Weinstein il centauro e la questione del sesso

È stato una questione di sesso o di potere? Rispondere alla domanda non è solo mero esercizio speculativo, giacché ogni politica d’intervento deve avere chiara la complessità delle sue premesse. [Manolo Farci]

Harvey Weinstein

Harvey Weinstein

Redazione 6 novembre 2017megachip.info

di Manolo Farci


La vicenda dell’ex produttore americano Weinstein che ha molestato almeno quindici attrici ha innescato un tale dibattito pubblico da travalicare oramai i confini dell’episodio specifico. Vi è un elemento di attrazione archetipico nell’immagine del magnate hollywoodiano che ricatta sessualmente giovani donne, qualcosa che sollecita prepotentemente quelle antinomie che precedono la costituzione del nostro stesso vivere civile, come il rapporto tra libertà e coercizione, desiderio e predazione, natura e cultura. Scavando alla radice del problema, si arriva a una sorta di bivio primordiale, dove si confondono sesso e potere, elementi speculari di una trama indistinta che solo il patto sociale ha saputo districare, almeno apparentemente. E dunque provare a rispondere alla domanda “è stato una questione di sesso o di potere?” non è solo mero esercizio speculativo, giacché ogni politica d’intervento deve avere chiara la complessità delle sue premesse.


Il potere maschile


La maggior parte dell’opinione pubblica ha ritenuto che l’avvenimento incriminato intrecci il complesso meccanismo che lega violenza di genere e potere maschile. Potremmo riassumere questa idea come ipotesi culturologica: molti commentatori hanno scritto che il caso dall’ex produttore americano è l’ennesimo esempio del dominio maschile che si infiltrerebbe in ogni aspetto della nostra vita collettiva e che solo un movimento di emancipazione e liberazione femminile potrebbe scalfire. Questa posizione ha sicuramente il merito di riportare al centro del dibattito pubblico quella che il sociologo Bourdieu definisce struttura inconscia fallonarcisista della nostra società, dove la divisione gerarchica dei ruoli sessuali si ripercuote nella ripartizione sociale del lavoro. Non si tratta di un’argomentazione nuova. Come già aveva affermato la femminista di genere Catherine McKinnon, le molestie sessuali non sono semplicemente una forma di violenza, ma rafforzano l’ineguaglianza sociale delle donne rispetto agli uomini, in quanto se una donna viene molestata è perché il suo essere donna viene considerato prima del suo essere lavoratrice. Nel suo saggio Contro la nostra volontà, Susan Brownmiller conia la famosa massima – ancora oggi ampiamente diffusa – per cui la stupro non ha nulla a che vedere con il desiderio sessuale, ma è una tattica attraverso cui l’intero genere maschile opprime l’intero genere femminile.


Altre studiose sostengono che il problema è più sottilmente legato alla pervicace biopolitica dei corpi che pervade il nostro stesso immaginario culturale. In uno storico articolo della fine degli anni Settanta, Sandra Lee Bartky è stata tra le prime a sostenere che la femminilità è un sistema disciplinante di rappresentazioni sociali creato per esercitare potere sui corpi delle donne e far loro accettare l’autorità del maschile. Le immagini femminili esposte nei manifesti pubblicitari, nelle televisioni e nei blockbuster hollywoodiani sarebbero strutturate da un inconscio patriarcale, che posiziona la donna rappresentata come oggetto dello sguardo maschile. La donna guardata, cioè, non farebbe altro che esibire la propria femminilità di sorvegliata. Per cui, seguendo tale ragionamento, anche una pubblicità di Intimissimi diventerebbe una forma di violenza e coercizione verso canoni estetici imposti dal condizionamento sociale maschilista e ridurrebbe le donne, come ha scritto Naomi Wolf, a schiave da sacrificare sull’altare del culto della bellezza.


