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Neoliberalismo: l’idea che ha inghiottito il mondo

Il neoliberalismo è divenuto l’idea dominante della nostra era, che venera la logica del mercato, deprivandoci delle capacità e dei valori  che ci rendono più propriamente umani. [Stephen Metcalf]

Neoliberalismo: l’idea che ha inghiottito il mondo
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20 Ottobre 2017 - 10.11


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Sul The Guardian, un approfondimento che risale alle origini del neoliberalismo per rintracciarne le caratteristiche peculiari e sottolineare l’ambizione di trasformare completamente la visione del mondo contenuta in quella “Grande Idea” di Von Hayek, che alla fine è riuscita a permeare completamente la società di oggi. Il neoliberalismo è divenuto l’idea dominante della nostra era, che venera la logica del mercato, deprivandoci delle capacità e dei valori  che ci rendono più propriamente umani. [Carmenthesister – Voci dall’estero]

 

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di Stephen Metcalf

 

La scorsa estate, ricercatori del Fondo Monetario Internazionale hanno messo fine a una lunga e aspra disputa sul “neoliberalismo”: hanno ammesso che esiste. Tre importanti economisti dell’FMI, un’organizzazione non certo nota per la sua imprudenza, hanno pubblicato un documento che si interroga sui benefici del neoliberalismo. Così facendo, hanno contribuito a ribaltare l’idea che la parola non sia altro che un artificio politico, o un termine senza alcun reale potere analitico. Il paper ha chiaramente individuato un’ “agenda neoliberalista” che ha spinto la deregolamentazione delle economie in tutto il mondo, forzato l’apertura dei mercati nazionali al libero commercio e alla libera circolazione dei capitali e richiesto la riduzione del settore pubblico tramite l’austerità o le privatizzazioni. Gli autori hanno dimostrato con dati statistici la diffusione delle politiche neoliberali a partire dal 1980 e la loro correlazione con la crescita anemica, i cicli di espansione e frenata e le disuguaglianze.

 

Neoliberalismo è un termine vecchio, risalente agli anni Trenta, ma è stato rivitalizzato come un modo per descrivere la nostra politica attuale o, più precisamente, l’ordine delle idee consentite dalla nostra politica. All’indomani della crisi finanziaria del 2008, è stato un modo per attribuire la responsabilità della débacle, non a un partito politico di per sé, ma ad un establishment che aveva ceduto la sua autorità al mercato. Per i Democratici negli Stati Uniti e i Laburisti nel Regno Unito, questa cessione è stata descritta come un grottesco tradimento dei loro principi. Bill Clinton e Tony Blair, è stato detto, hanno abbandonato gli impegni tradizionali della sinistra, in particolare nei confronti dei lavoratori, a favore di un’élite finanziaria globale e di politiche autoritarie che li hanno arricchiti; e, nel fare questo, hanno permesso un terribile aumento delle disuguaglianze.

 

Negli ultimi anni il dibattito si è inasprito e il termine è diventato un’arma retorica, un modo per la gente di sinistra di gettare le colpe su quelli che stanno anche un centimetro alla loro destra. (Non c’è da stupirsi che i centristi dicano che è un insulto insensato: sono quelli nei cui confronti l’insulto è veramente più sensato). Ma il “neoliberalismo” è qualcosa di più che una battuta legittima e gratificante. Rappresenta anche, a suo modo, un paio di lenti attraverso le quali guardare il mondo.

 

Osserva la realtà attraverso le lenti del neoliberalismo e vedrai più chiaramente come i pensatori politici più ammirati da Thatcher e da Reagan hanno contribuito a modellare l’ideale della società come una sorta di mercato universale (e non, ad esempio, una polis, una sfera civile o una sorta di famiglia) e gli esseri umani come dei calcolatori di profitti e perdite (e non come beneficiari di previdenze o titolari di diritti e doveri inalienabili). Naturalmente l’obiettivo era quello di indebolire lo stato sociale e l’obiettivo della piena occupazione e, sempre, di ridurre le tasse e deregolamentare. Ma “neoliberalismo” indica qualcosa di più di una lista standard di obiettivi di destra. Era un modo per riordinare la realtà sociale, e ripensare il nostro status come individui isolati.

