Michelangelo Florio Crollalanza, in arte William Shakespeare

'Il Bardo era di origine messinese? Un volo suggestivo su alcune tracce della ''italianità'' del grande drammaturgo.'

Megachip 5 febbraio 2017
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da Libreidee.





La probabile origine messinese di William
Shakespeare
, nato nell’aprile del 1564 e spentosi 52 anni dopo, il 23 aprile
1616, nasce da varie considerazioni che hanno come denominatore comune la città
dello Stretto, sia nella produzione letteraria del grande drammaturgo che nelle
vicende della sua vita. Lo ricorda Nino Principiato su “
Messina
ieri e oggi
”, facendo notare
che la commedia “Molto rumore per nulla” (“Much ado about nothing”), scritta da
“Shakespeare” tra il 1598 e il 1599, è interamente ambientata a Messina e con
personaggi tutti messinesi. 


Nel 1927 un giornalista romano, Santi Paladino, con
un articolo sul quotidiano “L’Impero” dal titolo “Il grande tragico Shakespeare
sarebbe italiano”, affermò che il “bardo di Stratford” sarebbe stato il
calvinista siciliano Michelangelo Florio (Michel Agnolo), figlio di Giovanni
Florio e di Guglielmina Crollalanza. Paladino si basò sul ritrovamento di un
volumetto del Florio che conteneva numerosi proverbi che si ritrovano tutti
anche nell’“Amleto”, tesi a cui dedicò due libri, già nel 1929 e poi nel 1955,
“Un italiano autore delle opere shakespeariane”.









La teoria dell’origine messinese del grande drammaturgo, scrive Principiato,
era stata avanzata anche in sede universitaria, nel 1950, dalla cattedra di 
storia del diritto italiano dell’ateneo di Palermo, dal
professor Enrico Besta. Molto più recentemente, Martino Iuvara da Ispica
(Ragusa), pubblicò nel 2002 un volume intitolato “Shakespeare era italiano”, in
cui riprese le varie tesi esposte nel tempo, arricchendole con alcuni
particolari inediti frutto di sue ricerche. 


«In particolare – precisa
Principiato – avrebbe chiarito il mistero del nome italiano del Bardo che,
secondo lo studioso ispicese, era Michelangelo Florio, figlio di un medico e di
una nobile siciliana, Guglielma Crollalanza, da cui la traduzione inglese di
William Shakespeare». 


La notizia fu «una ghiottoneria per tutti gli organi di
stampa, non solo italiani». Lo stesso “Times”, in articolo di Richard Owen,
«uscì sulla vicenda con toni sorprendentemente accondiscendenti verso la tesi
di Iuvara», secondo cui il vero Shakespeare, cioè Michelangelo Florio, nacque a
Messina il 23 aprile 1564 da Giovanni Florio, medico e pastore calvinista di
origine palermitana, e dalla nobile Guglielma Crollalanza.








Il
piccolo Michelangelo, cioè il futuro William, si rivelò subito un bambino
prodigio, dotato di grande genialità e appassionato della lettura. A 16 anni
conseguì il diploma del Gimnasium in latino, greco e storia. Giovanissimo, a conferma delle sue
doti, scrisse una commedia in dialetto dal titolo “Tantu trafficu ppi nenti”.
«A causa delle credenze religiose del padre, Michelangelo (o Shakespeare, se
preferite), non più al sicuro a causa dell’Inquisizione, venne prima mandato in
Valtellina e poi a Milano, Padova, Verona, Faenza e Venezia. Ebbe anche il
tempo di tornare a Messina, ma la sua permanenza nella città dello stretto durò
poco», continua Principiato. A 21 anni Michelangelo iniziò il suo personale
“giro del mondo”: soggiornò prima ad Atene, dove fu insegnante, poi in
Danimarca, Austria, Francia e Spagna. «Tornato ancora una volta in Italia, precisamente a Tresivio, s’innamorò
di Giulietta». 
Ma la storia tra i due «finì in tragedia con
il rapimento, per cause religiose, e la successiva morte di quest’ultima».
Sconvolto per la morte dell’amata, Michelangelo si trasferì a Venezia ma, dopo
che anche il padre per le stesse ragioni fu trucidato, decise di mettersi
in salvo trasferendosi a Londra. «È qui che Michelangelo Florio cambia identità
e diventa il famoso William Shakespeare».


«Lasciatosi
alle spalle tutte le paure e i dolori precedenti», “Shakespeare” ebbe
finalmente modo di dedicarsi a scrivere per il teatro, continua Principiato.
«Le rappresentazioni dei suoi testi ebbero grande consenso tra il pubblico. Ma
grande merito del successo andava al dotto e letterato cugino che lo aiutò
nelle traduzioni dall’italiano all’inglese e alla moglie, sposata quando il
drammaturgo aveva 28 anni, e di 8 anni più grande di lui».


Superate le iniziali
difficoltà legate al problema della lingua, “Shakespeare” «si impadronì
perfettamente dell’inglese, coniando addirittura migliaia di nuovi vocaboli e
arricchendo in maniera straordinaria la propria produzione letteraria». Divenne
ricco e famoso, e le sue opere molto apprezzate. Morì a Londra il 23 aprile
1616, sempre secondo lo Iuvara. 


