America Latina: chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso

Ogni volta che il gioco si fa duro, il ceto medio latinoamericano si dissocia prontamente dai governi progressisti che ha appoggiato fino a ieri, e saluta con entusiasmo il ritorno dei vecchi padroni. [C. Formenti]

America Latina: chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso
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31 Ottobre 2018 - 14.00


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di Carlo Formenti

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Il giro a l’izquierda in America Latina, la svolta a sinistra che ha visto l’andata al potere di governi progressisti in Argentina e Brasile e la nascita di regimi variamente definiti postneoliberisti, populisti di sinistra o socialismi del secolo XXI in Bolivia, Ecuador e Venezuela non ha mai suscitato l’entusiasmo delle sinistre radicali (autonomi e trotskisti in particolare). Negri, ad esempio, ha definito Chavez e Correa come due ducetti fascisti e dichiarato che il liberismo è preferibile al loro neosviluppismo statalista; quanto ai trotskisti, è noto che qualsiasi regime che non segua la loro linea politica (cioè tutti, visto che non hanno mai svolto un ruolo egemone in qualsiasi processo rivoluzionario – ad eccezione di Trotsky, che non era trotskista) è per loro un nemico.

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Questa postura ideologica riflette sentimenti e interessi di quell’ampio e variegato corpaccione di ceti medi latino americani (professori, studenti, funzionari pubblici, artigiani, piccoli imprenditori e commercianti, nuove professioni “creative”, tutti coloro che si è ormai soliti chiamare “ceto medio riflessivo”) che, ancor più di quello di casa nostra, oscilla fra reazione e sovversivismo piccolo borghese. Quando i movimenti di massa avanzano, come è avvenuto fra fine anni Novanta e inizio del Duemila, costoro si accodano, lucrando vantaggi economici, ideali e di status sociale (le costituzioni bolivariane registrano non a caso i desiderata dei “nuovi movimenti” che hanno appoggiato i processi rivoluzionari in cambio del riconoscimento di certi diritti individuali). Ma quando il gioco si fa duro, perché il nemico contrattacca e la crisi economica morde ai garretti, si dissociano prontamente, denunciando l’autoritarismo e il falso progressismo dei governi che hanno appoggiato fino a ieri, e salutando con entusiasmo il ritorno dei vecchi padroni.

Riscontro tracce di questo mood in un articolo di Daniele Benzi, dal titolo “Chiuso per fallimento (e lutto”), pubblicato da “Sinistrainrete”. Ho conosciuto Benzi, ricercatore che vive e lavora da diversi anni in America Latina, cinque anni fa, in occasione di un viaggio in Ecuador. Discutendo con lui avevo registrato un punto di convergenza e molti punti di divergenza: concordavamo sull’errore, comune a tutti i governi progressisti del subcontinente, di puntare sull’estrattivismo per finanziare le politiche sociali, trascurando gli sforzi per modificare la matrice produttiva.

Tuttavia io criticavo quella scelta dal punto di vista di Samir Amin, giudicandola cioè come un insufficiente impegno di “delinking” dal mercato globale, necessario per riconquistare sovranità nazionale (a partire dalla sovranità monetaria e alimentare), mentre lui contestava (negrianamente) la possibilità stessa di sganciarsi dall’egemonia liberista. Io esprimevo perplessità su un progetto politico eccessivamente basato sulla leadership carismatica, progetto al quale lui contrapponeva (secondo i canoni dell’ideologia statalista e orizzontalista dei nuovi movimenti) improbabili “rivoluzioni dal basso”. Nel frattempo io ho avuto modo di rivalutare (soprattutto in relazione al contesto europeo) le teorie di Laclau sulla forma populista della lotta di classe nell’attuale fase storica, lui di scivolare dalla critica a un odio feroce per i protagonisti del giro a l’izquierda, fino a salutare con malcelata soddisfazione (non inganni il titolo) la vittoria del fascista Bolsonaro in Brasile in quanto segna il definitivo tramonto dell’illusione bolivariana.

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L’attacco più duro è nei confronti del Venezuela, sede della trasformazione “di un non mai chiarito socialismo del XXI secolo in una cleptocrazia pretoriana”, un Paese, scrive Benzi, che rischia un’invasione e/o una guerra civile “qualora certe trame geopolitiche fuori controllo del governo lo rendessero conveniente o necessario (sic!)”. Siamo dunque all’incitamento all’invasione da parte del regime reazionario della Colombia sostenuto dagli Stati Uniti!? Del resto perché stupirsi: non abbiamo ascoltato dichiarazioni di simpatia di certi troskisti nei confronti del governo nazista di Kiev sostenuto da Ue e Nato (in nome di un odio antirusso che ha preso il posto dell’odio antisovietico)? Non assistiamo quotidianamente agli attacchi delle “sinistre” occidentali contro il regime siriano di Assad (che, con notevole sprezzo del ridicolo, ha preso il posto di Saddam come “nuovo Hitler”) a favore di una “opposizione democratica” che ha il volto criminale di Al Qaeda (finanziata dagli Usa, per esplicita ammissione di madama Clinton).

Ma attenzione: tornando in America Latina, Benzi ci mette in guardia contro il complottismo: chi parla di “guerre economiche”, golpe parlamentari”, “guerre mediatiche e giudiziarie”, contro i regimi progressisti dice solo fesserie, i poveri americani non c’entrano nulla in questa controffensiva su scala continentale. Queste “rivoluzioni passive” sono fallite per loro esclusiva responsabilità e non saranno “la stabilità economica boliviana né il carisma di Linera (sprezzantemente chiamato il Vice) a ribaltare la fine del ciclo”. Linera, raffinato teorico marxista e combattente rivoluzionario che ha gustato guerriglia e galera, non ha bisogno che io lo difenda dalle punzecchiature di un nanetto, ma fa ugualmente specie sentir irridere una rivoluzione alla quale i simili di Benzi hanno partecipato come un pugno di parassiti a rimorchio dei movimenti di massa.

Due parole, per finire sull’uso del concetto di “rivoluzione passiva”. Per Gramsci si tratta di fasi storiche in cui, nell’assenza di cosciente iniziativa popolare, il progresso avviene come risposta delle classi dominanti a sporadiche esplosioni sovversive: si conserva il potere concedendo qualcosa alle esigenze popolari. Posto: 1) che le rivoluzioni in questione sono avvenute sotto la spinta di potenti sollevazioni di massa e non di sporadiche esplosioni; 2) che hanno dato origine a situazioni di dualismo di potere, in cui quest’ultimo non è stato (o meglio: non era stato finora) restituito alle vecchie élite, è chiaro che la definizione non calza.  Però fa comodo a Benzi e soci per rivendicare come unico elemento rivoluzionario lo striminzito contributo di minoranze politiche e sociali che si sono fatte trainare dal flusso storico e, nel momento del riflusso, voltano le spalle alle masse e invocano il “ritorno della democrazia” (manca che si avvolgano nella bandiera a stelle e strisce).

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Il “lutto” evocato del titolo è un capolavoro di ipocrisia (in realtà brindano alla fine cantando “noi lo avevamo detto da subito”), quanto al fallimento riguarda esclusivamente loro, in quanto autori di idee fallite apriori, viceversa le sconfitte rivoluzionarie sono battaglie perse che non chiudono il discorso perché la storia non è finita e perché, come diceva Guevara, chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso.

(29 ottobre 2018)

 

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