Dov'è la nostra scuola?

Lo scopo della scuola è stato ribaltato e l’istituzione familiare compromessa. Il processo non è stato autonomo ma va interpretato all’interno del contesto di globalizzazione. [Simone Lombardini]

Dov'è la nostra scuola?
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8 Maggio 2018 - 13.54


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di Simone Lombardini

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Negli ultimi 20 anni la scuola italiana ha subito un drastico processo di riforma che ne ha progressivamente ribaltato i principi e gli scopi. Mentre il ruolo della scuola dovrebbe essere la formazione, l’educazione e l’istruzione culturale dell’essere umano, in stretta collaborazione con la famiglia, oggi il punto di riferimento è diventato il Mercato[1]. Lo scopo della scuola è stato ribaltato e l’istituzione familiare compromessa. Il processo non è stato autonomo ma va interpretato all’interno del contesto di globalizzazione dove per primi gli stati nazionali sono costretti a ridurre via via i servizi al cittadino per adeguarsi alle leggi del mercato. Analizzo il processo di “ristrutturazione” della nostra scuola attraverso sei grandi punti: l’aziendalizzazione, l’alternanza scuola-lavoro, l’orientamento scolastico, l’attacco al concetto di “programma” e al ruolo tradizionale del docente, l’abbandono di fronte alle crescenti sfide dell’integrazione, e il riconoscimento di categorie diagnostiche discutibili.

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Prima di studiare la scuola, bisogna però accennare al cambiamento delle strutture familiari italiane (e non solo) nell’ottica del patto educativo che dovrebbe esistere tra scuola e famiglia. Rispetto agli anni ‘70 si osservano: l’aumento delle convivenze (10 volte tanto rispetto al 1993), il calo dei matrimoni (3,2 ogni 1000 abitanti), l’aumento dei divorzi (+57% dal 2014), la posticipazione ad interim del matrimonio (34 anni uomini e 31 anni donne) e la diffusione di nuclei familiari allargati (genitori con figli piccoli risposati o con nuovi conviventi)[2].

Le conseguenze dello sfaldamento delle famiglie comportano nei figli una maggiore fragilità affettiva, un accresciuto senso della solitudine, la forte vulnerabilità a transizioni e passaggi e nuove forme di povertà ed esclusione sociale. Diversi sociologi non nascondono che anche la famiglia sia entrata nell’epoca delle “passioni tristi,” in cui diventiamo sempre più analfabeti dal punto di vista emotivo[3]. La pedagogia insegna, attraverso la teoria dell’attaccamento, che nei primi mesi di vita (dai 3 ai 7) il bambino ha urgente bisogno di un adulto che faccia da regolatore, ossia che porti al neonato l’ambiente esterno, altrimenti ostile[4]. Nei mesi successivi al settimo, il bambino consolida l’attaccamento e lo sviluppa in una relazione; da qui poi, sino a circa tre anni di vita, è impegnato a superare il conflitto fiducia vs sfiducia (fondamentale la presenza dei genitori).

Tuttavia se il rapporto con la madre e il padre non è sufficientemente buono si svilupperanno forme malate di attaccamento con disturbi di personalità e di autonomia che si ripercuoteranno in disagi formativi ed esistenziali per tutta la vita della persona[5]. La famiglia è quindi quel luogo cruciale dove il bambino, nella fragilità delle sue prime fasi, inizia a sperimentare una forma primitiva di vita sociale che solo successivamente, nella scuola e nelle altre reti sociali del territorio (sport, parrocchia, ecc.), riuscirà a sviluppare in una forma più ampia superando i confini familiari.

