'In difesa dell''editoria a pagamento'

Gli editori a pagamento assolvono una funzione sociale, sono un calmiere psichiatrico a quella che – di fatto – è una sorta di psicosi. [Dario Morgante]

'In difesa dell''editoria a pagamento'
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7 Maggio 2015 - 10.12


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di Dario Morgante

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In questo articolo, la provocazione principale (o semplice constatazione?) di Dario Morgante sta nel riconoscere una sorta di statuto morale alla cosiddetta editoria “a pagamento”. L”operazione, al di là della graffiante invettiva all”indirizzo dei sedicenti “Scrittori Veri A Tutti Gli Effetti”, ha significato di irrinunciabile presa di posizione nei confronti di una editoria (quella degli S.V.A.T.G.E. di cui sopra, e non solo) ormai asfittica e completamente, o quasi, asservita alle dinamiche di una funzione, quella editoriale ma anche intellettuale, sempre meno “culturale” e sempre più prona di fronte agli interessi commerciali e dei circuiti del potere politico e accademico. Un sasso nello stagno che meriterebbe l”avvio di una discussione aperta tra gli operatori-attori dell”intero processo di produzione e distribuzione libraria in Italia (e nel mondo), almeno tra quelli consapevoli. Tenendo presente che il futuro potrebbe dimostrarsi – e in parte già lo dimostra – incline a ridefinire ruoli ed egemonie all”interno di quel dibattito culturale a cui lo stesso Morgante accenna, alimentando forme nuove di corrispondenza (collettivi) e scambio (self-publishing) dei tanto vituperati “contenuti” editoriali. (pier francesco de iulio)

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Io davvero della cosiddetta editoria a pagamento penso questo: penso che ci sono troppe persone che vorrebbero pubblicare il proprio libro, intendendo con «persone» chiunque abbia un file word nel computer e intendendo con «pubblicare» l’avere un loro libro cartaceo sugli scaffali di Feltrinelli.

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Perché ci sia questo malsano desiderio di pubblicare anziché quello spasmodico di andare a lavorare per Medici senza Frontiere credo sia da attribuirsi allo sviluppo del mito dello scrittore come Uomo di Cultura, Sapiente e Saggio, al quale ci si rivolge per avere un’Opinione su Ogni Cosa. Lo scrittore, per quella parte della società per la quale i libri hanno un valore intrinseco, è quindi un Superuomo, un Assoluto dello Spirito. Anche ricco, ovviamente, e circondato da donne. Lo scrittore va in televisione, in radio, ed è intervistato dai giornali.

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In altri termini la pubblicazione di un libro è il segno della superiorità morale e spirituale del piccolo scrittore su coloro i quali all’asilo lo picchiavano ripetutamente, continuando poi ad umiliarlo anche alle elementari, alle medie, alle superiori e all’università. Di passaggio in passaggio restavano fuori dal paesaggio dello scrittore sempre più Bruti, arrivando poi di scuola in scuola, a scomparire quasi del tutto, assorbiti dai gironi dell’Ignoranza. E quale vittoria più dolce del pubblicare — infine — un libro, diventando così
uno Scrittore Vero A Tutti Gli Effetti?

Questa marea umana frustrata e rancorosa si infrange quotidianamente sugli scogli delle case editrici, elevando disperate lamentazioni. I loro libri sono sempre immancabilmente dei capolavori, e gli editori dei cialtroni irrispettosi, dei venditori di caciotte ai quali è toccato il compito di Giudicare il lavoro dello scrittore.

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Quindi: tanti manoscritti, uno (o più) per ogni aspirante scrittore. Ma questi libri meritano di essere pubblicati? In verità no, nessuno di essi. La verità è che ci sono troppi libri, ne siamo pieni. Non avete a casa, come me, svariate pile di «libri da leggere»? Quante foreste devono ancora essere sacrificate sull’altare dell’ego?

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Gli editori a pagamento assolvono una funzione sociale, sono un calmiere psichiatrico a quella che – di fatto – è una sorta di psicosi. Sono anche personaggi un po’ così, che approfittano della vanità altrui. Ma di certo non sono ladri, non «costringono» nessuno a pagare per veder stampato il proprio libro.

Ci sono troppi libri. E fanno pure schifo. E quelli che non vengono pubblicati fanno ancora più schifo. I libri più venduti di questo periodo sono: Cinquanta sfumature di grigio, di E.L. James; L’intestino felice, di Giulia Enders; La sposa giovane, di Alessandro Baricco. Vi sembrano particolarmente significativi? Irrinunciabili? Qualcosa che cambierà il modo che ha la gente di vedere il mondo? Resteranno tra cento anni?

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I libri hanno assolto storicamente una funzione di grande importanza: la trasmissione delle conoscenze umane. Dalle tavolette di argilla ai rotoli di papiro a Gutenberg l’obiettivo è sempre stato quello. Poi, nel Novecento, è nata l’industria editoriale. È tempo di dire che il Novecento è finito, che il libro diventerà finalmente digitale e che la conoscenza umana si trasmetterà di hard disk in hard disk. Anche perché un libro digitale lo possono pubblicare
davvero tutti — e gratis.

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Adesso un finale: propongo una moratoria alla pubblicazione di nuovi libri. Iniziamo a scoprire ciò che di bello è stato pubblicato nel corso del tempo. Smettiamola di inquinare la sfera culturale. È come con la caccia, a un certo punto ci si è resi conto che era un’inutile mattanza, e chi voleva vivere «l’esperienza» ha scoperto il birdwatching. Inventiamoci il bookwatching, sempre meglio del print-on-demand, sempre meglio di Fabio Volo, sempre meglio di queste infinite lagne e di questi piagnistei.

Non solo il tuo libro non lo vuole pubblicare nessuno, non solo fa proprio schifo, ma inquina pure, inquina te e chi ti sta intorno e devia il dibattito culturale. Abbandoniamo i contenitori, riprendiamoci i contenuti.

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(7 maggio 2015)

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