Ricordo di Mario Perniola

Un breve profilo di Mario Perniola (Asti 1941-Roma 2018), professore di Estetica all’Università di Roma “Tor Vergata”, recentemente scomparso. [Leonardo V. Distaso]

Mario Perniola

Mario Perniola

di Leonardo V. Distaso*


Il 9 gennaio scorso si è spento Mario Perniola (Asti 1941-Roma 2018), una delle figure principali dell’estetica italiana degli ultimi quarant’anni, la cui curiosità intellettuale ha attraversato paesaggi culturali dei più vari. Con la sua vastissima produzione, frutto di analisi svolte con acume, rigore ed eccentricità, ha fornito strumenti preziosi per la comprensione e l’interpretazione delle sfide lanciate dal tempo presente e dei caratteri della sensibilità contemporanea. Leonardo V. Distaso ne ha tracciato per noi un breve profilo. [MicroMega]


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Le poche righe che seguono non hanno la pretesa di esaurire il racconto dell’esperienza intellettuale di Mario Perniola; lo accennano, ne ricordano alcuni tratti, ne indicano qua e là alcune stazioni. Più di tanto non si può fare in questa sede, aggiungendo l’invito a rileggerlo, per chi lo abbia già fatto o a leggerlo, per chi non l’avesse fatto ancora. Chi scrive non è stato suo allievo, non lo ha frequentato, non è cresciuto con le sue lezioni, ma letto sì e ascoltato molte volte. I libri di Mario Perniola erano degli appuntamenti, le sue pagine un’ineludibile indicazione, uno stimolo anche quando apparivano opache, ma sembravano nascondere qualcosa di decisivo. Perniola aveva già visto, o intravisto, quello che altri faticavano a vedere: il presente, l’attualità, la condizione contemporanea da lui seguita passo passo nel corso del suo evolversi, grazie a un occhio vigile e critico, disincantato ma insieme partecipe.


Era acutissimo Mario Perniola, portatore di un pensiero eccentrico – per dirla alla Ferruccio Masini –, di un acume in grado di dominare la disillusione fino a rovesciarla in una possibilità capace di fronteggiare il tempo presente, oggetto principale delle sue riflessioni estetiche. Il ricordo di Masini mi fa venire in mente una bella antologia sull’espressionismo, curata da Luigi Russo nel 1981 e a cui entrambi parteciparono: lì Perniola scriveva su espressionismo e barocco facendoli dialogare su un piano internazionale in grado di gettare luce su alcune tendenze di quel tempo e sul carattere moderno del barocco. Habermas, Debord e Baudrillard erano i punti di partenza di quella riflessione istantanea (autori che accompagneranno Perniola per un lungo e costante periodo), così come la ripresa del Wölfflin di Rinascimento e Barocco in una chiave che Perniola fece sua nel seguito delle sue indagini: la preoccupazione del nuovo e l’importanza del presente. In quel momento il presente era, per Perniola, già caratterizzato dalla sospensione o abolizione dell’io che il neo-pathos espressionistico aveva ereditato dal barocco, pronto per installarsi nel sentire neutro. Un sentire neutro che non rappresentava affatto uno sprofondare nel quietismo individuale (nella purezza indifferente e nel disimpegno dell’art pour l’art), ma l’azione, benjaminianamente intesa, della vertiginosa derealizzazione propria del moderno finalizzata a ridurre, per quanto possibile, quello scollamento tra cultura e società che Perniola intendeva affrontare sulle tracce del barocco.


