La techno-obesity

Un eccesso di tecnica ci aliena sempre più da noi stessi, portandoci a condividere i (dis)valori macchinistici che saturano il corpo e la mente

La techno-obesity
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10 Febbraio 2016 - 07.49


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di Lelio Demichelis.


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Tecnologia da ogni parte, app per ogni situazione, tutti doverosamente connessi, innovazioni affascinanti, incessanti e desiderabili – più di ogni altra cosa. Tecnica che un tempo – molto tempo fa – era solo un mezzo, mentre oggi siamo arrivati alla techno-obesity: a un eccesso di tecnica che ci aliena sempre più da noi stessi, portandoci a condividere i (dis)valori di quella tecnica che ci sta saturando il corpo e la mente.

Sapere aude!, diceva Kant sognando un uomo illuminista, autonomo e capace di uscire dalla sua minorità, quindi non più eteronomo. Ma poi il sapere aude! lo abbiamo realizzato e declinato con modalità invertita rispetto a Kant, delegando ancora una volta a chi sa tutto – e soprattutto vuole sapere tutto di noi e della nostra vita (Big Data e Rete e Social network, come ieri la Chiesa) – il compito di decidere per noi. I dati che lasciamo nelle nostre libere navigazioni in rete permettono infatti a chi ha fatto dei nostri dati il suo mezzo di produzione e di profitto di controllarci e indirizzare le nostre scelte, liberandoci dalla fatica di scegliere e decidere. Pensare è faticoso, la tecnica pensa per noi, conformarsi è dunque facile e comodo, illusi di avere realizzato il general intellect marxiano.

E così, ogni giorno siamo attivati massmediaticamente a cercare il nuovo per il nuovo, a promuovere start-up, a fare i makers in servizio permanente effettivo: è una sorta di pedagogia tecnologica ed economica (oltre che sociale), continua e incessante: una Grande Narrazione che ha sostituito le Grandi Narrazioni religiose o politiche del passato per farci entrare esistenzialmente nella nuova, la quarta, rivoluzione industriale (la prima è stata quella della macchina a vapore; la seconda quella della chimica, dell’elettricità e poi della catena di montaggio; la terza, quella in corso – ma in fase di superamento – dell’informatica e della rete). 

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Quarta rivoluzione che comprenderebbe molte cose inutili e molto stupide (in maggior numero), come la Google Car, le stampanti 3D (grazie alle quali ciascuno potrà costruire a casa propria ciò di cui ha bisogno, in una sorta di digitalizzazione del modello-ikea), l’internet delle cose e soprattutto le app; alcune cose utili, come la genetica (parzialmente) e la bio-ingegneria e la possibilità di sostituire pezzi del nostro corpo e curare malattie oggi incurabili; e altre cose ancora, come i robot soldato, i robot farmacisti (!) e persino – dicono – una macchina intelligente capace di operare nei consigli di amministrazione delle imprese (macchina che forse ci risparmierà lo scandalo dei bonus ai manager ma non i disastri già prodotti dagli algoritmi finanziari). 

Insomma, la tecnologia – meglio: la digitalizzazione – dilaga. Incontrollata e apparentemente incontrollabile.

Perché tutto accade a nostra insaputa. E se qualcuno cerca di richiamare a un doveroso e illuministico pensiero critico (dove ci sta portando la tecnica? possiamo controllarla e democratizzarla prima che diventi il fine unico e totalitario della nostra vita? davvero servono tutte queste innovazioni tecnologiche che incrociamo dappertutto?), gli viene risposto che la tecnica non si ferma né deve fermarsi (ne andrebbe della sua libertà) e che anzi il massimo della razionalità è quella, per gli umani, di adattarsi al nuovo.

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Quarta rivoluzione industriale, dunque. Nuova, nuovissima, digitale, immateriale, divertente. E a noi piace tutto ciò che è nuovo, sempre e comunque. Abbiamo perduto la capacità di conservare responsabilmente l’ambiente, le relazioni, la memoria, la cultura, i diritti umani e quelli politici – cioè le cose utili a costruire e a progettare secondo i nostri bisogni – e rincorriamo affannosamente, ma con grande entusiasmo e leggerezza, l’ultimo gadget tecnologico (inventato da qualcuno per profitto), subito trasformato in feticcio non solo in sé, ma come parte essenziale di un apparato tecnico-feticcio.

