L'indisciplina dell'unicità. Michela Murgia sulla scuola

Quanto è ancora in mano agli insegnanti, in quanto funzione e non mero ruolo, il poter mediare l’incontro con la complessità? [intervista a Michela Murgia]

Megachip 24 maggio 2016
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Intervista a Michela Murgia a cura di Roberto Contu





Quando ci si interroga sul mondo della Scuola, specie tra addetti ai
lavori, si rischia sempre di ritrovarsi persi in luoghi comuni. 


Incombe
la cantilena della sala insegnanti: perché la crisi dell’istituzione,
perché lo svuotamento della funzione dell’insegnante, perché la
mutazione incontrollata di quell’essere ostile che continuiamo a
chiamare studente. 


Ma se è vero che è l’intelligenza dell’interlocutore a
qualificare il luogo e a farlo diventare da comune a vivo, mi dico che
sarebbe uno spreco non approfittare della chiacchierata con Michela Murgia


Senza troppi convenevoli, sottoponendole alcune domande importanti,
quelle che spesso ci facciamo e rincorriamo, quelle a cui
un''osservatrice attenta della contemporaneità come Michela Murgia potrebbe fornire peso e spessore.









Michela Murgia, recentemente lei ha parlato del sistema di valutazione dell’obbligo come cattiva risposta all’esigenza ineludibile di un’educazione complessa. Al di là delle proposte che lei ha avanzato e di quel sentiero parallelo che lei ha riassunto nella categoria di elezione educativa, rimane l’interrogativo che riguarda la figura dell’insegnante. Quanto è ancora in mano a noi insegnanti, in quanto funzione e non mero ruolo, nel poter mediare l’incontro con la complessità?





La questione dell''educazione complessa è uno dei temi nascosti del
presente. Quel pezzo sul «Corriere» l’ho scritto dopo aver fatto un
lungo viaggio in Scandinavia ed essere entrata in contatto con un
modello educativo alternativo al nostro. All’inizio non l’ho apprezzato,
perché parte da uno schema culturale completamente diverso,
riconosciuto più o meno da tutti nel nord Europa: quello che stigmatizza
con sospetto le eccellenze individuali. Chi si discosta troppo dalla
media viene considerato pericoloso per la collettività, perché il
principio di meritocrazia, mettendo tutti in competizione, è percepito
come un disgregante sociale. Non esiste la valutazione individuale degli
allievi nelle scuole: si valuta la classe e il fallimento del singolo è
percepito come un fallimento collettivo. Non esistono forme di
valutazione analoghe alle nostre, del tipo «alzi la mano chi si ricorda
la tal cosa», perché quella mano alzata mostra soprattutto quanti sono
quelli che non sanno la risposta. Nei paesi che funzionano secondo il
nostro modello la lode a chi sa è data al prezzo del ludibrio altrui e
questo scatena una competizione sociale da cui i paesi scandinavi
cercano di tenersi lontani il più possibile, almeno formalmente. Il
sistema di riconoscimento non è costruito in forma piramidale perché
regge la convinzione che più in alto salirà la punta della piramide, più
larga dovrà essere la base su cui si scaricherà il peso, con costi di
disuguaglianza sociale infinitamente più alti del beneficio di ogni
singola eccellenza. La stessa parola “eccellenza” viene guardata con
sospetto, perché il più delle volte negli altri paesi viene usata per
designare un''eccezione, il caso di qualcuno che ce l’ha fatta nonostante il sistema, mentre in Scandinavia lo sforzo educativo viene fatto verso il traguardo che tutti debbano potercela fare grazie
al sistema. Personalmente partivo già con dei pregiudizi molto forti
sulla parola eccellenza, sia per come la utilizzava Berlusconi che
soprattutto per come la utilizzano Renzi e il suo governo. Ricordiamo
tutti la polemica della ricercatrice italiana con la ministra Giannini
che ha cercato di appendere il cappello del Ministero ai suoi risultati
individuali. Nelle socialdemocrazie scandinave si lotta affinché la
punta di diamante sia tale perché ha dietro il diamante. Da questo punto
di vista il diamante in Italia sono gli insegnanti, ma il diamante sta
nel loro essere persone appassionate del loro mestiere, piuttosto che
professionisti nell''esercizio di un ruolo. Chi vuole può semplicemente
attenersi al suo ruolo e non fare un passo in più che esuli dal
raggiungimento delle cosiddette competenze, rinunciando alla gestione
della complessità educativa. Quelli che fanno la differenza la fanno
perché vanno oltre quanto richiesto dal loro contratto, in modo
anti-sistemico. Questa eccedenza/eccellenza è un''attitudine che il
sistema non riconosce in alcun modo, che non legittima, tanto che chi
prova a mettere un di più trova immediatamente colleghi che gli chiedono
chi glielo faccia fare. Spesso un insegnante di questo tipo finisce
addirittura per essere considerato un pericolo, perché immette nel
lavoro una dimensione vocazionale che rischia di far sembrare gli altri
inefficienti proprio perché si rifiutano di fare ciò per cui nessuno li
paga.









