare, a mio parere e sulla scia degli autori con cui sono in dialogo da alcuni anni, con qualcosa di statico, con un aldilà, con una trascendenza assoluta, quanto piuttosto con ciò che, invisibile, penetra e avvolge la realtà in un processo di trascendimento interno che spinge ogni creatura (creature siamo, perché non ci siamo fatti da soli) ad armonizzarsi con un Mistero che eccede le logiche di appropriazione e di chiusura in sé. Poi, parafrasando il filosofo Roberto Mancini, è necessario aggiungere che la spiritualità non si pone affatto agli antipodi della corporeità e dei fenomeni. Tutt’altro. Non potrebbe esistere, infatti, se non fosse anche una “sensibilità”, tenera e viscerale, per la dignità infinita dei viventi, un amore che spira alimentando relazioni e forme di vita esenti da violenza. Riassumendo potrei definire la spiritualità vissuta come la percezione sottile e coltivata di una Realtà libera che permette all’uomo di decentrarsi dal proprio io per scoprirsi parte di una creatività infinita, incarnata, completa e tuttavia dischiusa in ogni istante. Non dobbiamo pensare, sia chiaro, che tutto questo alluda a un’esperienza per pochi, né fare l’errore di confondere la spiritualità con le religioni che tendono a istituzionalizzare e sovente a imprigionare l’eccedenza che costituisce noi e tutto ciò che “divien-è”.


È per questo che il vento rimane un meraviglioso simbolo dello Spirito, perché è invisibile, non delimitabile, ma sperimentabile per gli effetti che sprigiona nella realtà quotidiana. C’è un potenziale di vita che è diffuso, infinito e reclama una fedeltà, meglio: una fede/fiducia, che converta l’esistenza di ogni giorno, la riorienti verso ciò che vale di più perché irriducibile ai giochi di potere, al male e alla dissipazione impietosa di tutto ciò che è bello e buono. La spiritualità, per come la intendo, compenetra quindi le sfere dell’etica, della politica, dell’estetica e, soprattutto, della filosofia. Sì, perché senza un pensiero desto e coraggioso, laico e radicale al tempo stesso, è altamente probabile che la spiritualità venga fraintesa e avvilita, ridotta a ricette facili (e meschine) per il benessere “individuale”. Ma è proprio la crisi dell’individuo, come presunto soggetto separato dagli altri, l’occasione decisiva per aprirsi alla spiritualità autentica. Tutto il resto è merce.


 


Di questa postura aperta a ciò che è “oltre il visibile”, nel libro, rimarchi l’origine incarnata (cioè corporea, quindi concreta) e l’apertura relazionale. Altresì, ho trovato un passo in cui ribadisci che individuazione e socializzazione non vanno ritenuti alternativi dicotomici ma correlati, ci si individua attraverso il rapporto con gli altri e con l’Altro e viceversa. Di questa relazione difficile ma necessaria e financo naturale sebbene non esente da contraddizioni, si danno vari livelli:  individuo-gruppo, comunità-società, Stato-ambiente internazionale. Che diagnosi faresti in termini di equilibrio auspicabile, dello stato attuale del soggetto occidentale, individuo o civiltà e passaggi intermedi (nazione, Stato) che dir si voglia?