Dicono: la quarta rivoluzione industriale cambierà non solo le cose ma anche la società e gli uomini (in realtà lo hanno fatto anche le tre precedenti, e non a caso si è parlato e scritto ieri di società fordista e oggi di società in rete), perché questa sarebbe basata sulla velocità e sull’inter-connessione, cui nei prossimi anni si intrecceranno sempre più strettamente le tecnologie It, l’intelligenza artificiale, la genetica e la biologia – la possibilità di impiantare nel corpo terminali connessi a un apparato –, i nuovi materiali, i Big Data. 

Le innovazioni tecniche si succederanno a una velocità mai vista prima, modificando produzione e consumi, modi di vivere e di comunicare, politica, demografia e occupazione (si distruggeranno milioni di posti di lavoro, ma altri se ne creeranno; e nuove migrazioni ci riguarderanno direttamente). Dicono che tutto questo è nuovissimo: ma è un dire banale, di chi guarda al nuovo e non pensa al passato per capire se il nuovo è davvero nuovo o è solo la riverniciatura – aumentata â€“ del vecchio.

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In verità, ciascuna delle rivoluzioni industriali del passato – come la quarta che verrà o è già arrivata – si è sempre basata su due elementi: 

1) sulla velocizzazione/accelerazione dei processi rispetto a quelli precedenti (questo era la catena di montaggio, il just in time del toyotismo, ma anche la logica delle prime manifatture di fine Settecento; e questa è la logica anche del consumismo attraverso l’invecchiamento tecnologico/psicologico dei prodotti (a questo serve il marketing, organizzazione scientifica del lavoro di consumo che ciascuno deve svolgere, anche in rete), mentre garantire la produzione e il profitto è il nostro dovere (e ormai la nostra vocazione, il nostroberuf) capitalistico e tecnico (se abbiamo riempito il mondo di rifiuti abbiamo anche inventato l’industria del riciclo – meglio di niente, certo, ma non cambia radicalmente il modello economico e tecnico, che è pessimo in sé); 

2) sulla connessione e sulla convergenza di ogni apparato singolo in un apparato più grande: ancora la catena di montaggio del fordismo, la fabbrica integrata, poi il capitalismo personale – o meglio: il fordismo individualizzato â€“ e oggi le forme disharing economy che sembrano una grande trasformazione, perché la proprietà e il possesso avrebbero perduto la loro centralità capitalistica di un tempo. 

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Tuttavia è davvero difficile definire nuova e basata sulla condivisione un’economia che produce per Uber un valore di 64,5 miliardi di dollari e per Airbnb di quasi 30 miliardi: la sharing economy (che in realtà sembra soprattutto una nuova forma di precarizzazione del lavoro) è capitalismo allo stato puro, anche se mascherata da condivisione e libertà. E le stampanti 3D determineranno certo anche la frammentazione della produzione e del lavoro, permettendo a ciascuno di creare e innovare in proprio (l’auto-imprenditorialità apparente); ma anche questo fa parte della logica tecno-capitalista e rappresenta solo un’evoluzione della precedente esternalizzazione dei processi produttivi. Perché personalizzazione dei consumi e individualizzazione della produzione (purché sempre integrati/connessi nell’apparato), procedono in parallelo e sinergia.

Dimenticare come fanno i mass media – e noi, circondati (la techno-obesity, appunto) da apparati/gadget/giochi e social network – che la connessione/condivisione e la velocizzazione/accelerazione sono essenziali, se non consustanziali, al funzionamento dell’apparato industriale (anche se ora digitalizzato) significa non avere capito nulla delle tre rivoluzioni precedenti (e dunque di quella in corso). 

In realtà è un’unica rivoluzione industriale, suddivisibile solo in base all’apparato di velocizzazione/connessione prevalente. Un filo rosso lega la prima alla quarta rivoluzione industriale. Ma non lo vediamo. Eppure, già nel 1978 un esperto di software (citato da Luciano Gallino nel suo Informatica e qualità del lavoro, Einaudi 1985) ammetteva: «Henry Ford progettò la catena di montaggio nel primo decennio del XX secolo. Noi non facciamo altro che applicare lo stesso concetto alla manifattura di programmi applicativi».

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