Come insegnanti di materie umanistiche avvertiamo ancora
tutta la potenza delle lettere nel fornire chiavi alle nuove generazioni
per orientarsi nella complessità. Eppure è sempre più faticoso creare
ponti tra gli studenti e quegli autori principi del canone che hanno
presidiato da sempre la nostra Scuola. C’è a suo giudizio un problema di
canone letterario? Quali sono gli autori grandi assenti dalle nostre
aule?





I primi autori assenti sono le donne: nel canone non ci sono. Questo è
un tema di cui ci siamo occupate in molte, ma non in molti: la
sottorappresentazione del pensiero delle donne nel canone non sembra
essere un problema di completezza del canone, ma delle donne stesse.
Nella mia antologia scolastica l’unica donna era Grazia Deledda, la sola
che non si potesse ignorare a causa del Nobel. L''altro aspetto non
riguarda tanto gli autori, quanto il dover far uscire le Lettere dalla
griglia di valutazione funzionale/disfunzionale che oggi riassumiamo
sotto l’idea di “competenza”. Le lauree umanistiche tecnicamente non
sono funzionali proprio perché non danno competenze; ma “solo” strumenti
di organizzazione del pensiero, sguardo e visione complessa, apertura
mentale per progettare il non ancora progettato. Il continuo
disinvestimento sulle facoltà umanistiche nasconde l’idea che tutto ciò
che non dia funzionalità diretta non serva alla costruzione
dell’individuo e del cittadino. Nel nuovo orientamento che vorrebbe
distinguere le università in maniera qualitativa, con lauree che valgono
di più o che valgono di meno, è chiaro che il grosso dei finanziamenti
in questa prospettiva andrà alle facoltà scientifiche, consolidando
l''idea che l’insegnamento delle Lettere non sia di alcuna utilità
sociale.








Fatta eccezione per la scuola primaria e a differenza di
quanto avviene nel mondo anglosassone, l’insegnamento della cosiddetta
scrittura creativa sembra trovare poco spazio nelle aule scolastiche. 
Di fatto si lavora su forme molto più strutturate come ad esempio la
redazione di un saggio breve o di un articolo di giornale. Quale è la
sua idea a riguardo?





Credo che l’apprendimento delle cosiddette competenze linguistico-
letterarie in forma passiva, mai esercitata, sia una delle matrici
dell''analfabetismo funzionale; e penso che sia una scelta deliberata,
perché la Scuola italiana è da sempre basata su una logica
coercitivo-disciplinante. Che posto potrebbe avere in un contesto del
genere la scrittura creativa, cioè l’indisciplina della fantasia? Mi
sembra che tutto quello che non sia preordinato sia qualcosa di
accessibile solo a programmi completati, cioè al termine
dell’assimilazione passiva dell’intero percorso nozionistico. Da questo
punto di vista l’insegnante potrebbe davvero fare la differenza. Se
l’insegnante ritiene di potersi muovere lui stesso in modo creativo
all’interno dei programmi, deve lui per primo prestarsi alla
flessibilità della fantasia. Ma anche da questo punto di vista si torna
al sistema. Questo sistema richiede all’insegnante di essere creativo?
Se non lo richiede si tratterà sempre di una variabile individuale e
isolata.








La rete, il mondo social ho creato un nuovo universo della
comunicazione che è costitutivo anche della stessa sintassi mentale dei
nostri studenti. In molti da tempo avvertiamo l’urgenza di utilizzare
questa dato di realtà assodato non solo come denuncia di una
discontinuità radicale con il passato ma soprattutto come potenzialità
per il futuro. Quale è il suo punto di vista a riguardo?





Penso che sia proprio così che vada letta. La compresenza all’interno
del sistema scolastico di insegnanti che sono abituati a lunghe
concentrazioni su testi complessi e ragazzi che sono abituati a brevi
intervalli di attenzione su una molteplicità di piattaforme ricche di
stimoli e contenuti, inevitabilmente porterà alla ridiscussione del
metodo di apprendimento. In questo momento stiamo vivendo il terremoto,
non stiamo vivendo l’assestamento. È normale che molti insegnanti siano
spaventati. Ciò è dato dall’evidenza che dovranno spostarsi dalla zona
di comfort che considerano acquisita, quella del metodo utilizzato da
sempre. Gli insegnati che hanno cinquant’anni o sessanta sono
terrorizzati dall’idea di doversi confrontare con un cambiamento di
paradigma, ed è comprensibile. Mi spavento di più quando trovo
insegnanti quarantenni che hanno questo stesso timore, perché
manifestano atteggiamenti conservatori, nei confronti dei social media
in particolare, che per i ragazzi sono mondi di relazione. Devo dire di
aver riscontrato piacevolmente alcuni esempi in controtendenza, come
quando in occasione del lancio del mio ultimo romanzo Chirù, per
il quale ho aperto un profilo facebook specifico. Molti insegnanti mi
hanno chiesto l’amicizia e hanno interagito con il personaggio. Alcuni
di loro hanno assegnato ai ragazzi il compito di interagire a loro volta
per cercare di capire chi fosse, così ho iniziato a ricevere messaggi
da parte degli alunni. Ho contattato personalmente quegli insegnanti che
avevano promosso l’iniziativa e loro mi hanno confermato l’intenzione
di voler in questo modo rinforzare la curiosità dei ragazzi verso la
letteratura attraverso una modalità insolita, ma ai ragazzi più
congeniale. Certo, si tratta di un tentativo quasi ingenuo, ma che
rivela comunque una volontà di approccio positivo alle nuove tecnologie.
Concordo quindi con la necessità di uno sguardo aperto, cercando di
ricalibrare la ricerca dell’obbiettivo formativo anche attraverso questi
strumenti.