Bella domanda e molto impegnativa. Visto lo spazio a disposizione provo a offrire solo alcuni spunti, ben sapendo che andrebbero ripresi e approfonditi puntualmente. Fai bene a parlare di “soggetto occidentale” perché faticherei a pronunciarmi su scenari culturali e geografici “altri” da quello europeo e nordamericano. Il soggetto moderno e borghese, d’altronde, per come lo conosciamo e studiamo, è stato prodotto all’intersezione tra colonialismo, scienza e capitalismo, e reso funzionale alle logiche appropriative e di conquista che contraddistinguono da secoli l’Occidente. La crisi dei fondamenti esplosa nel Novecento, sul piano politico e su quello epistemologico, riguarda quindi in massimaparte “noi”, noi che fatichiamo a maturare un pensiero e degli stili di vita all’altezza di questo sconvolgimento. Partiamo col dire che il soggetto non è un individuo separato che incontra gli altri in relazioni solo “esteriori” che non ne modificano l’essenza interna (considerata stabile e dunque sostanziale). Questa favola, totalmente smentita dalle scienze della complessità e dal confronto con il pensiero e con i concreti modi di essere di altre civiltà e culture, è stata utile per dare una parvenza di legittimità all’astrazione idiota dell’homo oeconomicus, l’individuo separato alla ricerca della massimizzazione dell’utile personale e disposto a “relazionarsi” con gli altri per via contrattuale. Parlare di “individuazione” è allora decisivo, perché ci consente di uscire dall’illusione dell’atomismo sociale, dalla eccessiva divaricazione tra singolo e collettività, dalla frattura ontologica che opporrebbe un ego incapsulato nel corpo ad altri “soggetti” comunque autosufficienti. Oggi sappiamo al contrario – ce lo dicono l’antropologia, la psicologia e una filosofia finalmente libera dal culto della sostanza e dalla dicotomia monismo/dualismo – che ognuno di noi diventa se stesso in un processo periglioso e sempre aperto. Siamo presi in un divenire che, dal grembo della madre fino al termine della nostra esistenza, ci vede in progressivo accoppiamento strutturale con il mondo a cui apparteniamo e che a nostra volta tendiamo a riprodurre. Siamo animali culturali e veniamo messi in forma, tramite la famiglia e le istituzioni educative di prossimità, da gruppi umani sempre specifici. Crescendo, se facciamo i giusti incontri (quelli davvero “educativi”), possiamo cominciare a chiederci se ci riconosciamo in questa determinata e storica costruzione di soggettività e, in caso di risposta negativa, imparare a “plasmarci” da soli, ad assumere posture esistenziali differenti da quelle promosse dalla nostra cultura. Siamo insomma implicati in un processo di individuazione complesso e largamente imprevedibile. Le psicologie del profondo ci hanno inoltre ricordato che anche Psiche è “luogo” di contesa, abitato da molteplici anime e pulsioni. Dentro ciascuno di noi esiste una società di complessi psichici (così li chiamò Carl Gustav Jung) che ci richiede un continuo lavoro di armonizzazione basato sul dialogo interiore. Detto questo potremmo rappresentarci l’umano come un essere “in croce”, definito da due assi: quello orizzontale delle relazioni formanti con gli altri e quello verticale della relazione interna tra mente e corpo, tra pensiero logico-discorsivo e sfera degli affetti e delle immagini ancora inconsce. Alla luce di quanto espresso fin qui la situazione odierna mi colpisce per la tremenda frammentazione a cui è sottoposto il soggetto ipermoderno. L’obiettivo del potere tecno-capitalista mi sembra quello di separare singoli e gruppi sociali dalla loro potenza di agire, potenza che – ricordiamolo – deriva proprio dal fatto che le persone, per loro natura (intrinsecamente culturale), non sono monadi chiuse in sé, scisse dalla realtà, ma ne partecipano in ogni istante. Chi riesce a scoprirsi intero assumendo consapevolmente la molteplicità delle relazioni presenti con gli altri e con se stesso (asse orizzontale e asse verticale, come si è visto) può mobilizzare energie trasformative e costituirsi come soggetto attivo di democrazia. Il mio interesse, per vocazione e per professione, è da anni quello di esplorare, alla luce della mutazione antropologica avviata dal neoliberismo e dalle nuove tecnologie digitali, come la soggettività umana venga plasmata dai dispositivi del tecno-capitalismo e resa conforme alla riproduzione del sistema. A mio avviso è solo comprendendo questo processo che potremo chiederci come dar vita a una soggettività rivoluzionaria, democratica e capace di rispondere alle criticità gigantesche sollevate dalla crisi egemonica dell’Occidente (crisi peraltro necessaria e rivelativa). Prima Gramsci e poi altri intellettuali di sinistra (tra cui ricordo il mio maestro Romano Màdera) lo avevano già capito: è folle pensare di “capovolgere” i rapporti di forza tra classi dominanti e classi subalterne se le persone che dovrebbero incarnare il cambiamento sono dialetticamente catturate dalle medesime logiche del potere. Ritengo, come orientamento emancipativo di massima, che a livello micro, medio e macro (persona-coppia-famiglia-gruppi di interesse-comunità locali-nazione-civiltà-pianeta Terra) l’emergenza del nostro tempo sia quella di liberare la facoltà di “immaginare altrimenti”, di pensare la realtà in modo complesso senza cedere alle semplificazioni brutali e alla logica binaria (uniformante) dell’accumulazione economica. Credo che i poteri divisivi di oggi (mercato, burocrazia, tecnologie digitali…) operino congiuntamente per impoverire e persino disattivare il nesso – filosoficamente, antropologicamente e spiritualmente fondante – tra possibile e reale, sacro e profano, potenza e atto. Secondo me, se non ci spingiamo a questo livello “psicopolitico” e filosofico della questione, rischiamo di ingannarci sulle reali possibilità di una risposta democratica al tecno-capitalismo nella sua fase neoliberista.


