Ordine mondiale e il De Profundis delle "regole occidentali"

Mentre continuano i combattimenti tra Russia e Occidente in un'Ucraina devastata, le cose più interessanti nel panorama internazionale continuano ad avvenire lontano da quelle terre martoriate, spesso a centinaia se non migliaia di chilometri.

Ordine mondiale e il De Profundis delle "regole occidentali"
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26 Aprile 2023 - 15.53


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Il denaro c’è ma non si vede: qualcuno vince e qualcuno perde”

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Wall Street’, regia di Oliver Stone

di Giuseppe Masala.

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Mentre continuano i combattimenti tra Russia e Occidente nell’Ucraina ridotta a campo di battaglia e con il povero popolo ucraino ridotto a semplice riserva di carne da macello, le cose più interessanti nel panorama internazionale continuano ad avvenire lontano da quelle terre martoriate, spesso a centinaia se non migliaia di chilometri.

In buona sostanza, come spesso accade nella storia, mentre gli occhi delle persone sono puntati su un determinato fatto, mani invisibili plasmano il futuro dei popoli senza essere viste, combattendo una battaglia su piani totalmente slegati da quelli relativi agli eventi bellici nei campi di battaglia.

Fuori di metafora, mentre tutti descrivono come risolutiva – in un senso o in un altro – la prossima offensiva ucraina per riconquistare parti del Donbass, magari fino ad avere nuovamente sbocco nel Mare di Azov, il corso degli eventi viene deciso sul piano della grande diplomazia e della grande finanza.

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Sicuramente è da considerare come storico il discorso solenne del Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov che presiedeva la riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu del 24 Aprile. Dopo aver rimarcato tutti gli errori dell’Occidente allargato, ricordando le gravi conseguenze di ciò che considera “unilateralismo occidentale” e dell’ordine mondiale “basato su regole” (regole però variabili a seconda degli interessi occidentali come argomenta Lavrov), invita il resto del mondo e le Nazioni Unite a riformare la stessa ONU allargando il Consiglio di Sicurezza a paesi africani, sudamericani e asiatici, ovviamente riferendosi agli alleati BRICS India, Brasile e Sud Africa.

Inoltre il mitico “Soviet Sergej” ha cantato il De Profundis alla globalizzazione scaturita dalla caduta del Muro di Berlino e dalla fine dell’Unione Sovietica: “Nel disperato tentativo di affermare il proprio dominio punendo i disobbedienti, gli Stati Uniti sono arrivati a distruggere la globalizzazione, che hanno presentato per molti anni come un grande beneficio per l’umanità al servizio del sistema multilaterale dell’economia globale” (1).

Non mi pare esagerato dire che il discorso di Lavrov sia da considerare come una via di mezzo tra una dichiarazione di guerra e un ultimatum. In buona sostanza si chiede la fine dell’egemonia assoluta occidentale; la fine della regole furbesche imbastite dall’occidente per torcere qualunque iniziativa a proprio vantaggio e soprattutto si chiede la fine dell’egemonia occidentale sulle Nazioni Unite (da cui molto spesso le iniziative anche militari degli USA e della Nato hanno tratto legittimità) aprendo il consiglio di sicurezza ad altre realtà che stanno emergendo in questo nuovo secolo. Pare anche difficile dire che Lavrov non abbia ragione quando chiede un posto tra i membri permanenti ad un paese come l’India che oltre ad essere una potenza nucleare è anche – ormai – il paese più popoloso al mondo. Poi certamente la Russia che si fa portatrice della bandiera dei paesi emergenti e ne sostiene le ragioni in seno al Consiglio di Sicurezza dell’ONU ottiene anche un ulteriore vantaggio, quello di portare questi paesi inesorabilmente dalla propria parte isolando sempre di più l’Impero Occidentale. Uno smacco enorme per l’Occidente.