Che il quietismo non fosse una strada percorribile Perniola lo aveva già compreso avvicinandosi ad autori come Debord e Bataille. Del primo ne diventerà testimone e amico, ricostruendo la storia del Situazionismo in un saggio esaustivo e partigiano del 1972. La dimensione alienata dell’arte moderna ha le sue radici nel Rinascimento e, prima ancora, nella Grecia classica e il testo del 1971 sull’alienazione artistica ne chiarisce lo sviluppo, mostrandoci quali fossero i motivi dello sguardo avanguardistico gettato sul barocco. Il ruolo delle avanguardie di inizio secolo (Dada, surrealismo, suprematismo e futurismo russi) e la svolta situazionista si presentano come risposta movimentista all’arte conservatrice che la borghesia capitalistica ha ereditato dal XIX secolo. Tuttavia, si tratta solo di una fase: il superamento della contraddizione porta a una nuova ambiguità che il situazionismo non riesce a sciogliere, cioè quello di restituire una valenza storico-metafisica a una soggettività che invece, per Perniola, sarà sempre più evaporata e irrecuperabile. Di Bataille Perniola apprezza e accoglie nel 1977 l’articolazione del non-sapere, quell’esperienza del negativo che lo accompagnerà nelle trame della sua riflessione sia nel momento dell’accertamento della fine del soggetto, sia nell’affrontare il rischio del non-senso. Con Bataille, Perniola si avvia sulla strada della irrecuperabilità del negativo: la sua differenza inconciliabile fa dire all’arte e alla poesia che non può nello stesso tempo affermare la sua azione libera e legarsi a una parte politica entrando nel cuore della lotta e del contrasto politico. Ancora una volta Perniola sottolinea il ruolo delle avanguardie che hanno negato alla radice la separazione tra arte ed economia, identificandosi col movimento storico della rivoluzione sociale ancor prima che politica. Per fare questo Perniola si solleva sulle spalle di Bataille. Nel seguirne le tracce, Perniola è stato accorto a non cadere nella trappola di un’arte restaurativa, tenendo fermo il negativo e mantenendolo tale. La scelta di Bataille di risolvere la trasgressione nell’espiazione non convince Perniola: il negativo non può essere ridotto al marginale, all’autoaffliggimento e all’espiazione della colpevolezza, perché la soddisfazione derivata dalla realizzazione del negativo comporterebbe comunque il mantenimento dello status quo, dell’ordine e del positivo. C’è bisogno di altro ancora, di un passo successivo che non sottragga il negativo a se stesso. Il successivo confronto tra Bataille e Breton porta Perniola oltre i due, attraverso una rilettura di Nietzsche e Sade che egli affronta parallelamente a Klossowski, altro suo sodale e amico.


È dopo aver assorbito le difficoltà del negativo che Perniola riprende il discorso intorno al rapporto tra arte e società, ora in dialogo con Baudrillard ora nel confronto con la post-modernità. Non solo l’indagine sulla società dei simulacri del 1980, dove si compie la dissoluzione del soggetto nel gioco artistico, ma anche la distanza dalle secche del postmoderno condurrà Perniola, nel 1985, a quella nozione di transito (processo che va dallo stesso allo stesso) che gli consentirà di affermare l’idea di filosofia come esperienza della radicale atopia, dell’enigma, del transito che minaccia continuamento l’identico. Ancor più che la dinamica del pensiero sul simulacro, quella compiuta sul transito costituisce la svolta positiva e fiduciosa di Perniola. Contro ogni filologia ed erudizione, contro la topica filosofica e lo stereotipo sul modello della Theory, contro l’avvilimento e il disorientamento della filosofia come sapere, Perniola propone l’atopia come filosofia del presente e dell’attimo (dell’esperienza del tempo come pieno possesso), della presenza come risultato del conflitto tra società e filosofia, e dell’enigmaticità come pensiero significativo e difficile da comprendere e, proprio per questo, importante. Su questo Perniola è chiaro e lucido: tra società e pensiero vi è una condizione di transito, un rapporto di transito da cui emerge con evidenza la dimensione stoica del suo monismo filosofico in vista del superamento del banale ad opera dell’enigmatico.


