Localismo e universalismo, una sfida da vincere

Stati, secessioni, sovranità. Partire da due esigenze apparentemente divergenti, ma complementari: partecipazione e cooperazione. Una riflessione di Fabio Marcelli sul saggio di Pierluigi Fagan

Carica della Polizia Nazionale presso la scuola Ramon Llull di Barcellona. / Foto Ferran Nadeu - El Periódico

Carica della Polizia Nazionale presso la scuola Ramon Llull di Barcellona. / Foto Ferran Nadeu - El Periódico

di Fabio Marcelli.


 


Il saggio di Pierluigi Fagan “Lo spazio del politico nel mondo multipolare. Nuovi Stati, secessioni, sovranità”, pubblicato sul suo blog e su Megachip, mi sembra affronti alcuni argomenti di fondamentale importanza nell’attuale congiuntura storica.


Dobbiamo partire, a mio avviso, da due esigenze apparentemente divergenti, ma in realtà complementari, che sono da un lato quella della partecipazione e dall’altro quella della cooperazione.


La prima richiede spazi di riferimento territoriali adeguati a consentire ai cittadini di esprimere la loro volontà sui problemi e le scelte da compiere, che non possono ovviamente essere enormi.


La seconda invece richiede il coordinamento delle scelte e delle risposte da dare ai problemi comuni, che oggi sono, in misura crescente, anche dei problemi globali, nel senso che interessano tendenzialmente l’insieme dell’umanità.


In un certo senso, quindi, si tratta di rendere compatibili e sinergici tra loro localismo e universalismo. Una sfida certamente non facile ma certamente non impossibile da vincere. Quello che più conta, si tratta di una sfida che va necessariamente vinta per dotare l’umanità e il mondo di istituzioni all’altezza delle problematiche in atto.


Fagan osserva come, parallelamente all’aumento della popolazione mondiale, si sia registrato negli ultimi tempi un aumento del numero degli Stati esistenti, dato che quest’ultimo è quadruplicato dal 1950 ad oggi. Si tratta tuttavia di un’opinione poco fondata, se pensiamo al fatto che questa quadruplicazione è avvenuta per effetto della fine del colonialismo, in virtù del quale il maggiore aumento del numero degli Stati è avvenuto proprio tra il 1950 e il 1970, con qualche propaggine nei decenni successivi, dovuta al venir meno di taluni fenomeni coloniali o neocoloniali ancora in essere dopo il 1970 (colonie portoghesi in Africa, Eritrea, Timor Est, altri Stati dell’area caraibica o del Pacifico) ovvero allo smembramento dell’Unione Sovietica, della Jugoslavia e allo spezzamento della Cecoslovacchia. In altri casi, molto significativi, come quello della Germania, è avvenuta invece una riaggregazione.


Il parallelo tracciato da Fagan tra aumento della popolazione e aumento degli Stati quindi non mi convince. È tuttavia innegabile che esista una forte spinta verso l’autonomia che in taluni casi si traduce nella creazione di Stati indipendenti. Possiamo valutare da ultimo in tal senso quanto sta avvenendo in Kurdistan e, proprio oggi, in Catalogna, dove la “Guardia Incivil” di netto stampo franchista sta manganellando a sangue e sparando letali proiettili di gomma contro un popolo pacificamente impegnato a tenere un referendum.


Tale spinta è dovuta certamente, in parte, al recupero di identità e tradizioni nazionali conculcate, ma il fattore di fondo è costituito dall’evidente inadeguatezza degli Stati, i quali, anche nelle parti più sviluppate e ricche del pianeta, si rivelano strumenti sempre più inutili e a volte anche nocivi. Svuotati dalle politiche neoliberiste, indeboliti dalle privatizzazioni, impoveriti dall’evasione fiscale e dalla fuga dei capitali, assoggettati alla finanza predatrice, sempre più incapaci di fornire servizi di fondamentale importanza alla popolazione, gli Stati, anche e soprattutto in Europa, si rivelano o del tutto inutili o addirittura un ostacolo nei confronti della democrazia e dalla partecipazione dal basso.


È questo a mio avviso il motivo di fondo di una certa spinta verso la creazione di nuovi spazi politici, non necessariamente di natura statale. I fenomeni identificati da Fagan, quale il conflitto tra comunità e società o l’artificiosità dei confini fra gli Stati nelle aree ex-coloniali, tutti ovviamente innegabili, contribuiscono a mio avviso semmai alla crescita di una conflittualità endemica o alla fine della politica tout-court, almeno nella forma in cui la conosciamo.