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Smacco enorme che continua ad avere i suoi riverberi sul fronte fondamentale della cosiddetta de-dollarizzazione dei commerci internazionali. Infatti il vice premier russo Novak ha annunciato l’intenzione della Russia il passaggio pagamenti in yuan e rubli di tutti gli accordi bilaterali energetici del paese dando così un altra mazzata all’egemonia americana.

E anche il governatore della Banca di Indonesia Perry Warjiyo ha annunciato che Giacarta sta già compiendo passi concreti verso l’allontanamento dal dollaro USA. Non si consideri questo annuncio come poco importante: l’Indonesia è un paese in via di forte sviluppo, con un PIL di 1 trilione di dollari, il più grande della regione, e 274 milioni di abitanti; ed è considerata uno dei Paesi a maggiore potenziale di crescita nei prossimi anni anche dalle grandi banche d’affari occidentali. Il fatto rimarchevole è che ormai tutto il mondo si sta ribellando all’egemonia – e oserei dire – al dispotismo occidentale.

Mazzate queste sul dollaro che – come ho già descritto in altri articoli – non sono ininfluenti sulla stabilità interna del sistema finanziario degli Stati Uniti e dei paesi occidentali. L’equilibrio finanziario di una nazione è dato dalla coincidenza tra risparmi e investimenti ( R = I); quando i risparmi sono inferiori agli investimenti la differenza è coperta dai capitali provenienti dall’estero. Ora, si da il caso che in USA i risparmi sono di molto inferiori agli investimenti visto che la posizione finanziaria netta del paese è negativa per oltre 16mila miliardi di dollari. Tutti capitali provenienti dall’estero, attratti certamente dalla possibilità di facili guadagni ma anche dalla necessità dei paesi d’origine di avere dollari come riserva (pensate solo alle banche centrali di tutto il mondo che investono le proprie riserve in dollari in titoli di stato USA). Se i paesi iniziano a liberarsi di dollari perché si è deciso di abbandonare questa moneta come standard dei commerci internazionali secondo voi quei capitali rimangono in USA? Certo che no. E allora qual è la conseguenza diretta? La conseguenza diretta è che si rompe quel fondamentale equilibrio nazionale tra risparmi e investimenti. E come è evidente le prime istituzioni a risentirne – spesso fino al default – sono le banche che appunto mettono in contatto i risparmi e la domanda di investimenti. Se i soldi prestati da una banca sono superiori ai risparmi depositati, alla lunga, la banca entra in crisi. E infatti…è notizia proprio di ieri che la First National Bank americana salvata appena un mese fa da un prestito di oltre 30 miliardi di dollari di un pool di banche USA sta nuovamente rischiando il fallimento e forse sarà nazionalizzata. La causa scatenante è stata appunto “la corsa agli sportelli” (che ora si fa silenziosamente davanti ai terminali di un computer) che ha colpito la banca con oltre 100 miliardi di dollari di depositi ritirati (2).

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Ovviamente non possiamo dire se i capitali usciti dalla First National Bank si siano spostati da una banca all’altra degli USA o se, come penso io, almeno in parte siano defluiti dal sistema finanziario USA per approdare verso altri lidi più sicuri. Ma il pericolo è fortissimo.

Attendiamoci nei prossimi mesi nuove scosse nel sistema bancario occidentale, non solo americano, ma anche inglese, spagnolo, portoghese e teoricamente francese (nel senso che i francesi saranno probabilmente coperti dai ricchi tedeschi). Ovviamente attendiamo anche reazioni statunitensi sul piano militare.

NOTE:

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(1) L’AntiDiplomatico, “Lavrov al Consiglio Onu (Discorso integrale in italiano)”, 26 Aprile 2023.

(2) MilanoFinanza News, “First Republic crolla, è fuga dai depositi per oltre 100 miliardi. Lo spettro del 2008”, 25 Aprile 2023.

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Fonte: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-ordine_mondiale_e_il_de_profundis_delle_regole_occidentali/45289_49478/.

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