Non stiamo ricostruendo l’itinerario filosofico di Perniola: non ne saremmo in grado e non è questo il momento per farlo; stiamo solo ricordando alcune tracce lasciate lì per essere ripercorse e proseguite. Così nel 1991 Perniola inizia il decennio del sentire che lo condurrà, attraverso il sex appeal dell'inorganico del 1994, ai disgusti del 1999. La ricostruzione della storia della facoltà di sentire fa fare a Perniola un gigantesco passo indietro verso il sentire greco, un sentire cosmico stoico in grado di superare il già sentito e il sempre sentito quali frutti dell’ideologia. Propone così un essere posseduti dal sentire come liberazione dall’ideologia e dal narcisismo, dalla privatizzazione sterile dell’esperienza e dall’esperienza di un continuo già sentito pronto a rovesciarsi continuamente nell'effettualità. L’analisi di Perniola del contemporaneo modo di sentire come reificazione della sensibilità nel simulacro e come già sentito lo porta a capire quali siano i termini della visione totalizzante del sentire contemporaneo: il mondo sensologico contemporaneo ha una profonda analogia con il progetto metafisico di aspirazione alla totalità poiché pretende di essere l’unica realtà effettuale e di valere incondizionatamente per tutti. Ed è a questa totalità che Perniola contrappone un transito sensoriale, una commossa e intelligente partecipazione alla compresenza dei fattori che determinano il crescere e il concrescere del cosmo e del vivere in coerenza con esso.


È da questa linea di ricerca che si giunge al sex appeal dell’inorganico: il riferimento, puramente nominale, al Benjamin del Passagen-Werk, consente a Perniola di riprendere la riflessione sul rapporto tra arte e società contemporanee. Viene da pensare che l’ulteriore indagine sul sentire stoico, cosmico e teatrico, sul sentire filosofico atopico ed enigmatico che scavalcherebbe l’attuale momento egizio dell’arte, conduce Perniola a definire l’emancipazione dalla concezione strumentale del sentire e la sessualità come un sentirsi cosa, un darsi come una cosa che sente e un sentirsi una cosa senziente. Ed eccoci arrivati al sentire neutro e alla sessualità neutra che proprio il filosofo, oggi, dovrebbe riconoscere e proclamare: dire che il regno delle cose non appartiene più al trionfo del capitalismo e della tecnica, ma all’impero di una sessualità senza orgasmo. Una nuova percezione, una sessualità inorganica, una neutralità artificiale, un’indifferenza erotica e trasgressiva che fanno propri i paradossi di Nietzsche e Sade in un andamento che sembra giungere alla neutralizzazione del negativo, alla fase conclusiva di quel negativo in quanto tale che, transitando verso se stesso, si neutralizza nel post-organico e nell’esperienza-donazione stupefacente e immediata della realtà. Una sessualizzazione della filosofia e delle arti consentirebbe, secondo Perniola, la liberazione dalle metafore spiritual-vitalistiche che considerano la società come un organismo vivente, una totalità preda dell’ideologia perennemente votata alla comunicazione di sé a cui Perniola contrappone, nel 2004, il disinteresse e la discrezione come antidoti alla omologazione democratica.


Le ultime riflessioni di Perniola sono state proprio dedicate all’analisi della comunicazione, al ruolo ideologico che essa assume nella contemporanea società di massa, alla contrapposizione tra distacco e trauma che suggerisce come il nostro tempo sia quello dominato da un’inesorabile inazione frutto del dominio della comunicazione. In questo quadro, ancora tutto da intendere e ancora tutto da svelare, Perniola ci ha lasciato in eredità un’ulteriore riflessione sull’arte e sul ruolo che essa ha nel nostro tempo. All’anti-arte che si è declinata in esperienza ludica ed effimera e si è appiattita sull’omogeneità della comunicazione, e alla filosofia che ha scavalcato la barriera che la divideva dalla realtà rendendosi così banale e triviale, Perniola in ultimo ha opposto un’arte criptica, antimonumentale e anticlassicistica, un’arte del resto inteso come cripta, in quanto luogo che permette alle contraddizioni di non trasformarsi in catastrofe. Se poi l’arte espansa, oggetto dell’ultima riflessione di Perniola, sia un’opportunità o un pericolo nel processo di mediazioni continue che definiscono la nuova artistizzazione dell’arte, questo rappresenta un aspetto del lascito di Mario Perniola, un’eredità che ci invita a perseguire seguendo le sue tracce e uno stimolo a reagire ancora alle sue sollecitazioni.