Alla radice del caso Weinstein vi sarebbe, dunque, un clima culturale che svaluta costantemente il ruolo della donna, e le cui conseguenze tangibili sarebbero le denunce di abusi che in questi giorni stanno riempendo le cronache dei nostri giornali. Sebbene abbia una sua legittimità, tale posizione rischia di produrre tre profonde distorsioni. La prima riguarda il tema della rappresentazione culturale della femminilità. Esiste una bibliografia vasta e complessa sul tema, che sarebbe ingiusto liquidare a qualche riferimento. L’opinione pubblica, tuttavia, non si forma idee e convinzioni sui libri accademici; elabora una sua coscienza pratica e con questa cerca di rendere familiare e condivisibile ciò che, in realtà, è storicamente e culturalmente più complesso. Perciò, a livello di dibattito, siamo ancora fermi lì, all’idea che l’oggettivazione (o mercificazione) del corpo femminile sia un unico brodo culturale da cui poi si generano violenze e discriminazioni. Ma immaginare che esporre corpi di donne per una pubblicità di abbigliamento intimo trasformi automaticamente una società in una fucina di potenziali stupratori significa ragionare secondo facili determinismi causali. Senza considerare che in tal modo si discrimina proprio quelle donne che liberamente decidono di usare il proprio corpo per lavoro, accusandole implicitamente di perpetuare uno schema patriarcale e di essere quindi esse stesse responsabili di una cultura della violenza e discriminazione. Nel suo famoso libro Who Stole Feminism?, Christina Hoff-Summers sostiene che quando il patriarcato e la dinamica sesso/genere diventano l’unica lente attraverso cui guardare il mondo, si rischia di creare uno steccato ideologico, una barriera da cui alcune donne possono attribuirsi l’autorità di indicare la giusta via dell’emancipazione femminile. Con la paradossale conseguenza che, incapaci di affrancarsi dalla prospettiva patriarcale, si finisce per rafforzarla, come dimostrano certe polemiche sessiste in seguito alle denunce di Asia Argento: giacché le attrici sono donne che usano anche il loro corpo – bellezza, eleganza, fascino – come strumento essenziale alla carriera, non possono essere davvero vittime di un sistema che contribuiscono ad alimentare.


La seconda distorsione riguarda l’uso del concetto di patriarcato come esclusivo dominio maschile. Anche in questo caso, senza negarne la valenza storica, appare evidente che nel dibattito pubblico il termine patriarcato venga troppo spesso associato a una definizione negativa dell’uomo in quanto tale. In tal caso, il rischio è che una campagna di mobilitazione si trasformi in una sorta di maccartismo contro gli uomini, che trasforma qualsiasi denuncia in una condanna, in barba ai principi del garantismo. È innegabile che le strutture hollywoodiane siano prevalentemente (ma non esclusivamente) dominate da personaggi maschili e siano le attrici (ma anche certi attori) a subire le maggiori pressioni sociali. Purtuttavia, leggere una molestia nei termini di una consapevole tattica di potere per tenere sottomesse le donne e curare gli interessi del genere cui si appartiene semplifica le complesse dinamiche che attraversano la vicenda Weinstein. In un recente articolo sul caso, la femminista Cathy Young ha ricordato che molte persone che sono state maltrattate e abusate dall’ex produttore americano – sebbene non sessualmente – erano uomini. E parecchi complici di tali abusi erano donne. Weinstein era sicuramente un uomo potente, ma come ha spiegato l’antropologa Alice Schlegel, il dominio in astratto non esiste: esiste piuttosto una ragnatela di figure dell’autorità, del prestigio e del potere distribuite spesso in maniera equilibrata e complementare tra i due sessi. Laddove il comportamento di Weinstein svantaggiava le attrici vittime dei suoi ricatti – e in misura minore anche gli uomini costretti a subire le sue angherie, allo stesso tempo, però, garantiva numerosi vantaggi a altri uomini e donne, complici silenziosi dei suoi soprusi.


La terza distorsione è quella di espungere completamente la sessualità come dimensione dell’esperienza che si colloca nella linea d’intersezione tra natura e cultura. Il femminismo di genere, ha scritto Camille Paglia, semplifica grossolanamente il problema del sesso riducendolo a questione di convenzioni sociali: che si riformi la società, si bandisca l’ineguaglianza fra i sessi, si riportino a purezza i ruoli sessuali, e regneranno armonia e felicità. Tale femminismo, secondo la studiosa, è erede del mito romantico di Rousseau, dell’idea di un’innata bontà dell’uomo, e del presupposto che aggressività, violenza e crimine sono frutto di carenze sociali. Se non vivessimo in una società patriarcale, dove la donna è sottoposta a continui soprusi e discriminazioni, episodi del genere non accadrebbero. Eppure i Paesi dove si registra il più alto numero di aggressioni sessuali sono quelli dell’Europa del Nord, tradizionalmente attenti alle questioni della parità di genere e dove le donne godono della più ampia rappresentanza politica. Inoltre, risulta difficile immaginare una personalità come quella dell’ex produttore hollywoodiano – tra i maggiori finanziatori del Partito Democratico americano, essere stato cresciuto ed educato in una cultura patriarcale di non rispetto per le donne.