Sicché, “Molto rumore per nulla” sarebbe la
versione italiana di “Tantu trafficu ppi nenti”, che Michelangelo Florio di
Crollalanza scrisse a Messina intorno al 1579 (manoscritto andato perduto). Ma
sono davvero tante le argomentazioni sulla presunta messinesità di Shakespeare,
a cominciare da “Amleto”, in cui compaiono i cognomi di due studenti danesi,
Rosencrantz e Guildenstern, che frequentarono l’università di Padova e che
Michelangelo Florio aveva conosciuto. Nella stessa opera si trovano poi molti
proverbi, pubblicati da Florio, senza pseudonimi, nel volumetto “I secondi
frutti”.


L’origine
italiana di Shakespeare, continua Principiato, forse può spiegare i molti
luoghi, presenti nelle sue opere, che caratterizzano l’Italia e i nomi italiani: “Romeo e
Giulietta”, “Otello”, “Due signori di Verona”, “Sogno di una notte di mezza
estate” e “Il mercante di Venezia”, oltre a “Molto rumore per nulla”. Poi “La
bisbetica domata”, che è di Padova. E ancora: “Misura per misura”, “Giulio
Cesare”, “Il racconto dell’inverno” e “La tempesta”, che inizia a Milano. «Più
di un terzo (ben 15) dei suoi 37 drammi sono ambientati in Italia». 


«Nel “Mercante di Venezia” il
colore locale è stupefacente: esatte espressioni marinaresche sono poste in
bocca a Salanio e Salerio, si parla del traghetto che unisce Venezia alla
terraferma e si dà l’esatta Belmont (cioè Montebello, un sobborgo di Venezia) e
Padova, che deve essere percorsa da Porzia e Nerissa». Proprio nel “Mercante”,
il Bardo «rivela una approfondita conoscenza della legislazione veneziana del
tempo, completamente diversa da quella vigente in Inghilterra e che nessun
inglese del tempo conosce così bene». 


E c’è di più: «Il maestro Bellario,
citato nel testo, adombra un personaggio realmente esistito e molto famoso
nell’ambiente giuridico padovano, il professor Ottonello Discalzio». La gran
parte delle opere firmate Shakespeare rivela una conoscenza diretta dei luoghi
che Michelangelo Florio ha visitato durante la sua giovinezza girovaga. E
“Giulietta e Romeo” appare chiaramente come una trasfigurazione artistica della storia d’amore vissuta durante la
giovinezza.


Nei
registri della scuola secondaria di Stratford, la “Grammar School”, non compare
il nome di nessun William Shakespeare, annota Principiato. Si sa che l’artista
frequentasse a Londra un “Club In”. In quel club, però, non risulta registrato
fra i soci nessuno “Shakespeare”, mentre vi risulta registrato Michelangelo
Florio. 


«E’ noto che la sciattezza della biografia di Shakespeare, raffrontata
alla grande mole della sua opera teatrale, ha fatto negare a molti studiosi
l’autenticità della sua esistenza, e ritenere essere egli il prestanome di
personaggi più famosi». I drammi di Shakespeare, poi, «rivelano una
straordinaria esperienza secolare». Aveva ad esempio una buona conoscenza della
legge, e fece largo uso di termini e precedenti legali: nel 1860 John Bucknill
scriveva di lui dicendo che conosceva a fondo la medicina. Lo stesso si può
dire delle sue nozioni di caccia, falconeria e altri sport, come pure
dell’etichetta di corte. Lo storico John Mitchell lo definisce «lo scrittore
che sapeva tutto». Un uomo di lettere? 


Il padre di William, John, (quello
inglese) era un guantaio, commerciava in lana e forse faceva il macellaio. Era
proveniente da una famiglia di contadini e piccoli proprietari terrieri
(yeomen) del Warwickshire: un suddito rispettato, ma illetterato.


E’
noto che “Shakespeare” conoscesse bene anche la storia romana: sapeva anche che Pompeo
aveva soggiornato a Messina, nel 36 a.C. Nella Commedia “Antonio e Cleopatra”,
infatti, conoscendo questi fatti storici, parla della casa di Pompeo che è a
Messina e proprio lì ambienta l’atto II, scena I: “Messina. In casa di Pompeo.
Entrano Pompeo, Menecrate e Menas, in assetto di guerra”». 


In “Molto rumore per
nulla”, commedia degli equivoci, «sono riscontrabili modi di dire e doppi sensi
propri della parlata messinese», addirittura “Mìzzeca, eccellenza!” (Atto V
scena I).


