E lo sconfitto in Brasile è: il neoliberismo

'Anche se beneficia di uno dei più alti quozienti di ''soft power'' al mondo, il Brasile resta sommerso dai cliché. Usciamo da questi cliché [Pepe Escobar]'

E lo sconfitto in Brasile è: il neoliberismo
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Redazione Modifica articolo

31 Ottobre 2014 - 06.22


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di Pepe Escobar.

Tradotto da ComeDonChisciotte.

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Sole, sesso, samba, carnevale e almeno fino alla mazzata della Coppa
del Mondo da parte della Germania “la terra del calcio”. Non
dimentichiamo la “vibrante democrazia”. Anche se beneficia di uno dei
più alti quozienti di soft power al mondo, il Brasile resta sommerso dai
cliché.

“Vibrante democrazia” che è stata alle aspettative, dato che la
Presidente Dilma Rousseff del Partito dei Lavoratori (PT) è stata
rieletta la scorsa domenica dopo un testa a testa con il candidato
dell’opposizione Aecio Neves del Partito Socialdemocratico Brasiliano
(PSDB).

Un altro cliché direbbe che questa è una vittoria
delle politiche “stato-centriche” contro le “riforme strutturali”. O la
vittoria della “grande spesa sociale” contro un approccio “a favore del
business” – che implica il business essere nemico principe
dell’uguaglianza sociale.

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Usciamo dai cliché.

Addentriamoci in un caro motto nazionale: “il Brasile non è per i principianti”.

Assolutamente. La complessità del Brasile manda al manicomio.
Comincia probabilmente con il messaggio chiave e proveniente da ogni
strato sociale che un paese diviso ha mandato alla rieletta Dilma
Rousseff. Siamo parte di una classe media crescente. Siamo fieri di far
parte di una nazione in cui la disuguaglianza è sempre minore. Ma
vogliamo che i servizi continuino a migliorare. Vogliamo più
investimenti nell’educazione. Vogliamo che l’inflazione sia sotto
controllo (al momento non lo è). Supportiamo una pesante svolta
anti-corruzione (qui è il punto d’incontro tra il Brasile della Rousseff
e la Cina di Xi Jinping). Vogliamo portare avanti il crescente successo
economico dell’ultimo decennio.

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La Rousseff sembra recepire il messaggio. La domanda è come sarà in
grado di portarlo a compimento – in una nazione delle dimensioni di un
continente, sfiancata da orribili standard educativi, con il settore
manifatturiero in gran parte non competitivo rispetto ai mercati globali
e con una corruzione folle.

Elite ignoranti ed arroganti

Il Brasile oggi è impantanato in una scarsa crescita del PIL (0,3%).
Limitarsi a prendersela con la crisi globale non basta, i vicini
sudamericani Peru (3.6%) e Colombia (4.8%) hanno sfondato nel 2014.

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In effetti i numeri non sono così penosi. L’impiego cresce. La
disoccupazione cala (solo il 5.4%). Gli investimenti in infrastrutture
sociali continuano. Dal 2002 al 2014 il salario minimo è più che
triplicato. Il PIL pro capite cresce, raggiungendo quasi i 9.000$ mentre
il coefficiente gini di disuguaglianza sociale (dati del 2012) scende.

La produzione industriale è tornata ai livelli di prima della crisi
finanziaria del 2008. Il Brasile ha ripagato tutti i debiti al FMI. Il
rapporto deficit/PIL scende velocemente – ha raggiunto il 33.8% nel
2013. I lavoratori hanno più potere d’acquisto – anche con un’inflazione
crescente, che rispecchia una miglior distribuzione degli introiti.

14 milioni di famiglie hanno beneficiato dei programmi sociali –
circa 50 milioni di Brasiliani. Queste politiche potrebbero essere
accusate di essere troppo limitate, troppo post Keynesiane, ma almeno è
un inizio – in una nazione sfruttata per secoli da elite immensamente
ignoranti, arroganti e rapaci.

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Nel suo primo mandato come Presidente la Rousseff potrebbe anche
essere accusata di aver fatto troppe concessioni alle grandi banche
(molto redditizie in Brasile), agli interessi del business agricolo e al
Grande Capitale. Ciò che è accaduto, per semplicità, è che il Partito
dei Lavoratori di centro-sinistra si è spostato al centro – ed è stato
costretto a stringere alleanze sgradevoli con gli oligarchi. Il
risultato è che una parte significativa della base sociale – la classe
lavoratrice metropolitana, altamente indebitatasi nell’inseguire il
sogno consumista – è finita con il flirtare con la destra come
alternativa politica.