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Che cosa non piace al Mercato di tutto ciò? Non piace che nella famiglia è possibile sperimentare la gratuità e il bene comune (la casa); che l’affettività dei genitori e dei parenti costituisce un piano iniziale di stabilità identitaria importantissimo. L’esito di questo modello è una persona portatrice di una sicura identità e una chiara cultura. La sicurezza della propria identità e la consapevolezza della propria cultura permettono poi di dialogare con la realtà politica e sociale, favorendo un vero confronto con le altre identità e culture del mondo in un processo di continuo cambiamento, mediazione e sintesi dialettica verso un miglioramento continuo del proprio Io morale. Al contrario il mercato ci vuole apolidi, unisex e monadi solitarie.

Parlando ora nello specifico della scuola, bisogna dire sin da subito che essa è andata incontro a un processo di riorganizzazione in chiave aziendalistica e produttivistica che ha coinvolto professori, presidi e alunni. Questo lo si intuisce già dai termini nuovi introdotti dalle ultime riforme: il preside è diventato il manager didattico, il professore il professionista educativo, la scarsa preparazione il debito formativo e infine, apoteosi dell’aziendalizzazione, lo studente si è trasformato in un prosumer, ossia un misto tra cliente e produttore del servizio educativo stesso[6].

Ai cambiamenti lessicali si è affiancata la riforma sostanziale delle “tre I”: imprese, informatica e inglese. Queste tre “I”, avrebbero anche potenzialità di miglioramento della scuola, ma il sistema le intende in una maniera che va a snaturare la scuola originaria. Impresa: la mia educazione servirà per fare impresa, vuoi da dirigente vuoi da dipendente ma in ogni caso l’autoimprenditorialità coincide, in questo sistema, con autosfruttamento (Hang)[7]. Internet: si va verso la società fluida quindi si cambiano i rapporti tra le persone che diventano sempre più mediati dai social. Inglese: dato che la globalizzazione non è un fenomeno per cui i paesi si uniscono un’unica realtà ma è un nazionalismo anglosassone che si impone sul resto dei paesi, questa forma di egemonia culturale passa anche attraverso la lingua. Per quanto studiare una o più lingue costituisca un importante bagaglio di conoscenze, siamo di fronte a un fenomeno di vera e propria fagocitosi culturale.

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L’attuale ossessione per l’inglese è una vera e propria operazione di colonizzazione culturale ma purtroppo è percepita come segno della modernità e di una carriera di successo. L’inglese così diventa la maggiore preoccupazione dei genitori. L’apoteosi di questa idea è il metodo di insegnamento CLIL. Creato nel 1994 da David Marsh e Anne Maljers, il CLIL, sinonimo di Language immersion, largamente diffuso nelle nostre scuole, prevede l’insegnamento di una disciplina curricolare diversa dall’inglese, in lingua (tipo storia o filosofia). Provate ad entrare in una classe qualsiasi e a spiegare in inglese; la maggior parte delle informazioni non verranno comprese dagli studenti per mancanza di vocabolario e di pratica di ascolto. L’unica soluzione che resta all’insegnante che applica il CLIL è allora ridurre drammaticamente il messaggio costruendo verifiche, interrogazioni e spiegazioni molto più semplificate.

L’opera di decostruzione della scuola ha raggiunto il suo apice più drammatico istituendo l’alternanza scuola-lavoro. Bisogna dirlo chiaramente: al di là di come venga organizzata, l’alternanza scuola-lavoro è un concetto sbagliato già sul piano metodologico perché la scuola non deve insegnare un mestiere o una professione, ma dovrebbe educare e istruire i cittadini di domani affinché nelle scelte della loro vita, da quelle più semplici a quelle più complesse, prevalga sempre la ricerca di ciò che è buono e giusto per sé stessi e al contempo per la comunità in cui vivono.

Con l’alternanza scuola-lavoro gli studenti vengono privati di ore di studio e quindi non solo rischieranno di avere un peggioramento scolastico, ma i curricula disciplinari (alias le materie di studio) saranno ridimensionati (alias ulteriormente semplificati). Inoltre, fatto ancora più grave, se gli studenti ricevono il messaggio che la scuola e il lavoro sono l’una il trampolino di lancio verso il secondo, si formeranno l’idea che tutto ciò che “non serve” non ha valore quindi lo respingeranno. Peccato che molte delle cose più importanti per l’essere umano sono quelle che “non servono”: la letteratura, la poesia, l’arte, i sentimenti, la giustizia sono tutti svincolati dalla domanda “a che cosa serve?”.