 


Dimmi  di più sulla relazione appena evocata tra potenza e atto, possibile e reale, vorrei comprendere meglio il cuore della questione, visto che nel tuo libro ci sono diversi cenni sul tema che lo posizionano sulla soglia tra trasformazione di sé e trasformazione sociale.


Come ho lasciato intuire in precedenza la natura umana non esiste nel singolo individuo, perché si viene piuttosto a realizzare come risultato di una relazione costitutiva e performante tra il singolo e il gruppo umano che lo accoglie fin dalla nascita (dimensione transindividuale della cultura). Homo sapiens, d’altronde, non possiede istinti guida specializzati che gli garantiscano un adattamento sicuro all’ambiente. Anzi, propriamente l’uomo non ha un ambiente come gli altri animali, ma un mondo privo di contorni stabili, indeterminato, da conquistare e manipolare con lo scopo di ricavarne una nicchia eco-storica abitabile. Se l’agire istintuale è caratterizzato dall’attivazione automatica di determinati schemi motori, finalizzati alla sopravvivenza e stimolati da segnali scatenanti ben precisi, l’essere umano si definisce piuttosto per il graduale e progressivo disaccoppiamento tra istinti e azioni. Il nostro modo di stare al mondo si fonda sullo iato tra stimolo e risposta, sullo spazio di libertà (dilatato enormemente dai processi culturali) che ci permette di riflettere, di produrre alternative comportamentali e di scegliere tra esse la più consona in certe situazioni. La creatività della specie, che non smette mai di sorprenderci, è garantita dalla plasticità del nostro cervello, dalle enormi possibilità di apprendimento che ci contraddistinguono e dal fatto di partecipare al linguaggio e ad altre dinamiche sociali complesse. Non potendo avvalerci di istinti forti, come insegna l’antropologia filosofica, noi umani possiamo però fare affidamento su alcune “facoltà” e “disposizioni” estremamente flessibili (linguaggio, forza-lavoro, disponibilità a provare piacere, pensiero riflessivo ecc.). Qui viene alla luce tutta l’importanza del binomio potenza/atto e anche la sua natura intimamente perturbante.