La questione del sesso


Pur sottolineando i limiti del discorso sul dominio maschile, resta comunque un dato incontrovertibile: è difficile immaginare una Weinstein al femminile. Benché molte ricerche abbiano dimostrato che la violenza – compreso lo stupro – non è una prerogativa maschile, lo sfruttamento sessuale – o il ricatto, nel caso dell’ex produttore – sono peculiarità che appaiono raramente a sessi opposti. Per questo, la riflessione sul caso incriminato dovrebbe tenere conto del modo in cui il potere s’intreccia con la questione della sessualità, che ancora oggi costituisce da sola quell’antinomia strutturale, apparentemente insolubile, tra modo di essere maschile e modo di essere femminile. Come spiega lo psicologo cognitivista Steven Pinker, buona parte del dibattito sulla violenza carnale – dalla molestia in ambito lavorativo al ricatto sessuale sino allo stupro – è viziato dal mito del buon selvaggio, secondo cui tutto ciò che è naturale è buono, e quindi il sesso è necessariamente buono. E poiché nessuna molestia è buona, non c’entra nulla con il sesso. Ne consegue che la violenza carnale ha origine all’interno di istituzioni sociali e non naturali. Ora, che qualsiasi forma di molestia sessuale sia una violenza per chi la subisce è assolutamente scontato – ed è sempre bene ribadirlo. Tuttavia, ciò non vuol dire che non riguardi il sesso: anche una rapina a mano armata ha a che fare con la violenza, dice Pinker, ma non vuol dire che non abbia nulla a che vedere con il desiderio di possesso.


Spostando dunque la riflessione nell’ambito della dimensione sessuale si scopre una cosa ovvia: gli uomini desiderano fare sesso. La studiosa Catherine Hakim parla a tal proposito del deficit sessuale maschile. Gli studi sulla sessualità, cioè, avvalorerebbero la tesi che il bisogno maschile di attività sessuale è notevolmente superiore all’interesse femminile per il sesso. Le femministe sostengono che tale squilibrio sia una costruzione sociale frutto del patriarcato. In realtà, alcune tra le più importanti indagini sulla sessualità – e gli enormi fatturati realizzati dai prodotti dell’industria dell’intrattenimento erotico o dal mercato della prostituzione – dimostrano, secondo l’autrice, che il desiderio sessuale e la libido sono più forti negli uomini che nelle donne. Nonostante tale posizione potrebbe essere tacciata di eccessivo determinismo biologico, sicuramente ha il merito di riportare giusta attenzione alla sfera del desiderio nella sua originaria pulsione sessuale di stato di necessità – e quindi di violenza. Sfera da cui si origina quello che Carole Pateman definisce come diritto maschile al sesso, ossia la pretesa di avere libero e costante accesso al corpo femminile. Secondo la studiosa femminista, le teorie del contratto sociale alla base delle società democratiche e liberali occidentali in realtà sono forme apparentemente civili per tenere la donna sottomessa e garantire all’uomo il diritto di dominio sul suo corpo. La riflessione di Pateman sembrerebbe sposarsi perfettamente con la cronaca che stiamo vedendo in questi giorni e che pare restituirci un mondo in cui le istituzioni che dovrebbero tutelare il nostro vivere collettivo – dalla sfera della politica al sistema dei media – si dimostrano essere un coacervo di prevaricazione maschilista. In realtà, però, il problema non sono tanto le istituzioni in quanto tali – poiché in fondo è proprio grazie ad esse che oggi siamo venuti a sapere dello scandalo Weinstein – ma quelle zone d’ombra che al loro interno permettono la creazione di spazi dove esercitare un potere senza freni. La crudeltà innata e prevaricatrice della sessualità emerge, difatti, proprio laddove viene a mancare il controllo sociale, come racconta Luigi Zoja a proposito del terribile e macabro rituale degli stupri collettivi che hanno puntellato la storia maschile in situazione di guerra o in particolari stati d’eccezione – e che lo psicanalista riconduce al mito del centauro.


Ribaltando il punto di vista comune, si potrebbe dire che Weinstein non ha usato il sesso per affermare il suo potere maschile, ma ha usato il potere acquisito per ottenere libero accesso al corpo femminile. Può sembrare un mero gioco di parole, ma in realtà questo rovesciamento cambia totalmente i termini della questione: il problema non è Weinstein come uomo ma Weinstein in quanto centauro, espressione di una sessualità maschile completamente libera di agire al di fuori di qualsiasi vincolo di civiltà. Come ha affermato provocatoriamente Camille Paglia, lo stupratore non è il prodotto di deleterie influenze sociali, ma di un’insufficienza di controllo sociale.


Anche tale posizione, per quanto apra la riflessione ad ulteriori spunti, presenta numerosi limiti. In particolare, è evidente che una eccessiva attenzione al dato naturale, trattato in modo indipendente dai processi di socializzazione, rischia di produrre un essenzialismo foriero di discriminazioni o alibi giustificatori. Sposare totalmente le spiegazioni biologiche aumenta l’adesione agli stereotipi sessuali i quali, a loro volta, rafforzano le ideologie conservatrici. Al contrario, le differenze sessuali non sono mai immutabili. E sebbene si possa sostenere che la violenza è stata in parte fondatrice del rapporto tra sessi – e il centauro è un archetipo potenzialmente lontano, ma profondamente presente nella psiche maschile – immaginare un unico scenario in cui gli uomini sono potenziali stupratori e le donne prede ambite renderà difficile ogni possibilità di ricostruire un terreno d’incontro tra sessualità maschile e femminile.


