Progressisti, smettete di rimpiangere il passato

Un tempo i riformisti erano identificati con il desiderio di cambiare lo stato delle cose. Poi questa strada si è smarrita. [Michele Serra]

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23 Luglio 2013 - 08.00


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di Michele Serra

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Se dire “qualcosa di sinistra” fosse così facile, in molti l”avrebbero già detta, questa cosa. O per ruolo politico o per dovere intellettuale o anche solo per fare bella figura. Ma così non è stato, specie negli ultimi anni; tanto da far sospettare (i più sospettosi) che la sinistra abbia trascurato apposta i suoi doveri e i suoi compiti, pur sapendo bene quali fossero, per viltà o per opportunismo; o da far temere (i più timorosi) che la sinistra abbia esaurito strada facendo la sua funzione storica, e taccia, dunque, non per calcolo ma per inettitudine. Per totale smarrimento. Sono abbastanza vecchio di questi luoghi – la sinistra, le sue persone, le sue parole, i suoi giornali, i suoi interminabili dibattiti – da poter azzardare un”ipotesi un poco (solo un poco) più precisa.

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La sinistra, dalla Rivoluzione francese in poi, è quella vasta area della politica e del pensiero che pretende di organizzare il cambiamento della società. Prima interpretandolo e poi orientandolo. Progettare il cambiamento è la sua stessa funzione, la sua ragione d”essere; e il verbo “cambiare” è stato, per molte generazioni di intellettuali e di militanti, di uso quotidiano. Quasi stucchevole per quanto spesso lo si impiegava: l”Italia che cambia, cambiamo l”Italia, l”Italia da cambiare. Nella celebre definizione del giovane Marx, “il comunismo è il movimento reale che abolisce lo stato delle cose presente”. È un assetto di pensiero del tutto radicale, si capisce; ma contiene lo stesso germe che anima i riformismi anche più blandi: lo “stato delle cose presente” è insoddisfacente e dunque va cambiato. Si deve lavorare per cambiarlo. Si deve studiare come cambiarlo (in meglio, si intende) e attraverso quali leve, quali mezzi. Il mondo deve migliorare e la storia deve andare avanti. Per quanto approssimativa e schematica, la vecchia distinzione storica tra conservatori e progressisti, per generazioni, non ha conosciuto sostanziali smentite: la destra era per la conservazione, la sinistra per il progresso.

Dire “qualcosa di sinistra”, dunque, è dire qualcosa in grado di descrivere o anticipare o favorire o provocare un cambiamento. Le parole della sinistra dovrebbero essere (o provare a essere) in qualche modo preveggenti: aiutare a immaginare il futuro, ad architettarlo. Le famose “parole d”ordine” del passato, tutte, quelle giuste e quelle sbagliate, quelle intelligenti e quelle stupide, quelle nobili e quelle ignobili, erano comunque l”indicazione di un obiettivo da raggiungere, di un percorso da fare. Erano “dinamiche”, forza in movimento.

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Nel suo Manifesto dei conservatori (1972) Giuseppe Prezzolini attribuisce alla Destra “i libri e la cultura”; alla Sinistra le canzonette, la televisione, i consumi futili, le mode, l”irresistibile marea montante della massificazione. Per dire quanto fosse radicata – appena dieci anni prima che Berlusconi apparisse sulla scena – l”idea che il “cambiamento”, virtuoso o vizioso non importa, fosse comunque qualcosa “di sinistra”. Che riguardava la sinistra.

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Oggi (qui volevo arrivare) la sola traccia profondamente identitaria che la sinistra ha sempre avuto – la vocazione a cambiare “lo stato delle cose presente” – sembra perduta. Peggio, sembra che il cambiamento – proprio quello, massificante e mutageno, detestato dal conservatore Prezzolini e descritto con ben maggiore potenza e disperazione dal comunista Pasolini – abbia così spaventato la sinistra da al suo interno forti pulsioni conservatrici. Più che l”impulso a progettare “un altro cambiamento”, ha pesato l”impulso a proteggersi da quello in corso. Ne è nata una sinistra-ossimoro, conservatrice e terrorizzata dai mutamenti in atto. Ed è soprattutto per questo, secondo me, che è così difficile dire “qualcosa di sinistra”: perché la sinistra ha perduto le parole del cambiamento, a partire dalla parola “cambiamento”. E dunque ha perduto le sue parole.

La si è nuovamente udita, quella parola, echeggiare come un esorcismo nelle tremende settimane successive al voto di febbraio. A pronunciarla fu Bersani, non si sa quanto memore dello spirito ottimista e “progressista” del riformismo emiliano nel quale si è fatto le ossa. Disse, per la precisione, che “non c”è responsabilità senza cambiamento” (parlava ai suoi, si è poi capito quanto inutilmente) e che “non c”è cambiamento senza responsabilità ” (parlava a Grillo, si è poi capito quanto inutilmente). L”ambito era – come dire – strettamente politologico, tattico e non strategico, e non scomodava certo sconquassi negli assetti economici e sociali, tanto meno modelli di sviluppo alternativi.

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Ma in quanto capo della sinistra Bersani “sapeva”, direi istintivamente, che la domanda (tumultuosa, quasi smaniosa) di cambiamento uscita dalle urne non poteva che investire in pieno la sinistra, fisiologicamente: la richiamava bruscamente alla sua funzione tradita o comunque sbiadita. Rovesciandosi a valanga verso le Cinque Stelle, la speranza di “cambiare le cose” per la prima volta abbandonava in misura così massiccia e così allarmante la sinistra italiana.

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La verità – forse – è che nessuno, in questa fase, riesce non dico a determinare, ma ad azzardare i connotati del futuro, ivi compreso il futuro prossimo. E non per caso l”aspetto più debole – e più ridicolo, francamente – del movimento di Grillo e Casaleggio è quello che affida al web una specie di palingenesi politica, e di reincarnazione della democrazia, che fa impallidire, per ingenuità, il mito della “futura umanità” forgiata “nei campi e nelle officine”. Che il vecchio materialismo scientifico possa lasciare il campo alla fede fantascientifica in un Avvento internautico non sembrerebbe proprio – quanto a cambiamento – un passo avanti.

Riassumendo. Direi che un buon criterio, di qui in avanti, per provare a dire “qualcosa di sinistra”, e per capire se qualcuno sta dicendo davvero “qualcosa di sinistra”, sia valutare, sempre, se e quanto questa cosa contiene il proposito, e magari la capacità, di incidere nel futuro, anche un piccolo pezzo di futuro, e di immaginarlo più equo, e migliore. Non è più vero, neanche per la più settaria delle persone di sinistra, che senza sinistra non c”è futuro: il futuro ha già dimostrato di poterne fare allegramente a meno, della sinistra. Ma è certamente vero che senza futuro non c”è una sinistra, che senza futuro la sinistra muore. Dunque la paura del cambiamento – qualunque sorpresa, qualunque incognita possa riservarci il futuro – è per la sinistra un indugio mortale. Ogni pigrizia conservatrice, dentro la sinistra e dentro le sue parole, parla prima di tutto di quella paura. Compresa la paura di sbilanciarsi, di dire cose azzardate, di sembrare stravaganti o ingenui o imprecisi. La paura dell”errore intellettuale. Ma per dire qualcosa di sinistra sarà obbligatorio, di qui in poi, ricominciare a rischiare. Chi si ferma è perduto. E chi tace acconsente.

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