 

Ancora sbirciando attraverso l’obiettivo si vede come, non meno dello stato sociale, il libero mercato è un’invenzione umana. Si vede in quale maniera pervasiva siamo invitati a pensare a noi stessi come proprietari dei nostri talenti e iniziative, con quanta disinvoltura ci viene detto di competere e adattarci. Si vede in quale misura un linguaggio che precedentemente era limitato alle semplificazioni didattiche che descrivono i mercati delle materie prime (concorrenza, trasparenza, comportamenti razionali) è stato applicato a tutta la società, fino a invadere la realtà della nostra vita personale, e come l’atteggiamento del venditore si è infiltrato inestricabilmente in tutte le forme dell’espressione di sé.

 

In breve, il “neoliberalismo” non è semplicemente un nome che sta a indicare le politiche a favore del mercato, o i compromessi con il capitalismo finanziario fatti dai partiti socialdemocratici falliti. È la denominazione di una premessa che, silenziosamente, è arrivata a regolare tutta la nostra pratica e le nostre credenze: che la concorrenza è l’unico legittimo principio di organizzazione dell’attività umana.

 

Non appena il neoliberalismo è stato certificato come reale, e non appena ha reso evidente l’ipocrisia universale del mercato, allora i populisti e i fautori dell’autoritarismo sono arrivati al potere. Negli Stati Uniti, Hillary Clinton, il super-cattivo dei neoliberal, ha perso – e nei confronti di un uomo che sapeva solo quanto basta per fingere di odiare il libero scambio. Quindi quegli occhiali sono ormai inutili? Possono fare qualcosa per aiutarci a capire cosa si è rotto nella politica britannica e americana? Contro le forze dell’integrazione globale, si è riaffermata l’identità nazionale e nel modo più duro possibile. Cosa potrebbero avere a che fare il militante della parrocchia della Brexit e l’America Trumpista con la logica neoliberale? Qual è la possibile connessione tra il presidente – un folle a ruota libera – e il paradigma esangue dell’efficienza conosciuto come libero mercato?

 

Non è solo che il libero mercato produce una piccola squadra di vincitori e un enorme esercito di perdenti – e i perdenti, in cerca di vendetta, si sono rivolti alla Brexit e a Trump. C’era, sin dall’inizio, una relazione inevitabile tra l’ideale utopistico del libero mercato e il presente distopico in cui ci troviamo; tra il mercato come dispensatore unico di valore e tutore della libertà, e la nostra attuale caduta nella post-verità e nell’illiberalismo.

 

Io credo che occorra spostare il dibattito sterile sul neoliberalismo ritornando al principio, e prendendo sul serio la misura del suo effetto cumulativo su tutti noi, indipendentemente dall’appartenenza. E questo richiede il ritorno alle sue origini, che non hanno nulla a che fare con Bill o Hillary Clinton. C’era una volta un gruppo di persone che si definivano neoliberali, e lo facevano con molto orgoglio, e ambivano a una rivoluzione totale nel pensiero. Il più importante fra di loro, Friedrich Hayek, non pensava di conquistare una posizione nello spettro politico, o di giustificare i ricchi, o aggrapparsi ai margini della microeconomia.

 

Pensava di risolvere il problema della modernità: il problema della conoscenza oggettiva. Per Hayek, il mercato non agevolava semplicemente il commercio di beni e servizi; rivelava la verità. Com’è che la sua ambizione si è rovesciata nel suo opposto – la sconvolgente possibilità che, grazie alla nostra venerazione sconsiderata del libero mercato, la verità potrebbe essere scacciata del tutto dalla vita pubblica?

 

Quando nel 1936 Friedrich Hayek ebbe l’idea, egli si rese conto, con la convinzione di un’”illuminazione improvvisa”, che si era imbattuto in qualcosa di nuovo. “Come può la combinazione di frammenti di conoscenze esistenti in menti diverse“, ha scritto, “portare a risultati che, se dovessero essere perseguiti deliberatamente, richiederebbero una conoscenza da parte del regista che nessuno può possedere?

