L’agonia prolungata di Theresa May e il ‘governo in attesa’ di Corbyn

L'inquilina di Downing Street esce con le ossa rotte dal Congresso del partito Conservatore, e non solo per la sua tosse indomabile. Il leader laburista intanto è quasi un premier in pectore

Un giovane sostenitore di Corbyn

Un giovane sostenitore di Corbyn

di Leni Remedios.

 

LONDRA (Regno Unito) - Theresa May esce con le ossa rotte dal Congresso annuale del partito Conservatore. E colpa non è dell’attacco di tosse indomabile che l’ha colta proprio nel bel mezzo del suo comizio più importante degli ultimi mesi, né del ‘disturbatore’ che l’ha interrotta per consegnarle una finta lettera di licenziamento.


Né della cinquantina di parlamentari conservatori, capitanati da Grant Shapps – ex presidente del partito – che hanno sfidato ufficialmente la leadership. Il resto del partito fa scudo attorno alla Prima Ministra. ‘Non è il momento’ affermano. Va notato che mettono in discussione la tempistica della sfida alla leadership, non la sfida alla leadership in sé. Non il ‘if’ ma il ‘when’.

«Non si può più nascondere la testa sotto la sabbia», ha dichiarato dal canto suo Shapps alla BBC, e nel dirlo assicura di non lavorare per Boris Johnson. In effetti le ambizioni del Ministro degli Esteri Johnson alla carica di leader del partito (nonché di primo Ministro) sono note sin da quando ruppe con David Cameron.

Boris è da sempre la spina nel fianco principale di Theresa May. Definito di volta in volta ‘buffone’ o ‘clown’, ha tuttavia un suo pacchetto di sostenitori che nemmeno la gaffe recente sui cadaveri della Libia riuscirà a scalfire. Va ricordato che ricopre la carica principale dopo quella di Primo Ministro. Il Ministero degli Esteri emana direttive cruciali che poi cadono a pioggia sulle altre politiche. O, a seconda dei casi, le riceve da altri e le fa eseguire. Il carattere opportunista di Johnson – che va dove soffia il vento della sua carriera - ne fa una pedina utile a chi vuole piegare il governo May in una certa direzione. E nel vuoto totale della Brexit, in cui May dopo più di un anno non ha fornito uno straccio di piano, Johnson si butta a capofitto, addirittura pubblicando sui giornali un suo manifesto personale sul tema in 10 punti. Un chiaro segnale di sfida alla leadership, a cui Johnson punta palesemente raccogliendo il malcontento dei “Brexiteers” frustrati dalla poca incisività e dalle dilazioni del governo.

Eppure Theresa May, nonostante l’invito da parte di molti colleghi di partito, non riesce a sbarazzarsi di ‘BoJo’. Non vogliamo essere circondati da ‘Yes men’, si scherma dietro la facciata di dibattito democratico interno. E benché mentre scrivo Boris Johnson stia invitando mestamente i colleghi a porre fine alle divisioni e a dar supporto all’attuale leader del partito, la frattura rimane aperta.

Aggiungiamo poi la ciliegina sulla torta del partito nordirlandese DUP: subito dopo le elezioni, l’accordo pecuniario con gli unionisti nordirlandesi ultraconservatori salvò infatti il governo di minoranza May in extremis e gli permise di sopravvivere. Perlomeno sinora. Quella di May sembra infatti più un’agonia prolungata che un mandato vincente. Tant’è vero che non appena il governo ha dovuto ammettere che gli irlandesi avrebbero incassato un miliardo e mezzo di sterline solo previa approvazione del parlamento, questi hanno subito lanciato il messaggio, appoggiando una mozione Labour contro il governo per la rimozione del tetto sugli stipendi pubblici: a dimostrazione che, in politica, tanto è facile comprare i voti, tanto è labile quel legame non appena le condizioni vengano meno.

Insomma, tutti questi sono i sintomi di una crisi di governo non nuova e che dura da ormai troppo tempo.

