Gelli: anchorman anni 2000, idee anni 30, amici degli anni di piombo

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3 Novembre 2008 - 16.21


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di Pino Cabras.

Licio Gelli, l”anchorman
degli anni duemila con le idee degli anni trenta e gli amici degli anni di
piombo: presto vedremo “Venerabile Italia”, il suo autoritratto televisivo. Mi chiedo quale potrebbe essere il
suo ritratto cinematografico. Un regista ci sarebbe pure, George Clooney, un
intellettuale sensibile che ha saputo fare ottimi film sugli uomini della CIA e
sulla vita di un influente conduttore televisivo.

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Il
vecchio capo della loggia P2 sintetizza tutto. Abbiamo l”uomo della CIA. Avremo
anche l”influente conduttore.

Solo che Clooney nel film “Good Night, and Good Luck!” aveva raccontato la coraggiosa
carriera di Edward R. Murrow, il giornalista americano che aveva demolito la caccia alle streghe
anticomunista del senatore McCarthy. Nel caso italiano invece non cӏ spazio
per un Murrow. Il suo posto lo prende direttamente un McCarthy più longevo e
più occulto.

E
mentre Murrow aveva la reputazione di un giornalista onesto, credibile, dalla
scintillante integrità, ora lo schermo sarà tutto per un pluripregiudicato,
condannato in via definitiva per gravi reati: calunnia, depistaggio per la
strage di Bologna, bancarotta fraudolenta (12 anni) e altro ancora. Per
Clooney, minimo sforzo con massimo risultato. Gli basterà mettere il segno meno
davanti ad ogni capoverso della sua vecchia sceneggiatura, e avrà in pochi
minuti un nuovo e irriconoscibile racconto.

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Cosa
accadrà, ora che Licio Gelli ci riscriverà la storia degli ultimi ottant”anni?
«Ai tempi del fascismo non sapevo di vivere ai tempi del fascismo», ha detto
Hans Magnus Enzensberger .

Come
a dire: è difficile relativizzare un fenomeno storico, se il giudizio della
Storia non si è ancora prodotto.

L”anziano
piduista taglia il nodo gordiano dei giudizi ingarbugliati e definisce i nostri
tempi. «Il fascismo è qui»: questa era la frase che Gianfranco Fini pronunciava
ai tempi del MSI, quando era arrivato a essere un alleato dell”allora Capo
dello Stato, Francesco Cossiga, nel periodo delle sue “picconate”
presidenzialiste. «Avevo molta fiducia in Fini – spiega oggi Gelli – perché
aveva avuto un grande maestro, Giorgio Almirante: oggi non sono più dello
stesso avviso, perché ha cambiato.» Per Fini il fascismo non è più qui, e ora
lo definisce come «il Male Assoluto». È un”esagerazione che molti antifascisti
non userebbero, ma una moneta spendibile per aspirare alla presidenza della
Repubblica, non più da presidenzialista ma da politico attento a un cerimoniale
bipartisan.

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Ma
stiamo scherzando? Ora che la P2 può proclamare di aver vinto, di aver
distrutto il vecchio senso comune costituzionale, di aver plasmato come un
retrovirus il Dna dell”opinione pubblica grazie alle TV di Silvio, che poi ha
saputo giocare pro domo sua, proprio ora che si può chiudere il cerchio,
dovremmo rinunciare al presidenzialismo elaborato dalla P2? Fini, Fini.
Continua a immergerti nei fondali, che è meglio.

Qua
serve uno che completi il vecchio Piano di Rinascita democratica della P2,
cosicché «l”unico che può andare avanti è Berlusconi: non perché era iscritto
alla P2, ma perché ha la tempra del grande uomo che ha saputo fare», chiosa
Gelli, con l”accondiscendenza di un kingmaker sì distaccato, ma attento a
riaprire bene la lunga partita presidenzialista. Al prossimo Quirinale gelliano
serve un grande volume di fuoco. Serve l”uomo che a suo tempo aveva tutti gli
appoggi per creare una nuova identità americanizzata della provincia italica,
ancorché in una strana chiave siculo-brianzolo-televisiva. Occorre la
leadership di un”Italia post-antifascista che ha espugnato via via le casematte
culturali del vecchio faticoso compromesso costituzionale. Bisogna ricorrere
ancora all”energia della vecchia Tessera P2 1816 per dare un tetto duraturo
agli intellettuali organici del nuovo disegno, agli zelanti costruttori di patacche,
come i falsi diari di un Mussolini compassionevole, o le docufiction seriali
sulla Resistenza di Giampaolo Pansa, l”acuto scopritore del fatto che in guerra
c”è morte e crudeltà.

Serve
insomma una grande operazione culturale che dia il colpo di grazia ai cascami
dell”antifascismo e perfezioni il Piano. Non vale più nemmeno la pena
nascondersi. L”Occulto si palesa. Si vantano in tutta tranquillità amicizie
mafiose e si vincono lo stesso le elezioni. Si potranno a questo punto vantare
crimini ben peggiori, stragi, e sedimentarli come cultura. Ecco allora che si
usa fino in fondo l”armamentario fascista compresso per anni.

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«Non
c”è ordine» lamenta Gelli, mostrando così anche il suo spaesamento retrogrado.
Licio vuole un ordine da vecchia destra azzimata, quella che “non si sciopera”:
«Non mi interessa la minoranza, che non deve scendere in piazza, non deve fare
assenteismo, e non ci devono essere offese».»

Nel
mentre però non è più la stessa Italia di un tempo, frontiera calda con il
mondo comunista. È un”Italia più marginale, provinciale, declinante,
impoverita, più ”sudamericana”. Un ambiente che il venerabile maestro conosce
bene. Un corpo nazionale così spossato da non saper resistere a certe spinte,
alle revisioni più smaccate, o al manifestarsi di tutti gli impeti reazionari:
come nel caso di Cossiga, che ricorda quando mandava agenti provocatori nei
movimenti studenteschi per manovrare le violenze e che subito è accontentato
per il sequel del suo vecchio film.

Un
noto programma televisivo di MTV è «Pimp My Ride». Il format consiste nel
recupero di vecchie auto malmesse e nel loro aggiustamento da parte di
meccanici e designer, i quali aggiungono una quantità esagerata di accessori ed
elaborazioni che poi lasciano a bocca aperta i proprietari. Pimp nello slang
americano vuol dire magnaccia: e le auto “pimpate” si caricano di ogni sorta di
ammennicolo che le rende ridicole e kitsch.

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Se
riprendiamo il titolo e il significato di una canzone di Caparezza, possiamo
re-intitolare lo show di Gelli «Pimpami la Storia». Le premesse ci sono tutte.

In
giro è tutto un “pimpare” la realtà, in mezzo ai vecchi riflessi d”ordine. Anni
di “Guerra al Terrorismo”, la versione mondiale della “strategia della
tensione” sperimentata in Italia negli anni d”oro di Gelli, non passano invano.

Una
vittoria di Obama alle presidenziali USA non invertirebbe facilmente la
tendenza. Non lo farebbe facilmente negli Stati Uniti, in mezzo al crollo
finanziario che militarizza l”ordine pubblico. Figuriamoci nelle incattivite
società europee. Da Gelli e i suoi tesserati non arriverà certo nessuna
operazione verità sulla crisi, ma un ripiegamento peronista. Motivo di più per
aprire le porte della comunicazione.

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Good night. And good luck!

 

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