Osserva Principiato: “crollare”, in italiano antico, significava
“scrollare”, dimenare qua e là; quindi “crollalanza” è traducente perfetto di
“shakespeare”


«L’atto da cui deriva il cognome  risale alla “Germania” di Tacito: “Si displicuit
sententia, fremitu aspernantur; sin placuit, frameas concutiunt. Honoratissimum
adsensus genus est armis laudare"
», (capitolo 11). Traduzione: “Se il parere non
è piaciuto, [I germanici in assemblea] lo respingono mormorando; se invece è
piaciuto (s]crollano le lance. È il modo più onorevole
d’approvazione, lodare con le armi”. E la voce “crollare”,
nell’autorevolissimo Tommaseo-Bellini, «dimostra indubitabilmente l’accezione
antica di “crollare” che equivale al “concutio” tacitiano e allo “shake”
scespiriano».


I
biografi, aggiunge Principiato, ipotizzano che Shakespeare abbia maturato la
sua vasta conoscenza della legge e la sua accurata familiarità con i modi, il
gergo e i costumi degli avvocati dopo essere stato lui stesso, per poco tempo,
il cancelliere del tribunale di Stratford. Ipotesi ben poco credibile. E poi:
chi conservò i manoscritti di Shakespeare? Attorno a Stratford non ve n’era
traccia. «Un religioso del XVIII secolo controllò tutte le biblioteche private
nel raggio di 80 chilometri da Stratford-on-Avon senza trovare un solo volume
che fosse appartenuto a Shakespeare». E i manoscritti dei drammi, aggiunge
Principiato, costituiscono un problema ancora maggiore: «Non risulta che sia
stato preservato nessuno degli originali. Trentasei drammi furono pubblicati
nel primo in-folio del 1623, sette anni dopo la morte di Shakespeare. 


E’ da
ritenere che tutte le opere fossero in mano ai Florio, che non potevano
ufficialmente giustificarne la provenienza». Tutto questo, nonostante tenga
ancora banco – ufficialmente – la vulgata della nazionalità britannica del
grande artista.


L’opinione
maggioritaria tra gli studiosi identifica infatti il drammaturgo con il William
Shakespeare nato a Stratford-on-Avon nel 1564, trasferitosi a Londra e
diventato attore e contitolare della compagnia teatrale chiamata “Lord
Chamberlain’s Men”, proprietaria del Globe Theatre a Londra. Quest’uomo divise
la propria vita tra Londra e Stratford, dove si ritirò nel 1613 e dove sarebbe
poi morto nel 1616. Di lui possediamo la data di battesimo, il 26 aprile 1564.
Oltre ad alcuni particolari sui genitori di Shakespeare, gli storici sono
inoltre in possesso del certificato di matrimonio di William – datato 27
novembre 1582 – e dei certificati di battesimo dei suoi tre figli. 


«La visione
scettica afferma invece che lo Shakespeare di Stratford fu semplicemente il
prestanome di un altro drammaturgo non rivelatosi». Argomenti a sostegno di
questa tesi: «Le ambiguità e le informazioni mancanti nella visione
tradizionale e l’affermazione che le opere teatrali di Shakespeare richiedevano
un livello culturale (compresa la conoscenza per le lingue straniere)
maggiore di quello che si suppone Shakespeare avesse». In più, svariati indizi
«suggeriscono che l’autore sia deceduto mentre lo Shakespeare di Stratford era
ancora in vita: i dubbi sulla sua paternità espressi da suoi contemporanei».


Gli
“stratfordiani” sostengono che Shakespeare avrebbe potuto frequentare la The
King’s School di Stratford fino all’età di quattordici anni, dove avrebbe
studiato i poeti latini e le opere teatrali di autori come Plauto e Ovidio. Ma
si tratta di semplici congetture, obietta Principiato, perché «non esistono
registri di ammissione o di frequenza che parlino di lui in alcuna scuola
secondaria, college o università». 


Molti “anti-stratfordiani”, poi, si
interrogano sul trattino che spesso appare nel nome, spezzandolo in due
(“Shake-speare”): secondo loro indica che si tratti di uno pseudonimo. Quel
trattino, ad esempio, appare sul frontespizio dei “Sonetti” del 1609. Uno
studioso di Oxford come Charlton Ogburn fa notare che, fra le 32 edizioni delle
opere di Shakespeare pubblicate prima del “First Folio” del 1623 in cui
l’autore veniva menzionato, il nome conteneva il trattino in ben 15 casi, quasi
la metà. «Ciò è molto significativo, poiché rafforza la tesi del cognome
composto: scrolla = shake, lanza/lancia=speare». 


Altre stranezze, infine, sulla
sua morte: nel 1700 Richard Davies scrisse che morì da cattolico, «frase che forse
potrebbe confermare la circostanza che egli fosse in precedenza calvinista,
come Michelangelo Florio, per poi convertirsi al cattolicesimo». Ma
soprattutto: «Quando muore, il 23 aprile 1616, nessuna commozione né lutto
nazionale si registrano in Inghilterra, quasi fosse uno straniero».














Per rivedere criticamente le ipotesi qui sopra esposte, si legga l''analisi critica e gli elementi di confutazione contenuti nella seguente pagina Wikipedia (alla data del 5 febbraio 2017):
https://it.wikipedia.org/wiki/Attribuzione_delle_opere_di_Shakespeare#L.27ipotesi_sull.27italianit.C3.A0_di_Shakespeare






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