 

Non si trattava di un punto tecnico sui tassi di interesse o sui crolli deflazionari. Non era una polemica reazionaria contro il collettivismo o lo stato sociale. Era un modo di far nascere un mondo nuovo. Con crescente eccitazione, Hayek capì che il mercato potrebbe essere considerato come una sorta di mente.

 

 

La “mano invisibile” di Adam Smith ci aveva già consegnato la concezione moderna del mercato: una sfera autonoma dell’attività umana e quindi, potenzialmente, un oggetto valido di conoscenza scientifica. Ma Smith era, e lo è stato fino alla fine della sua vita, un moralista del XVIII secolo. Pensava che il mercato fosse giustificato solo alla luce della virtù individuale, e temeva che una società governata da nient’altro che dall’interesse personale allo scambio non fosse affatto una società. Il neoliberalismo è Adam Smith senza il suo timore.

 

Che Hayek sia considerato il padre del neoliberalismo – uno stile di pensiero che riduce tutto all’economia – è un po’ assurdo dato che egli era un economista mediocre. Era solo un giovane e oscuro tecnocrate viennese quando era stato reclutato alla London School of Economics per competere con la stella nascente di John Maynard Keynes a Cambridge, o addirittura contrastarla.

 

Il piano fallì, e l’Hayek contrapposto a Keynes fu una disfatta. La Teoria Generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta di Keynes, pubblicata nel 1936, fu accolta come un capolavoro. Dominava la discussione pubblica, specialmente tra i giovani economisti inglesi in formazione, per i quali Keynes, brillante, affascinante e ben inserito socialmente, rappresentava un modello ideale. Alla fine della seconda guerra mondiale, molti eminenti sostenitori del libero mercato si erano avvicinati al modo di pensare di Keynes, riconoscendo che il governo aveva un ruolo da svolgere nella gestione di un’economia moderna. L’eccitazione iniziale su Hayek si era dissipata. La sua peculiare idea che non fare niente avrebbe potuto curare una depressione economica era stata screditata in teoria e nella pratica. Successivamente ammise di aver sperato che il suo lavoro di critica a Keynes venisse semplicemente dimenticato.

 

Hayek fece una figura stupida: un professore alto, eretto e dall’accento pronunciato, in abito di tweed ben tagliato, che insisteva su un formale “Von Hayek”, ma crudelmente soprannominato dietro le spalle “Mr. Fluctooations”. Nel 1936 era un accademico senza pubblicazioni e senza un futuro scontato. Adesso viviamo nel mondo di Hayek, come abbiamo vissuto una volta in quello di Keynes. Lawrence Summers, il consigliere di Clinton ed ex rettore dell’Università di Harvard, ha affermato che la concezione di Hayek del sistema dei prezzi è “un’impresa penetrante e originale alla pari della microeconomia del XX secolo” e “la cosa più importante da imparare oggi in un corso di economia“. E comunque lo sottovaluta. Keynes non ha vissuto o previsto la guerra fredda, ma il suo pensiero è riuscito a penetrare in tutti gli aspetti del mondo della guerra fredda; così anche ogni aspetto del mondo post-1989 è imbevuto del pensiero di Hayek.

 

Hayek aveva una visione globale: un modo di strutturare tutta la realtà sul modello della concorrenza. Comincia assumendo che quasi tutte le attività umane (se non tutte) sono una forma di calcolo economico e possono così essere assimilate ai concetti fondamentali di ricchezza, valore, scambio, costo – e soprattutto prezzo. I prezzi sono un mezzo per allocare le risorse scarse in modo efficiente, secondo necessità e utilità, in base alla domanda e all’offerta. Perché il sistema dei prezzi funzioni in modo efficiente, i mercati devono essere liberi e concorrenziali. Da quando Smith aveva immaginato l’economia come una sfera autonoma, esisteva la possibilità che il mercato non fosse solo un pezzo della società, ma la società nel suo complesso. All’interno di tale società, gli uomini e le donne hanno bisogno solo di seguire il proprio interesse personale e competere per le risorse scarse. Attraverso la concorrenza “diventa possibile“, come ha scritto il sociologo Will Davies, “discernere chi e che cosa ha valore“.