La politica del desiderio


Se nonostante decenni di liberazione sessuale siamo ancora a interrogarci sulla linea da tracciare tra libertà e costrizione – come dimostrerebbero le migliaia di testimonianze raccolte da iniziative qual #metoo o #quellavoltache, è perché nel sesso non c’è mai nulla di pacificato e natura e cultura collassano come dimensioni validamente legittime. Pertanto, invece di trasformare la contrapposizione tra dato culturale e predisposizione naturale in una battaglia ideologica tra democratici vs. conservatori – come sta avvenendo in questi giorni negli Stati Uniti – bisognerebbe tentare di far dialogare queste due argomentazioni. In fondo la difficoltà di comprendere da dove le differenze sessuali provengono non dovrebbe impedirci di discutere cosa farne, come ridurle senza eccessivamente delegittimarle.


Da un lato, è giusto che si aumentino le forme di controllo e tutela all’interno di quei luoghi di potere dove la sessualità può facilmente ricadere al suo stadio presociale: dalla camera di albergo di un produttore all’ufficio di una multinazionale. Così come occorre che le donne – e in determinate circostanze anche gli uomini – prendano consapevolezza dei rischi che possono capitare nell’affrontare certe situazioni. È la posizione che sostiene Wendy McElroy: è chiaro che ogni donna dovrebbe avere il diritto di attraversare un parco di notte vestita come preferisce, ma il dovrebbe appartiene a un mondo utopico, un modo dove io posso lasciare la mia macchina con le chiavi attaccate al centro di New York e pensare che nessuno me la ruberà. Il problema non è quello che le donne possono fare in un mondo ideale, ma come possono accrescere la loro sicurezza in questo. Ciò non significa approvare le esagerazioni del senatore Mike Pence – secondo cui gli uomini non dovrebbero mai stare soli con le loro colleghe di lavoro per evitare ogni possibile tentazione. La soluzione non può essere l’apartheid sessuale, lesivo delle libertà della donna e della dignità maschile. Ma i predatori esistono e sempre esisteranno: e se un uomo di potere si porta dietro tale squallida reputazione – e Weinstein non era certo il primo né sarà l’ultimo – occorre creare organismi di controllo per limitare al centauro la possibilità di agire in un vuoto di civiltà.


Dall’altro, il dato naturale non è mai incontrovertibile ed è dimostrato che nelle società dove è presente una maggiore equità tra generi le differenze innate tendano a diminuire. La specificità sessuale non va negata, ma problematizzata come spazio dove maschile e femminile possono rispecchiarsi e confrontarsi nella loro diversità. Ma per arrivare a tale confronto, bisognerà sgombrare il campo da un discorso sull’identità sessuale da stato di guerra ed evitare di vedere sessismo ovunque, in qualsiasi cosa sia sessualmente connotata. Si insegni ai ragazzi l’arte di rispettare la femminilità, piuttosto che fargli pensare che avere libero accesso al desiderio della donna sia un loro diritto: spiegare che è molto più stimolante inventare nuovi modi per sedurre una ragazza, piuttosto che gridarle in branco per strada “dai bella, facci un sorriso”. Allo stesso tempo, si mostri alle ragazze come esprimere in maniera affermativa la propria sessualità, svincolandosi da certi modelli predatori di stampo maschilista. La sessualità deve essere una libera scelta non condizionata né dal desiderio sessuale maschile, ma neppure da un certo femminismo esclusivamente rivendicativo: un femminismo, cioè, che pretende di poter costruire da solo la propria sessualità, chiudendosi in una sorta di Fight Club assolutamente precluso all’universo maschile, dimenticando, come sostiene l’antropologo La Cecla, che non esiste femminilità senza relazione con la differenza maschile.


La politica del desiderio è una questione complessa e non si può istruire i generi al rispetto reciproco, se nello stesso momento non s’insegna loro a gestire e valorizzare la ricchezza e i limiti della propria sessualità. Il gioco delle differenze sessuali è essenziale, ed è la base minima della socialità. Ogni tentativo di delegittimare un'inclinazione atavica, piuttosto che mediarla, sfocerà sempre in una guerra tra generi, in una presa di posizioni estreme che invece di incoraggiare il dialogo tra sessi finirà per esacerbarlo. Forse, invece di auspicare una modifica comportamentale innata che non arriverà mai, occorre domandarci in che modo poter trasformare tale gioco delle differenze in un fecondo terreno d’incontro culturale, dove uomini e donne possano ricostruire quel patto di fiducia necessario all’armonia sociale.


 


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