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Nell’educazione non è utile ciò che serve, ma ciò che aiuta ad avvicinarsi al sentimento dell’umano. Il messaggio che invece passa è che l’unica cosa che ha valore è ciò che serve in senso strettamente economico: in altri termini, si assolutizza il valore di scambio. Oltretutto l’alternanza scuola lavoro farà punteggio per l’esame di maturità sostituendosi al posto della terza prova che era una prova culturale. Infine, l’alternanza scuola-lavoro educa al lavoro gratuito così che quello che sino a qualche anno fa comportava l’arresto (sfruttamento del lavoro minorile) diventa una virtù. Ciliegina sulla torta, usciti dalla scuola agli studenti sembrerà una gran cosa accettare un mini-job a 500 euro al mese.

Anche l’orientamento scolastico non è rimasto esente da queste trasformazioni. L’orientamento scolastico dovrebbe essere un lavoro di cooperazione tra gli insegnanti e ogni alunno, finalizzata alla comprensione da parte dello studente delle proprie virtù umane e delle vocazioni profonde di vita. L’orientamento scolastico invece è diventato prevalentemente orientamento alla occupabilità, che non ha nulla a che fare con il suo significato pedagogico. L’occupabilità tra l’altro non significa garanzia di un’occupazione, bensì quell’insieme tra curriculum vitae, atteggiamenti e credenze verso il mondo del lavoro che rendono maggiormente probabile trovare e mantenere un lavoro.

La “virtù” dell’occupabilità (alias la probabilità di trovare lavoro), secondo le linee guida dell’Unione Europea, richiede a ogni studente: Concern, ossia costante preoccupazione per la cura del proprio curriculum e la concorrenza esercitata dai colleghi; Control, ossia influenza e controllo delle proprie azioni pianificate, nonché autocontrollo e rispetto della disciplina aziendale; Curiosity: propensione a mantenere un’ampia visuale verso le “opportunità” e le “possibilità” del mercato, nonché un atteggiamento positivo verso il mercato; Confidence: fiducia in se stessi e nella capacità di raggiungere i propri obiettivi, nonché non stancarsi ad inseguire il “sogno americano”. Come non ravvisare anche qui le esigenze dell’economia di mercato globalizzata?

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* Simone Lombardini, ricercatore della Facoltà di Economia dell’Università di Genova.

 

LEGGI LA SECONDA PARTE SU *PIAZZA DEL POPOLO*

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NOTE:

[1] Mario Gennari e Giancarla Sola, Logica, linguaggio e metodo in pedagogia, Il Melangolo, 2016.

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[2] Ruspini E., Luciani S., Nuovi genitori, Carocci, Roma 2010; Scabini E., Cigoli V., Alla ricerca del familiare. Il modello relazionale-simbolico, Raffello Cortina Editore, Milano 2012; In Italia crescono i divorzi, in media dopo 17 anni; Ecco le nuove famiglie.

[3] Daniel Goleman, Intelligenza emotiva, Rizzoli, 1996.

[4] John Bowlby, Attaccamento, Boringhieri, Torino 1976.

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[5]  Ainsworth M., Blehar M., Waters E., Wall S., Patterns of Attachment. Hillsdale, Erlbaum, New York 1978; Donald Woods Winnicott, La famiglia e lo sviluppo sano dell’individuo, Armando, Roma 1970.

[6] Toffler, A., The Third Wave, Bantam Books, New York 1980.

[7] Byung-Chul Hun, Nello sciame, Roma, Nottetempo 2015; Byung-Chul Hun, Psicopolitica, Roma, Nottetempo 2016.

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