 

Tutto ciò che una persona che conosce la storia vede come necessari baluardi contro la tirannia e lo sfruttamento – una classe media prospera e una sfera civile; istituzioni libere; suffragio universale; libertà di coscienza, dimensione collettiva, religione e stampa; il riconoscimento di fondo che l’individuo è portatore di dignità – non ha alcun posto nel pensiero di Hayek. Hayek ha incorporato nel neoliberalismo l’ipotesi che il mercato fornisca tutta la protezione necessaria contro l’unico reale pericolo politico: il totalitarismo. Per evitare questo, lo Stato deve solo mantenere libero il mercato.

 

Quest’ultimo è ciò che rende il neoliberalismo “neo”. È una modifica fondamentale della credenza precedente in un mercato libero e uno stato minimo, noto come “liberalismo classico”. Nel liberalismo classico, i commercianti semplicemente chiedevano allo Stato di “lasciarli soli” – di “lasciarli fare”. Il neoliberalismo riconosce che lo stato deve essere attivo nell’organizzazione di un’economia di mercato. Le condizioni che consentono il libero mercato devono essere conquistate politicamente, e lo stato deve essere riprogettato per sostenere il libero mercato in modo costante e continuativo.

 

Questo non è tutto: ogni aspetto della politica democratica, dalle scelte degli elettori alle decisioni dei politici, deve essere sottoposto ad un’analisi puramente economica. Il legislatore è obbligato a lasciare abbastanza le cose come stanno per non distorcere le azioni naturali del mercato e così, idealmente, lo Stato fornisce un quadro giuridico fisso, neutrale e universale in cui le forze di mercato operano spontaneamente. La direzione consapevole del governo non è mai preferibile ai “meccanismi automatici di aggiustamento“, cioè il sistema dei prezzi, che non è solo efficiente, ma massimizza la libertà, o l’opportunità per gli uomini e le donne di fare scelte libere sulla propria vita.

 

Mentre Keynes volava tra Londra e Washington, creando l’ordine del dopoguerra, Hayek se ne stava imbronciato a Cambridge. Era stato mandato lì durante le evacuazioni di guerra; e si lamentava di essere circondato da “stranieri” e “orientali di tutti i tipi” e “europei di praticamente tutte le nazionalità, ma solo pochissimi dotati di una reale intelligenza“.

 

Bloccato in Inghilterra, senza alcuna influenza o credibilità, Hayek aveva solo la sua idea a consolarlo; un’idea così grande che un giorno avrebbe fatto mancare il terreno sotto i piedi a Keynes e a qualsiasi altro intellettuale. Lasciato libero di funzionare, il sistema dei prezzi funziona come una sorta di mente. E non come una mente qualsiasi, ma una mente onnisciente: il mercato calcola ciò che gli individui non possono afferrare. Rivolgendosi a lui come a un compagno d’armi intellettuale, il giornalista americano Walter Lippmann scrisse a Hayek dicendo: “Nessuna mente umana ha mai colto l’intero schema di una società … Nella migliore delle ipotesi, una mente può cogliere la propria versione dello schema, qualcosa di molto più limitato, che sta alla realtà come una sagoma sta a un uomo reale“.

 

È una affermazione epistemologica forte – che il mercato è un sistema per conoscere le cose che supera radicalmente la capacità di ogni mente individuale. Un tale mercato non è tanto una convenzione umana, da manipolare come qualsiasi altra cosa, quanto una forza da studiare e da placare. L’economia cessa di essere una tecnica – come credeva Keynes – per raggiungere fini sociali desiderabili, come la crescita o la stabilità del valore della moneta. L’unico fine sociale è il mantenimento del mercato stesso. Nella sua onniscienza, il mercato costituisce l’unica forma legittima di conoscenza, davanti alla quale tutti gli altri modi di riflessione sono parziali, in entrambi i sensi della parola: comprendono solo un frammento di un intero e rispondono a un interesse particolare. A livello individuale, i nostri valori sono solo personali, o semplici opinioni; a livello collettivo, il mercato li converte in prezzi, o fatti oggettivi.