Breve biografia


Nato ad Asti il 20 maggio 1941, Mario Perniola si forma nell’Università di Torino con Luigi Pareyson, insieme ad altri protagonisti della cultura italiana della seconda metà del Novecento, come Gianni Vattimo, Umberto Eco e Sergio Givone. Dalla fine degli anni Sessanta, si stabilisce a Roma, dove diventerà professore ordinario presso l’Università di Roma “Tor Vergata”, dopo aver insegnato a Salerno dal 1970 al 1983. A Roma, dirigerà anche il Dipartimento di Ricerche Filosofiche. Visiting professor presso numerose università e centri di ricerca in Francia, Brasile, Danimarca, Giappone, Canada, USA e Australia, ha diretto «Agaragar» (1971-73), «Clinamen» (1988-92), «Estetica news» (1988-1995) e «Ágalma. Rivista di studi culturali e di estetica». Molte delle sue opere sono state tradotte in diverse lingue.


Principali pubblicazioni


Bataille e il negativo, Feltrinelli, Milano 1977 (nuova ed. Philosophia sexualis. Scritti su Georges Bataille, Ombre Corte, Verona 1998)


La società dei simulacri, Cappelli, Bologna 1980 (nuova ed. Mimesis, Milano 2011)


Dopo Heidegger. Filosofia e organizzazione della cultura, Feltrinelli, Milano 1982


Transiti. Come si va dallo stesso allo stesso, Cappelli, Bologna 1985


Presa diretta. Estetica e politica, Cluva, Venezia 1986 (nuova ed. Mimesis, Milano 2012)


Enigmi. Il momento egizio nella società e nell’arte, Costa & Nolan, Genova 1990


Del sentire, Einaudi, Torino 1991 e 2002


Più che sacro, più che profano, Mimesis, Milano 1992 e 2010


Il sex appeal dell’inorganico, Einaudi, Torino 1994


L’estetica del Novecento, Il Mulino, Bologna 1997


Disgusti. Nuove tendenze estetiche, Costa & Nolan, Milano 1999


I situazionisti. Il movimento che profetizzò la «Società dello spettacolo», Castelvecchi, Roma 1998 e 2005


L’arte e la sua ombra, Einaudi, Torino 2000 e 2004


Del sentire cattolico. La forma culturale di una religione universale, Il Mulino, Bologna 2001


Contro la comunicazione, Einaudi, Torino 2004


Miracoli e traumi della comunicazione, Einaudi, Torino 2009


Strategie del bello. Quarant’anni di estetica italiana (1968-2008), «Ágalma», 18/2009


Berlusconi o il ’68 realizzato, Mimesis, Milano 2011


L’estetica contemporanea, Bologna, Il Mulino 2011


Da Berlusconi a Monti. Disaccordi imperfetti, Mimesis, Milano 2013


L’avventura situazionista. Storia critica dell’ultima avanguardia del XX secolo, Mimesis, Milano 2013


L’arte espansa, Einaudi, Torino 2015


Del terrorismo come una delle belle arti, Mimesis, Milano 2016


Estetica italiana contemporanea. Trentadue autori che hanno fatto la storia degli ultimi cinquant’anni, Bompiani, Milano 2017


(9 marzo 2018)


 


* Professore di Estetica all’Università di Napoli “Federico II”. Tra le sue ultime pubblicazioni: Il veleno del commediante. Arte, utopia e antisemitismo in Richard Wagner (scritto R. Taradel, Ombre corte 2017), Textura rerum. Parvenza, apparenza, appariscenza (scritto con F.C. Papparo, ETS 2015); Estetica e differenza in Wittgenstein (Mimesis 2014); Da Dioniso al Sinai. Saggi di filosofia della musica (Albo Versorio 2011).


 


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