Aggiungiamo che il PT non ha capacità di controllo esattamente
brillanti. Vero, la lotta alla povertà è un ideale nobile, ma in una
nazione con tali disuguaglianze, servirebbe tempo almeno fino al 2030
per avere dei risultati sensibili. Nel frattempo, si sta pianificando
seriamente – come ad esempio costruire una ferrovia superveloce tra le
due megalopoli Rio e Sao Paulo (I Cinesi la costruirebbero in qualche
mese) e mettendo seriamente i bastoni tra le ruote agli oligopoli
Brasiliani: banche, corporate media, conglomerate del ramo edile e la
lobby dell’industria dell’automobile.

Il perdente è: il neoliberalismo

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A differenza di USA e Europa, il neoliberalismo in Brasile è stato
ripetutamente sconfitto ai ballottaggi dal 2002, quando Lula fu eletto
per la prima volta Presidente. Per quanto riguarda l’opposizione
“socialdemocratica”, non c’è nulla di sociale, tantomeno di democratico.
Il progetto del PSDB è il turbo-neoliberalismo, puro e semplice.
La
squadra di Neves aveva tutto dalla propria parte. Il loro zoccolo duro
era infatti costituito da 60 milioni di contribuenti brasiliani
principalmente arrabbiati – più dell’80% risiedono e lavorano nelle zone
costiere più ricche del sudest. La vita è dura se sei un professionista
stipendiato brasiliano o il proprietario di una piccola-media impresa.
Il peso fiscale è pari a quello del mondo industrializzato, ma non
ottieni quasi niente in cambio.

Non c’è da stupirsi che questi contribuenti arrabbiati esigano strade
ben asfaltate, sicurezza urbana, migliori ospedali pubblici, un sistema
scolastico pubblico dove poter mandare i loro figli e meno burocrazia –
che bisogna aggiungere al nefasto, universalmente conosciuto “Costo
brasiliano” (ovvero il non dar valore al denaro). Questi non sono
elettori del Partito dei Lavoratori – anche se parte di essi in passato
lo era. Ciò che vogliono è galassie oltre le normali tribolazioni della
nuova, grande, classe medio-bassa creata dai programmi sociali iniziati
da Lula.

Però con un candidato mediocre come Neves – ha perso addirittura nel
suo stato natale, di cui era governatore – il neoliberalismo non ha
bisogno di nemici.

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Neves prevedibilmente si è presentato come il dragone che avrebbe
fatto a pezzi quello che Wall Street deride come “statismo” – tagliando
la spesa statale e “liberalizzando” il commercio, termine in codice per
definire il privilegiare gli interessi delle corporate statunitensi. Al
contempo Neves non è mai stato in grado di accalappiare il voto di
un’oppressa donna nera delle favelas.

Con Neves, il Ministro delle Finanze del Brasile sarebbe stato
Arminio Fraga, un viscido operatore finanziario che, tra altre cose, ha
gestito fondi ad alto rischio in paesi emergenti per George Soros ed è
stato Presidente della Banca Centrale Brasiliana. Alcune delle sue
marachelle sono spiegate in dettaglio in More Money than God: Hedge
Funds and the Making of a New Elite [Più soldi che Dio: gli hedge funds e
la creazione di una nuova elite, NdT], di Sebastian Mallaby. Fraga
sarebbe stato l’uomo chiave di un governo ispirato da Soros.

Fraga è l’icona del predatore di Wall Street. Con lui al Ministero
delle Finanze, pensate a JP Morgan che controlla le politiche
macroeconomiche del Brasile. La strada infatti era già stata battuta
dall’eminenza del PSDB, l’ex presidente Fernando Henrique Cardoso, che
si era incontrato con investitori stranieri – via JP Morgan – il mese
scorso.

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Fraga era intenzionato a distruggere l’ ”Iper-Keynesianascommessa
sulla domanda” delle amministrazioni Lula e Rousseff e sostituirla con
offerta, per mezzo di un nuovo “shock capitalistico”. Prevedibilmente,
la sua ricetta era amplificata dall’enorme cassa di risonanza dei media
brasiliani conservatori, che tenevano nascosto tutto il resto.