 

Dopo essersene venuto via dalla LSE, Hayek non ebbe mai un incarico permanente che non fosse pagato da grandi sponsor aziendali. Anche i suoi colleghi conservatori dell’Università di Chicago – l’epicentro globale del dissenso libertario negli anni ’50 – consideravano Hayek come un portavoce reazionario, un “uomo di squadra della destra” con uno “sponsor di squadra della destra“, come si suol dire. Nel 1972, un amico andò a trovare Hayek, ora a Salisburgo, e trovò un uomo anziano prostrato nell’autocommiserazione, convinto che il lavoro della sua vita era stato inutile. Nessuno si interessava a quello che aveva scritto!

 

C’era, però, qualche segno di speranza: Hayek era il filosofo politico preferito di Barry Goldwater e a quanto si dice anche di Ronald Reagan. Poi c’era Margaret Thatcher. Thatcher esaltava Hayek di fronte a tutti, e prometteva di mettere insieme la sua filosofia del libero mercato con una ripresa dei valori vittoriani: famiglia, comunità, lavoro duro.

 

Hayek si incontrò privatamente con Thatcher nel 1975, proprio nel momento in cui lei, appena nominata leader dell’opposizione nel Regno Unito, si stava preparando a mettere in pratica la sua Grande Idea per consegnarla alla storia. Si consultarono in privato per 30 minuti a Londra, a Lord North Street presso l’Istituto per gli Affari Economici. Dopo l’incontro, lo staff della Thatcher gli chiese ansiosamente cosa stava pensando. Cosa poteva dire? Per la prima volta in 40 anni, il potere restituiva a Friedrich von Hayek la tanto preziosa immagine che egli aveva di se stesso, l’immagine di un uomo che poteva sconfiggere Keynes e ricostruire il mondo.

 

Rispose: “Lei è veramente bella”.

 

La Grande Idea di Hayek non è granché come idea, fino a che non la ingigantisci. Processi organici, spontanei ed eleganti che, come un milione di dita sul tavolo di una seduta spiritica, si coordinano per creare risultati che altrimenti sarebbero accidentali. Applicata ad un mercato reale – il mercato della pancetta di maiale o i futures del granturco – questa rappresentazione dei fatti è poco più che un’ovvietà. Può essere ampliata per descrivere come i vari mercati, delle materie prime e del lavoro e anche lo stesso mercato della moneta, compongano quella parte della società conosciuta come “l’economia“. Questo è meno banale, ma ancora irrilevante; un Keynesiano accetta tranquillamente questa rappresentazione. Ma cosa succede se le facciamo fare un passo avanti? Cosa succede se concepiamo tutta la società come una sorta di mercato?

 

Più l’idea di Hayek si espande, più diventa reazionaria, più si nasconde dietro la sua pretesa di neutralità scientifica – e più permette alla scienza economica di collegarsi alla tendenza intellettuale più importante dell’occidente sin dal 17° secolo. L’ascesa della scienza moderna ha generato un problema: se il mondo universalmente obbedisce alle leggi naturali, cosa significa essere esseri umani? L’essere umano è semplicemente un oggetto nel mondo, come qualsiasi altra cosa? Sembra che non sia possibile integrare l’esperienza soggettiva e interiore dell’uomo nella natura, nel modo in cui la scienza la concepisce, come un qualcosa di oggettivo, soggetto a regole che scopriamo tramite l’osservazione.