Il filosofo Paolo Virno, in un libro bellissimo su questi temi (P. Virno, Il ricordo del presente. Saggio sul tempo storico, Bollati Boringhieri, Torino 1999), scrive alcune righe che vorrei riprendere brevemente per accennare agli odierni dispositivi di controllo nell’epoca digitale: «Le generiche facoltà (da non confondere con un insieme limitato di prestazioni potenziali) comprovano la penuria di istinti specializzati ed esprimono a chiare lettere l’indecisione che ne deriva. Con una sorta di procedura omeopatica, esse oppongono alla indeterminatezza minacciosa del contesto mondano la loro propria indeterminatezza o plasticità, offrendo così un riparo pressoché indistinguibile dal pericolo» (p. 93). Facciamo un esempio di facile comprensione: i singoli atti di linguaggio possono presentarsi nel tempo perché esiste, fuori dal tempo, in una condizione di anteriorità onto-logica e formale, la potenza propria della facoltà di linguaggio. In mezzo troviamo la dimensione transindividuale della lingua (l’italiano, il cinese, il francese, il russo e così via). La potenza è inesauribile, anteriore e simultanea ai molteplici atti linguistici che punteggiano il decorso temporale. Nessun atto può esaurirla – ora che parlo/scrivo non esaurisco di certo le potenzialità infinite del linguaggio – eppure essa necessita di atti concreti per poter uscire dal virtuale e accedere alla realtà temporale. Bene, il rapporto con l’indeterminatezza della potenza è inquietante e ambivalente. Essere animali culturali vuol dire poter costruire come distruggere; “immaginare altrimenti” significa tendere al bene o produrre ogni male. Io credo, se pensiamo all’invasività delle tecnologie digitali e in particolare alle nuove forme di comunicazione presenti sui social networks, che stiamo assistendo oggi all’affermarsi di un pericolosissimo circolo vizioso. La velocità delle comunicazioni ipermediali è quasi istantanea, questo comporta che lo iato sopra ricordato tra stimoli e risposte (precondizione per lo sviluppo della coscienza e del pensiero riflessivo-creativo) venga rapidamente saturato, abbreviando in modo “animalesco” la distanza tra lo stimolo in entrata e la risposta in uscita. Gli umani ipermoderni, immersi nella mediasfera che veicola contenuti linguistici ed emozionali attraverso i suoi meccanismi di trasmissione incentrati perlopiù sul registro visivo, stanno perdendo la capacità di riflettere, di studiare e di elaborare pensieri articolati. Lo scambio febbrile di comunicazioni su internet e sugli smartphone, così come il bombardamento dei messaggi pubblicitari e l’ansia consumistica che immediatamente ne deriva, ci dicono di un appiattimento brutale della vita umana nel “qui ed ora” dell’atto consumistico. Da un lato, dunque, è facile riscontrare una serie perpetua di atti tutti uguali e indifferenti (atti di parola, di appropriazione, di godimento…) che impediscono di pre-sentire l’esistenza di possibilità alternative al dogma dell’accumulazione economica e dell’utilitarismo; dall’altro, ho l’impressione che, a fronte di una complessità crescente e disorientante dovuta all’odierna fase geostorica e politica globale, molti esseri umani tentino illusoriamente di rifugiarsi in comportamenti “istintuali”, automatici, come quelli promossi dalle nuove tecnologie e dal consumismo di massa. Tuttavia, e io lo reputo una fortuna, non è possibile disfarsi dell’angoscia umana, quella dovuta alle stesse facoltà potenziali che ci rendono chi siamo e ci condannano alla libertà della cultura (libertà rinvenibile nel passaggio continuo e inesauribile dalla potenza all’atto, dal sacro al profano).. Assomigliare sempre più ad animali tecnologici, che si muovono con apparente agio nell’immediatezza del “tempo reale”, non ci farà comunque tornare all’istintualità sicura di sé delle altre specie animali, ma renderà solo più drammatica la sensazione di una storia sclerotizzata, dove il Sacro (quell’assenza-presenza in tensione con ogni reale dato, a cui dobbiamo la creatività del mondo e la possibilità di produrre nuove configurazioni sociali dotate di senso) è bandito e sostituito dalle coazioni a ripetere del sistema delle merci.


 


Dovremmo darci molto più spazio e tempo di quanto ci sia qui consentito per esplorare questa mole di temi tra loro intrecciati ed ancora molto indeterminati. Rimandiamo gli interessati alla lettura dei tuoi scritti. Prima di questo è uscito per Mimesis edizioni “La vocazione terapeutica della filosofia” (2016) e prima ancora una raccolta di interviste ad analisti e filosofi intitolata “Psiche e città” (2014) mentre qui, come detto all’inizio, a filosofia ed analisi psichica si aggiunge la spiritualità. Questo triangolo di interessi e strumenti nel quale operi, sembra voler aiutare l’anima individuale a liberarsi prima ancora che l’individuo sociale agisca sulle forme del mondo che lo carcerano. Che messaggio dà tutto questo al lettore? Possiamo tornare all’iniziale esortazione a “non vivere a nostra insaputa”, riprendendo l’esortazione di Pierre Hadot, poi ripresa da M. Foucault, a riprendere quella vocazione sapienziale antica a modificare se stessi nel mentre si cerca di modificare il mondo?