Quanto alla competizione tra i poteri globali, si tratta ovviamente di fenomeno di natura permanente, che accompagna la comunità internazionale sin dai suoi albori. È tuttavia opportuno soffermarsi sulla crisi della tradizionale egemonia statunitense che ha avuto un’espressione di plastica evidenza con l’elezione di Donald Trump alla presidenza di quella che era la principale Potenza mondiale. È chiaro che il venir meno di un soggetto egemonico non ancora adeguatamente sostituito da altri, in forma individuale o associata, contribuisce a sua volta a fomentare l’anarchia generale ma non si traduce necessariamente nella crescita di nuovi Stati.


Pure discutibile mi sembra il quarto fattore individuato da Fagan, e cioè le velleità autonomistiche di settori capitalistici emergenti o lo “scissionismo dei ricchi”. Infatti, occorre considerare come il capitale dominante, specie quello di natura direttamente finanziaria, sia sempre più strutturato direttamente a livello transnazionale e quindi possa dettare le sue politiche agli Stati a prescindere dalla loro dimensione (non certo ovviamente a prescindere dalla linea seguita dai governi, ma questi si mostrano sempre più inclini a soddisfare le richieste del capitale). Se quindi può essere vero, in astratto, che Stati più piccoli sono più permeabili all’infiltrazione del capitale o più deboli di fronte alle sue richieste, in concreto vediamo come anche Stati enormi (a cominciare dagli stessi Stati Uniti) siano del tutto succubi nei confronti delle politiche o assenze di politiche che lo stesso capitale promuove. Non mi convince per nulla, quindi, l’ipotesi dell’autonomismo come risultato di un complotto di settori di capitale o anche solo come volontà di settori più ricchi di sottrarsi alla necessità di finanziare strati sociali più poveri, anche se non può ovviamente escludersi che anche questo aspetto abbia un suo peso nell’atteggiamento concretamente assunto da determinati settori sociali.


Venendo all’Europa, potrebbe trattarsi di una sede idonea a sperimentare la giusta sintesi tra universalismo e localismo partecipativo cui ho accennato all’inizio di questo intervento. Siamo però di fronte a un enorme ostacolo costituito dalle concrete politiche della classe dirigente europea, che ha trasformato le sedi istituzionali comunitarie in una sorta di suq dove dettano legge le lobby. Per non parlare del fallimento della cooperazione intergovernativa su terreni di importanza strategica come l’accoglienza dei richiedenti asilo ed altri.


Si tratta tuttavia di uno spazio che occorre assolutamente tentare di occupare, lottando in modo determinato e coerente contro i mercanti che sono penetrati nel tempio. Torna all’ordine del giorno, per attuare in modo efficace tale necessario e urgente rinnovamento delle istituzioni europee, il binomio localismo-universalismo da declinare nel modo corretto e mediante politiche che segnino un netto rovesciamento rispetto all’odierna eclisse neoliberale dell’Europa. Un esempio interessante di coesistenza tra autogoverno e cooperazione è offerto oggigiorno dal fenomeno del federalismo democratico promosso dai Kurdi sia in Turchia che in Siria e tendenzialmente anche in Iraq e Iran. In conclusione il valore da promuovere, e su questo mi pare che Fagan sia d’accordo, è quello della partecipazione democratica che non deve arrestarsi di fronte ai feticci apparentemente contrapposti dell’integrità territoriale degli Stati esistenti e della promozione delle piccole Patrie che offrano un rifugio del tutto illusorio contro la forza devastante della globalizzazione.


Un’ultima notazione sull’ipotesi di Fagan di distinguere tra spazio nordeuropeo, spazio slavo e spazio mediterraneo. Probabilmente esistono ambiti distinti ma attenzione a non fomentare l’erezione di nuovi steccati, anche solo di natura culturale. Ciò tuttavia non significa che non si debbano praticare anche questi spazi. Indubbiamente, ad esempio, va promosso un dialogo intermediterraneo volto anche alla promozione di istituzioni comuni. In questo senso abbiamo organizzato, come Giuristi democratici, la prima Conferenza dei giuristi del Mediterraneo che si terrà a Napoli il 7 e 8 ottobre prossimi con la partecipazione di avvocate/i e giuriste/i provenienti da Spagna, Catalogna, Francia, Italia, Grecia, Turchia, Rojava, Siria, Iraq, Libano, Palestina, Egitto, Tunisia, Algeria e Sahara Occidentale.


 


 



Fabio Marcelli


Dirigente di ricerca Istituto studi giuridici internazionali del CNR


Associazione giuristi democratici


 


Roma, 1° ottobre 2017


 

 

Prima Conferenza dei giuristi del Mediterraneo

“Il ruolo dei giuristi nell’area del Mediterraneo per autodeterminazione, stato di diritto, tutela dei diritti umani e democrazia”

 


 

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