 

Tutta la cultura politica del dopoguerra gioca a favore di John Maynard Keynes e di un forte ruolo dello Stato nella gestione dell’economia. Ma tutta la cultura accademica postbellica si trova a favore della Grande Idea di Hayek. Prima della guerra, anche l’economista più conservatore pensava al mercato come lo strumento per un obiettivo limitato, l’efficiente allocazione delle risorse scarse. Fin dai tempi di Adam Smith a metà del 1700, e fino ai membri fondatori della scuola di Chicago negli anni del dopoguerra, vi era la credenza comune che gli obiettivi finali della società e della vita, si trovavano nella sfera non-economica.

 

Secondo questo punto di vista, le questioni di valore sono risolte politicamente e democraticamente, non economicamente – attraverso la riflessione morale e la deliberazione pubblica. La espressione classica moderna di questa convinzione si trova in un saggio del 1922 intitolato Etica e Interpretazione Economica di Frank Knight, che giunse a Chicago due decenni prima di Hayek. “La critica economica razionale dei valori dà risultati ripugnanti per il buon senso“, scrisse Knight. “L’uomo economico è egoista e spietato, degno di condanna morale“.

 

Gli economisti avevano dibattutto aspramente per 200 anni sulla questione di come considerare i valori sui quali si organizza una società mercantile, al di là di un semplice calcolo e interesse personale. Knight, insieme ai suoi colleghi Henry Simon e Jacob Viner, si trovava davanti a Franklin D Roosevelt e agli interventi sul mercato del New Deal, e fondarono l’Università di Chicago facendone quel tempio intellettualmente rigoroso dell’economia del libero mercato che rimane ancora oggi. Tuttavia, Simons, Viner e Knight iniziarono tutti la loro carriera prima che l’inarrivabile prestigio dei fisici atomici riuscisse a far fluire enormi somme di denaro nel sistema universitario e lanciasse la moda postbellica per la scienza “dura“. Non adoravano le equazioni o i modelli, e si preoccupavano di questioni non scientifiche. Più esplicitamente, si preoccupavano di questioni di valore, dove il valore era assolutamente distinto dal prezzo.

 

Non è solo che Simons, Viner e Knight fossero meno dogmatici di Hayek, o più disposti a perdonare lo stato per la tassazione e la spesa pubblica. Non è che Hayek fosse loro intellettualmente superiore. Semplicemente, riconoscevano come principio fondamentale che la società non era la stessa cosa del mercato, e che il prezzo non era la stessa cosa del valore. Questo ha fatto sì che venissero completamente dimenticati dalla storia.

 

È stato Hayek che ci ha mostrato come arrivare dalla condizione senza speranza della relatività umana alla maestosa oggettività della scienza. La Grande Idea di Hayek funge da anello mancante tra la nostra natura umana soggettiva e la natura stessa. Così facendo, pone qualsiasi valore che non possa essere espresso come un prezzo – il verdetto del mercato – su un piano incerto, come nient’altro che un’opinione, una preferenza, folklore o superstizione.

 

Ma più di chiunque altro, anche più di Hayek stesso, è stato il grande economista del dopoguerra di Chicago, Milton Friedman, che ha contribuito a convertire i governi e i politici al potere alla Grande Idea di Hayek. Ma prima ha dovuto rompere con i due secoli precedenti e dichiarare che l’economia è “in linea di principio indipendente da qualsiasi posizione etica particolare o da giudizi normativi” e che è “una scienza oggettiva, nello stesso senso di qualsiasi scienza fisica“. I valori del vecchio ordine mentale normativo erano viziati, erano “differenze su cui gli uomini alla fine possono solo combattere“. Detto con altre parole, da una parte c’è il mercato, e dall’altra il relativismo.

 

I mercati possono essere facsimili umani di sistemi naturali, e come l’universo stesso, possono essere senza autori e senza valore. Ma l’applicazione della Grande Idea di Hayek ad ogni aspetto della nostra vita nega ciò che di noi è più caratteristico. Nel senso che assegna ciò che è più umano degli esseri umani – la nostra mente e la nostra volontà – agli algoritmi e ai mercati, lasciandoci meccanici, come zombi, rappresentazioni rattrappite di modelli economici. Espandere l’idea di Hayek sino a promuovere radicalmente il sistema dei prezzi a una sorta di onniscienza sociale significa ridimensionare radicalmente l’importanza della nostra capacità individuale di ragionare – la nostra capacità di trovare le giustificazioni delle nostre azioni e credenze e valutarle.