Concludiamo questa chiacchierata con una domanda
sull’imminente Esame di Stato. La Scuola, nelle sue ritualità che a
volte sembrano davvero fuori dal tempo (lo sa che ancora chiudiamo i
pacchi dell’Esame di Stato con la ceralacca?), segna comunque ancora
quelli che un tempo chiamavamo riti di passaggio. Negli anni Sessanta
Calvino stigmatizzava l’ansia da esame dei giovani rimarcando come la
sua generazione salita in montagna a combattere, non avesse potuto dare
spazio a quella paura. Oggi quale significato le sembra possa avere
questo passaggio nella vita di un adolescente? E se vuole e per
salutarci, ci può raccontare qualcosa sul suo Esame di maturità?





Non gli attribuisco alcun significato se non quello di caricare di
tensione e di rafforzare l’idea di performatività. Non mi sembra
concepibile che una persona possa essere valutata per un episodio, anche
se oggi in quell’episodio entrano alcuni elementi di valutazione degli
anni precedenti. In una Scuola dove al centro ci deve essere la
relazione e la persona al transito, mi sembra del tutto fuorviante una
valutazione così sommaria. Resta vero che il meglio di me nella vita
l’ho dato nel momento in cui temevo di essere valutata e quindi ho
concentrato le mie capacità in un unico istante che per me doveva fare
la differenza, quindi accetto che i ragazzi debbano superare un ostacolo
per dimostrare chi sono. Non sono però convinta che quella dell''esame
di stato sia una tensione che va in quella direzione, perché in realtà
non consente di ottenere niente. Non ci si gioca un lavoro o una
posizione di responsabilità, semplicemente si sancisce la sufficiente
dotazione di competenze che la Scuola doveva darti. Attraverso quei
ragazzi la Scuola sta quindi valutando se stessa con indulgenza: se
passano, è merito del sistema che li ha formati, ma se non passano è
colpa loro. Io mi domando: davanti a un fallimento di un ragazzo, chi
distingue le sue responsabilità da quelle del sistema che doveva
prepararlo? Mi rendo conto di essere condizionata da quanto detto
all’inizio di questa intervista a proposito dei sistemi diversi di
valutazione come quello scandinavo, però sono profondamente convinta che
ciò che si costruisce in cinque anni lo si costruisce in base al
funzionamento della cornice formativa in cui si è inseriti e in questo
senso la valutazione individuale mi sembra un tentativo di scaricare sul
singolo le incapacità dell’intero sistema. Riguardo il mio Esame di
maturità posso dire che fu atipico. Ero andata via da casa a diciassette
anni e mi mantenevo facendo la cameriera in una pizzeria. Andavo a
letto anche alle due o le tre quando finiva il servizio e per questo
facevo molte assenze. Credevo di compensarle studiando tanto e infatti
andavo sempre volontaria, ma gli insegnanti si accorgevano che in questo
modo mi sottraevo al potere di verifica casuale cui tutti gli altri
erano sottoposti, perché presumevo di poter essere io a dettare i tempi
della mia valutazione. Mi ripetevo: cosa conta quanto manco, se comunque
le cose le so? Nell''ultimo anno non avevo genitori che andassero ai
colloqui per me e gli insegnanti erano costretti all''azione surreale di
dover riferire a me le mie stesse mancanze. Feci un esame brillante
portando anche la materia facoltativa, ma il commissario interno si
batté perché io pagassi in qualche modo le mie troppe assenze e la mia
riottosità al valore disciplinante dell''esperienza scolastica. Presi
cinquantotto sessantesimi perché della scuola avevo preteso di assumere
solo l''aspetto istruttivo, rifiutando quello socializzante. È stata una
lezione clamorosa sui veri scopi del sistema scolastico italiano. Non
l''ho più dimenticata.






Fonte:  http://www.laletteraturaenoi.it/index.php/scuola_e_noi/497-l%E2%80%99indisciplina-dell%E2%80%99unicit%C3%A0-michela-murgia-sulla-scuola.html.






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