Le vicende interne della Gran Bretagna diventano ancora più interessanti nel quadro della situazione europea e internazionale in generale. Le elezioni tedesche si sono appena concluse con una vittoria della Merkel ridimensionata dall’ascesa dell’AFD e soprattutto dal declino – per non dire suicidio, come suggerisce qualcuno -  della socialdemocrazia incarnata dal SPD di Martin Schulz. A qualche mese fa risale la vittoria del presidente francese Emmanuel Macron, di fronte a un crescente Front National di Marine Le Pen (per quanto non così crescente come si poteva supporre) e a uno smembramento dei partiti tradizionali, Partito Socialista in primis. Quest’ultimo a favore di un incredibile e istantaneo successo della sinistra di Jean-Luc Mélenchon, di cui pochi osservatori hanno tenuto conto. Sia Macron che Merkel hanno vinto grazie all’effetto ‘turarsi il naso’, non per un effettivo successo dei propri programmi. Mentre sia il francese Mélenchon che le forze tedesche più a sinistra guardano esplicitamente ai laburisti di Jeremy Corbyn come ‘fonte d’ispirazione’ [1], per usare le parole della co-leader di Die Linke Sahra Wagenknecht.

Qual è la differenza? In questi paesi, al momento, un’entità precisa che incarni un modello politico con un successo tale da mettersi in lizza come potenziale governo non c’è. In Gran Bretagna sì.

I numeri parlano chiaro: con più di mezzo milione di iscritti, il partito laburista britannico è il partito più forte dell’Occidente europeo. Di contro ai scarsi 130.000 iscritti del partito Conservatore al governo. Cifre rispecchiate dall’enorme differenza nell’affluenza ai rispettivi congressi. Secondo i sondaggi, se ci fossero elezioni nazionali ora i laburisti andrebbero al governo senza esitazione. Ma, numeri a parte, è la strategia politica che conta.

Oltre alle forze socialiste internazionali, è lo stesso establishment a strizzare l’occhio al potenziale governo Corbyn, dopo averlo ridicolizzato per due anni, quantomeno per la semplice ragione che non può fare a meno di parlarne. Si tratta di un processo iniziato già qualche mese fa, come già precisavo in queste pagine [2]: in particolare con l’accettazione del programma nucleare Trident – costoso e tanto obsoleto da essere pure fallace, ma che manda avanti un’intera economia – Corbyn aveva messo a tacere i falchi che lo tacciavano come ingenuo pacifista. Da lì i media mainstream hanno iniziato gradualmente, con alti e bassi, a smorzare i toni. Addirittura l’Economist ha accennato ad un possibile futuro governo Corbyn [3].

Ora le stesse insinuazioni arrivano niente di meno che dalle colonne del New York Times, che titolava due giorni fa Tenetevi pronti per il primo Ministro Jeremy Corbyn [4].

Il commissario europeo Michel Barnier, responsabile dei negoziati sulla Brexit, l’ha ricevuto a Bruxelles in qualità di ‘Primo Ministro in attesa’, di contro ai numerosi ed inconcludenti incontri con le delegazioni ufficiali britanniche nel traghettamento della fuoriuscita britannica dalla UE.

Grandi corporation come Google e Microsoft sono tornate a presenziare al Congresso laburista per la prima volta dall’elezione a leader del parlamentare londinese.

Il tutto fa pensare a un radicale mutamento imminente nella politica britannica, con conseguente spostamento dell’ago della bilancia negli equilibri internazionali.

A questo punto è legittimo chiedersi, come stanno facendo alcuni: Jeremy Corbyn sta cedendo ai ricatti/compromessi del sistema o semplicemente sta al gioco? La domanda è apparentemente leziosa. A seconda dell’esito della sua strategia, altri paesi europei (e probabilmente anche le leadership oltreoceano) potrebbero seguirne l’esempio. Giocare col sistema anziché attaccarlo frontalmente.

L’esempio principe ci viene dalla vicenda Brexit, dove Corbyn – invece che intraprendere la strada battuta da altri di un secondo referendum – ha scelto per il rispetto dell’esito democratico, con una buona ricaduta in termini di consenso da parte dei Brexiteers di sinistra e tenendo fuori le potenziali accuse di ‘anti patriottismo’.

Ora, secondo una prospettiva democratico-progressista, una Brexit traghettata dal governo May porterebbe alla creazione di un territorio off-shore totalmente deregolato, un paradiso fiscale che attirerebbe grandi investitori internazionali, ma che taglierebbe fuori classe media e classe lavoratrice, alle prese con un’inflazione galoppante, l’austerity domestica, dazi doganali, licenziamenti di massa.