 

Di conseguenza, la sfera pubblica – lo spazio in cui offriamo ragioni e contestiamo le ragioni degli altri – cessa di essere lo spazio della deliberazione, e diventa un mercato di click, like e retweet. Internet è la preferenza personale enfatizzata dall’algoritmo; uno spazio pseudo pubblico che riecheggia la voce dentro la nostra testa. Piuttosto che uno spazio di dibattito in cui facciamo il nostro cammino, come società, verso il consenso, ora c’è un apparato di affermazione reciproca chiamato banalmente “mercato delle idee”. Quello che appare pubblico e chiaro è solo un’estensione delle nostre preesistenti opinioni, pregiudizi e credenze, mentre l’autorità delle istituzioni e degli esperti è stata spiazzata dalla logica aggregativa dei grandi dati. Quando accediamo al mondo attraverso un motore di ricerca, i suoi risultati vengono classificati, per come la mette il fondatore di Google, “ricorrentemente” – da un’infinità di singoli utenti che funzionano come un mercato, in modo continuo e in tempo reale.

 

A parte l’utilità straordinaria della tecnologia digitale, una tradizione più antica e umanistica, che ha dominato per secoli, aveva sempre distinto fra i nostri gusti e preferenze – i desideri che trovano espressione sul mercato – e la nostra capacità di riflessione su quelle preferenze, che ci consente di stabilire ed esprimere valori.

 

Un sapore è definito come una preferenza su cui non si discute”, ha scritto una volta il filosofo ed economista Albert O Hirschman. “Un gusto che si può contestare, con se stessi o con gli altri, cessa ipso facto di essere un gusto – diventa un valore“.

 

Hirschman ha formulato una distinzione tra quella parte di sé che è un consumatore e quella parte di sé che produce ragionamenti. Il mercato riflette ciò che Hirschman ha definito le preferenze, che sono “rivelate dagli agenti quando acquistano beni e servizi”. Ma, come afferma, gli uomini e le donne hanno anche la capacità di rivedere i loro “desideri, volontà e preferenze”, per chiedersi se veramente vogliono questi desideri e preferiscono queste preferenze “. Modelliamo noi stessi e le nostre identità sulla base di questa capacità di riflessione. L’uso del potere di riflessione del singolo individuo è la ragione; l’uso collettivo di questi poteri di riflessione è la ragione pubblica; l’uso della ragione pubblica per approvare le leggi e la linea politica è la democrazia. Quando forniamo ragioni per le nostre azioni e credenze, ci realizziamo: individualmente e collettivamente, decidiamo chi e che cosa siamo.

 

Secondo la logica della Grande Idea di Hayek, queste espressioni della soggettività umana senza la ratifica del mercato sono senza significato – come ha detto Friedman, non sono altro che relativismo, ogni cosa risultando buona come qualsiasi altra. Quando l’unica verità oggettiva è determinata dal mercato, tutti gli altri valori hanno lo status di mere opinioni; tutto il resto è aria fritta relativistica. Ma il “relativismo” di Friedman è una accusa che può essere rivolta a qualsiasi pretesa basata sulla ragione umana. È un insulto assurdo, visto che tutte le attività umane sono “relative” a differenza delle scienze. Sono relative alla condizione (privata) di avere una mente e alla necessità (pubblica) di ragionare e comprendere, anche quando non possiamo aspettarci delle prove scientifiche. Quando i nostri dibattiti non sono più risolti con deliberazioni basate su ragionamenti, allora l’esito sarà determinato dai capricci del potere.