Hai colto sicuramente nel segno. Non credo più, e forse non ci ho creduto mai davvero, a una trasformazione del mondo (cioè a cambiamenti profondi e radicali negli assetti geopolitici, economici e culturali) che non sia anticipata, accompagnata e seguita da una corrispettiva trasformazione di sé. Proprio sulla scia delle ricerche di Hadot sulla filosofia antica come modo di vivere, e nel dialogo continuo con le psicologie del profondo a partire da Freud e Jung, è nata la proposta nel campo della ricerca e della cura del senso che ha preso il nome di “analisi biografica a orientamento filosofico”. Nei miei libri parlo di questa pratica di consapevolezza, ideata da Romano Màdera e sviluppata con lui dagliamici di Sabof (Società degli Analisti Biografici a Orientamento Filosofico: www.sabof.it) , come di una possibile via per rilanciare una terapia dell’esistenza all’altezza dei nostri tempi. Il cuore della questione è quello di imparare, come accennavo in precedenza, a trascendere l’autointeresse e la centratura egoica come stelle polari del comportamento, al fine di dischiudere una percezione ampliata delle condizioni storiche e culturali che danno intimamente forma alle biografie dei singoli. Non vivere a nostra insaputa significa, in tal senso, riconoscere che la dimensione più “privata” del nostro esistere in realtà è un’intimità dove alberga da sempre l’Altro. Siamo fatti dei nostri legami, come ricorda Miguel Benasayag, e quindi il processo di individuazione va pensato come un cammino nel quale diventare se stessi è sempre anche un essere-con-l’altro. Lungi dal cadere in un sterile soggettivismo, questo modo di intendere la filosofia e la psicoanalisi può rispondere, mentre dentro e fuori di noi assistiamo a una profonda crisi di presenza della cosmovisione occidentale, al disorientamento di chi sente confusamente che il proprio destino di individuo è intrecciato a quello dell’intera umanità. Il Tutto della vita si rispecchia nei suoi frammenti se ciascuno di noi riesce a sentirsi intimamente legato agli altri, sperimentando un senso di collegamento che va oltre la semplice vicinanza e contiguità di interessi immediati. Quando manca questo respiro dell’anima – e torniamo con questo alla spiritualità –, quando non riusciamo ad abbracciare l’altro che ci co-istituisce ontologicamente, ne seguono catastrofi politiche, etiche e ambientali, come dimostrano, ad esempio, il razzismo crescente in Europa e l’incapacità politica di mettere in discussione la logica suicidiaria insita nell’ideologia della crescita illimitata. Per concludere posso dirti che sono tra quelli che non credono affatto alla separazione tra spirito e materia, contemplazione e impegno, pace del cuore e critica del potere. Non mi attendo quindi nessuna trasformazione “umanizzante” senza la concomitanza di tre svolte: una culturale/spirituale, una economica e una politica (su questa tripartizione rimando al bellissimo “Trasformare l’economia” del filosofo Roberto Mancini). Il tragitto è lungo e, dobbiamo dirlo, le tendenze prevalenti nella società odierna non sembrano cogliere a pieno l’urgenza di questa transizione/conversione. Non facciamocene un cruccio e, per riprendere le parole di un cantautore molto amato in Italia, continuiamo il nostro cammino “in direzione ostinata e contraria”. Questo non per il semplice piacere di andare controcorrente, ma per il desiderio di incontrare compagni di viaggio che vogliano ancora rischiare l’azzardo dell’intelligenza.


 


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Paolo Bartolini è analista biografico a orientamento filosofico, counselor formatore e collaboratore del magazine online Megachip su temi psicosociali e filosofici. Tiene un blog legato alla professione di analista filosofo (www.ricercadelsenso.com) e ha scritto diversi libri. Tra di essi ricordiamo: “La vocazione terapeutica della filosofia. Cura del senso e critica radicale” (Mimesis 2016), “Desiderio illuminato e spiritualità laica. La radice cristiana per una fede non dogmatica” (SGEdizioni 2017), (con P. Coppo e S. Consigliere) “Cose degli altri mondi. Saperi e pratiche del divenire umani” (Colibrì 2017).


 


Fonte: https://pierluigifagan.wordpress.com/2017/09/19/cambiamo-noi-stessi-mentre-proviamo-a-cambiare-il-mondo/.