Una Brexit traghettata da un governo Corbyn, invece, porrebbe al centro una riforma radicale del mercato del lavoro e, a sua volta, ad una graduale regolamentazione dei flussi migratori, come ha ricordato in congresso in maniera molto semplice il veterano laburista Dennis Skinner.

In tutto questo - per la prima volta da parte di un politico di spicco - Corbyn annuncia un piano in corso per affrontare il prossimo passo della rivoluzione industriale: l’automazione del lavoro. Lungi dall’aspettare l’ondata di conseguenze applicando politiche last minute di riduzione del danno, gli strateghi laburisti stanno già mettendo le mani avanti. La visione è quella di non cedere al panico rispetto alle nuove tecnologie, bensì di abbracciarle al fine di creare nuove tipologie di lavoro.

Altro che nostalgici dei bei tempi andati! Il governo May nel frattempo ripropone ad nauseam le vecchie formule ‘tagli + privatizzazioni’, l’indebolimento pianificato delle strutture pubbliche per far entrare di soppiatto il ‘privato’ ad aggiustare le falle auto-provocate. La solita musica di cui i britannici hanno le tasche piene (e svuotate di altro).

Tornando quindi alla Brexit, secondo una prospettiva dell’establishment europeista, è difficile che a coloro che stanno strizzando l’occhio a Corbyn vada bene tutto questo. È più probabile pensare che intendano inglobarlo. Staremo a vedere.

Nel frattempo par di capire che la strategia comunicativa di Corbyn sia di non parlare molto di Brexit (come si evince dal congresso) poiché, in finale, non è lui che deve rispondere di un disastro di cui non è responsabile. E tutto sommato, ora come ora, è molto meglio non fare nulla, ma piuttosto sedersi e stare a guardare il cadavere del nemico che prima o poi, sembra, passerà.

Sul piano della politica estera, sono due i punti è opportuno che ci soffermiamo ora: Israele e Russia.

Uno dei momenti cruciali del Congresso Labour è stata la forte presa di posizione di Corbyn ‘contro l’oppressione del popolo palestinese’. Ai lettori italiani forse non dice nulla di nuovo e di inaspettato rispetto ad un leader socialista che, come molti suoi omologhi, prende le parti della causa palestinese. In realtà, per gli addetti ai lavori britannici questo è un chiaro messaggio del leader laburista rivolto alla potentissima lobby israeliana interna al partito: capitanata dal Jewish Labour Movement, essa ha ripreso proprio ora una vera e propria ‘caccia alle streghe’ sull’onda di false e infondate accuse antisemite contro chiunque osi criticare il governo israeliano, spesso a danno, paradossalmente, di membri di partito ebrei. Ma la strategia seguita sinora è stata quella di assecondare la lobby, espellendo pure le vittime della caccia alle streghe - che comunque, come nel caso di Ken Livingstone rimangono accesi sostenitori della leadership - e togliendo così terreno ad un’ulteriore escalation conflittuale. Al contempo però, come si è visto, Corbyn non risparmia le legittime critiche verso Israele e ha lanciato in congresso una ‘contro-lobby’, la Jewish Voice for Labour, che ha la sua stessa visione.   

Riguardo alla Russia, è interessante osservare questo: Jeremy Corbyn non ha mai preso una posizione dichiaratamente favorevole nei confronti della Russia di Putin. Ma neanche di condanna. O per meglio dire: quando si è espresso, lo ha fatto nei termini delle leggi internazionali, tenendosi sul vago. Contrariamente al suo omologo statunitense Bernie Sanders, che per esempio in fatto di ‘Russiagate’ si è schierato apertamente con la linea ufficiale. E diversamente anche - ma in maniera opposta - rispetto agli esponenti tedeschi di Die Linke, che si sono espressi apertamente a favore di una collaborazione con Mosca. Strategicamente anche qui la posizione di Corbyn è furbescamente cauta: non si aliena i politici russofobi in malafede di qualsiasi livello e appartenenza, ma neppure gli elettori medi, confusi su questo tema da campagne massmediatiche martellanti.

Insomma: l’establishment corteggia, Corbyn asseconda, ma senza esporsi più di tanto.

Vedremo – forse presto – come tutte queste strategie di accerchiamento reciproco si tradurranno in azione.