 

È qui che il trionfo del neoliberismo si traduce nell’incubo politico che viviamo oggi. Per citare una vecchia battuta, “avevi solo una cosa da fare!”. Il grande progetto di Hayek, come originariamente concepito negli anni ’30 e ’40, era stato espressamente progettato per impedire di ricadere nel caos politico e ne fascismo. Ma la Grande Idea ha sempre coinciso con questo abominio stesso che voleva impedire che accadesse. Era, fin dall’inizio, intrisa della cosa stessa da cui sosteneva di proteggere. La società riconcepita come un gigante mercato porta ad una vita pubblica ridotta ad uno scontro tra mere opinioni; finché il pubblico frustrato non si rivolge, infine, ad un uomo forte come ultima risorsa per risolvere i suoi problemi, altrimenti ingestibili.

 

Nel 1989, un giornalista americano bussò alla porta di Hayek 90enne. Viveva a Freiburg, nella Germania Ovest, in un appartamento al terzo piano ad Urachstrasse. I due uomini si sedettero in una stanza con le finestre che guardavano sulle montagne e Hayek, che si stava riprendendo dalla polmonite, mentre parlavano si mise una coperta sulle gambe.

 

Non era più l’uomo di una volta, sprofondato nella sconfitta per mano di Keynes. Thatcher aveva appena scritto a Hayek con un tono di trionfo epocale. Niente di ciò che lei e Reagan avevano compiuto “sarebbe stato possibile senza i valori e le idee che ci hanno portato sulla strada giusta e fornito la giusta direzione”. Hayek ora era soddisfatto di se stesso e ottimista sul futuro del capitalismo. Come ha scritto il giornalista, “In particolare, Hayek vede un maggiore apprezzamento per il mercato tra le giovani generazioni. Oggi i giovani disoccupati di Algeri e Rangoon non protestano per uno stato sociale pianificato a livello centrale, ma per le opportunità: la libertà di acquistare e vendere – jeans, automobili, qualunque cosa – a qualsiasi prezzo che il mercato possa sostenere ».

 

Sono passati trent’anni, e si può giustamente dire che la vittoria di Hayek non ha rivali. Viviamo in un paradiso costruito dalla sua Grande Idea. Più il mondo può essere fatto assomigliare ad un mercato ideale governato solo dalla libera concorrenza, più il comportamento umano diviene complessivamente “ordinato” e “scientifico”. Ogni giorno noi stessi – nessuno deve più dircelo! – ci sforziamo di diventare più perfetti come acquirenti e venditori, isolati, discreti, anonimi; e ogni giorno consideriamo il desiderio residuo di essere qualcosa di più di un consumatore come un’espressione di nostalgia, o di elitismo.

 

Ciò che è iniziato come una nuova forma di autorità intellettuale, radicata in una visione del mondo onestamente apolitica, si è facilmente trasformata in una politica ultra-reazionaria. Quello che non può essere quantificato non deve essere reale, dice l’economista, e come misurare i principali benefici dell’illuminazione – vale a dire, il ragionamento critico, l’autonomia personale e l’autogoverno democratico? Quando abbiamo abbandonato, per il suo imbarazzante residuo di soggettività, la ragione come una forma di verità e abbiamo reso la scienza l’unico arbitro del reale e del vero, abbiamo creato un vuoto che la pseudo-scienza è stata ben felice di riempire.

 

L’autorità del professore, del riformatore, del legislatore o del giurista non deriva dal mercato, ma da valori umanistici come la passione civile, la coscienza o il desiderio di giustizia. Molto tempo prima che l’amministrazione di Trump cominciasse a squalificarle, queste figure erano state private di rilevanza da uno schema esplicativo che non può spiegarle. Certamente c’è una connessione tra la loro crescente irrilevanza e l’elezione di Trump, una creatura di puro capriccio, un uomo senza principi o convinzioni che lo possano rendere una persona coerente. Un uomo senza mente, che rappresenta la totale assenza della ragione, sta governando il mondo; o portandolo alla rovina. Come una vera agenzia immobiliare di Manhattan, però, Trump, ehi – sa quel che sa: che i suoi peccati devono ancora essere puniti dal mercato.

 
 
(18 Agosto 2017)
 
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