Dato che la percezione è realtà, la contaminazione si è diffusa –
contraendo la spesa pubblica, instillando confusione negli investitori
privati e facendo sì che le società di rating occidentali confermassero
la supposta scarsa affidabilità dell’economia brasiliana.

Sono gli USA contro i BRICS

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Il Brasile si sta lentamente ma inesorabilmente muovendo dalla
semi-periferia al centro delle relazioni internazionali, per la sua
rilevanza geopolitica regionale, ma soprattutto per il suo ruolo di
leader all’interno dei BRICS. Ciò avviene anche se a Washington non
importa nulla del Brasile – o di tutta l’America Latina. La fomra di
pensare degli USA aborre i BRICS.

Politicamente una vittoria dei neoliberali di Cardoso/Neves – un
fantasma della democrazia sociale a cui si ispiravano – avrebbe messo
sottosopra la politica estera brasiliana, non solo contro la direzione
storica del Brasile, ma contro i suoi stessi interessi nazionali.

Come ha detto la Rousseff alle Nazioni Unite la settimana scorsa, il
Brasile sta cercando di combattere una crisi globale segnata da una
sempre più grande disuguaglianza senza causare disoccupazione e senza
sacrificare i salari e l’occupazione. Il geniale economista Theotonio
dos Santos ha messo in luce la decadenza dell’occidente che ancora
esercita influenza sul Sud del Mondo attraverso una rete estesa di
collaboratori ed è andato oltre: la vera guerra è per il controllo del
petrolio brasiliano.

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Dos Santos si riferisce alla maggior impresa brasiliana, Petrobras,
attualmente coinvolta in uno scandalo di tangenti – che dovrà essere
indagato a fondo – che oscura il Santo Graal: i futuri introiti del
petrolio “pre-sale” – così chiamato per i miliardi di barili di greggio
coperti da uno spesso strato di sale sotto la faglia sud-atlantica.
Petrobras pianifica di investire 221 miliardi di dollari entro il 2018
per sbloccare questo tesoro – e si aspetta di guadagnare anche con il
greggio a 40-50$ al barile.

Politicamente, per farla semplice, la ristretta vittoria della
Rousseff è fondamentale per il futuro di un Sud America in crescita ed
integrato. Rinvigorirà MErcosur – il mercato comune del Sud – così come
Unasur – l’unione degli stati sudamericani. Ciò va ben oltre il libero
scambio, si parla di integrazione regionale, in parallelo con quella
eurasiatica.
A cominciare dal 2015, il Brasile potrebbe essere sulla
rotta di una nuova espansione economica – largamente spinta dai frutti
del “pre-sale” e corroborata con la costruzione di strade, ferrovie,
porti e aeroporti. Ciò dovrebbe creare una reazione a catena sugli stati
vicini.

Così come per Washington/Wall Street, l’Impero del Caos non è
contento – e ciò è un grosso eufemismo, specialmente dopo aver scommesso
sul cavallo perdente, Marina Silva, una sorta di nativa della foresta
Amazzonica controparte del “cambiamento in cui possiamo credere” di
Obama. Il fatto è che così come il modello di distribuzione della
richezza brasiliano è contro gli interessi del grande business, anche la
politica estera del Brasile e quella di Washington ora sono
diametralmente opposte.

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Su un piano più leggero, almeno alcune cose restano le stesse. Come
“Il diario di Dilma” – uno scritto fantasma apocrifo e satirico sulla
fitta agenda del presidente pubblicato dal famosissimo mensile
brasiliano Piaui, una versione locale del New Yorker. C’è un’annotazione
tipica: “ho guardato un’intera serie in copia pirata di Homeland.
Fantastico! Siamo stati su fino a tardi, io e Patriota [l’ex Ministro
degli Affari Esteri]. Lui ha trovato tutto estremamente credibile!”.
Chi dice che una “vibrante democrazia” non può essere anche divertente?

Pepe
Escobar Ã¨ autore di Globalistan: How the Globalized World is Dissolving
into Liquid War (Nimble Books, 2007), Red Zone Blues: a snapshot of
Baghdad during the surge (Nimble Books, 2007), e Obama does
Globalistan (Nimble Books, 2009). Può essere contattato a
pepeasia@yahoo.com.

Fonte originale: http://www.atimes.com/atimes/World/WOR-01-281014.html.

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Tratto da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=14126.

Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non
commerciali, citando la fonte comedonchisciotte.org e l”autore della
traduzione FA RANCO
.

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