Il film più sovversivo che Michael Moore abbia mai girato.

'Where to Invade Next è la cosa più profondamente sovversiva che Moore abbia mai fatto. Sotto l''apparenza di un allegro diario di viaggio rivela la vera ideologia americana'

Il film più sovversivo che Michael Moore abbia mai girato.
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Redazione Modifica articolo

26 Febbraio 2016 - 23.39


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di
Jon Schwarz
.

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Non posso certo dire che questa sia una recensione neutrale
di Where to Invade Next, l’ultimo film di Michael Moore. Tralasciando il
fatto che ho lavorato con Moore per sei anni, quindi anche durante il
precedente documentario Capitalism: A Love Story, ammetto
che devo letteralmente la vita all’eccellente assicurazione
sanitaria, non deducibile che Michael fornisce ai suoi dipendenti.

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Ciò che posso avere perso in obiettività l’ho però guadagnato
nella profonda conoscenza della sua carriera. 
Conosco infatti, persino il suo più oscuro e celato segreto: il
vero
nome
della pubblicazione alternativa che fondò negli anni 70, a
Flint, Michigan.

Posso perciò affermare senza timore di essere smentito che Where
to Invade Next 
è la cosa più
profondamente sovversiva che Moore abbia mai fatto.
E’ talmente elusivo
che si potrebbe addirittura non capire esattamente cosa stia sovvertendo.

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In apparenza, Where to Invade Next sembra un
allegro diario di viaggio: Moore infatti ama le lunghe vacanze durante le quali,
“invade” un sacco di nazioni europee e la Tunisia per carpire le idee migliori e
portarle in America. 

Per esempio: le scuole pubbliche in Francia hanno degli chef
che servono, su piatti di porcellana, dei lunghi pranzi multiportata: tra cui
scaloppine in salsa al curry. Non ho mai riso tanto al cinema quest”anno come
quando il bambino francese di 8 anni guardava orripilato e perplesso le foto
dei pranzi serviti nelle scuole americane.

Il film è così positivo e in una maniera così diversa dal
solito Moore che lui stesso stava per chiamarlo Mike’s Happy Movie. Sicuramente
è stata l’unica volta che dopo avere visto uno dei suoi documentari, sono
uscito dal cinema pensando: Accidenti ma è tutto fantastico! Ciò che però mi ha
spinto a questa esclamazione è il messaggio sotteso a Where to Invade Next
— e se andrete a vederlo anche voi vi sentirete così.

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Il peggiore avversario di Moore

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Per capire di cosa sto parlando è necessario ripensare ai
film più importanti del regista e notare quanto sostiene con gli anni sia diventato
sempre più ambizioso, nel senso che con ogni film ha alzato la posta; ha alzato
la posta puntando ad istituzioni sempre più importanti ridicolizzandone la
pretesa affidabilità, controllo e serietà.

Vediamo la progressione:

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  • Roger & Me, 1989, un attacco alla  General
    Motors ai tempi in cui era ancora la più grande corporation del pianeta. Sosteneva
    che la decisione di GM di brutalizzare i suoi impiegati, gli acquirenti e la
    città di fondazione non fosse esattamente la migliore strategia a lungo
    termine. (E le cose, come s’è poi visto, stavano proprio così.)
  • Bowling for Columbine, 2002, il bersaglio era
    ancora più ambizioso della GM: non trattava solo dei costanti, ripetuti
    massacri in America ma della cultura della paura che tutto permea, rendendoci
    refrattari e ostili a qualsiasi possibile soluzione.
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  • Fahrenheit 9/11, 2004, se possibile puntava ancora
    più in alto: affermava infatti che il presidente degli Stati Uniti fosse non
    solo illegittimo, ma che non avesse la più pallida idea di ciò che stava
    facendo mentre tutti erano terrorizzati anche solo all’idea di dirlo
    pubblicamente.
  • Sicko, 2007, una critica spassionata a
    qualcosa di persino più importante della Presidenza degli Stati Uniti: il
    sistema sanitario, l’industria più grande e più crudele d’America.
  • Capitalism: A Love Story, 2009, Moore raggiunge, pare,
    l’apice della carriera, mostrandoci che l’intero sistema finanziario mondiale
    è al collasso.

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Cos’altro avrebbe potuto aggiungere? Una volta
demolito niente meno che il capitalismo,
è difficile anche solo immaginare una nemesi più potente. Ma, con
Where
to Invade Next,
Moore dimostra il
contrario.

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La vera ideologia Americana

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A metà circa del film Moore visita in Norvegia, un’isola/prigione
che ospita detenuti condannati per aver commesso dei crimini violenti, ma premiatei
per buona condotta. Un po’ meno del paese di Oz e un po’ più di un modesto resort; i prigionieri sono vestiti
normalmente, girano in bicicletta, vanno a pesca e prendono il sole.

Nella cucina del carcere, Moore parla con Trond, che è
stato condannato per omicidio e porta un enorme tatuaggio sul viso; con lo
sguardo fisso alle spalle di Trond, Moore dice: â€œOh! Noto che dietro di te
ci sono un sacco di coltelli molto affilati”, ce n’è infatti circa una dozzina
compresa un”enorme mannaia.

A quanto pare poi non ci sono sorveglianti; Trond spiega
quante guardie sono di turno alla prigione durante i fine settimana: quattro, a
fronte di una popolazione carceraria di 115. Inoltre, racconta, le guardie
stanno normalmente in un altro edificio lasciando ai prigionieri la responsabilità
di sorvegliarsi tra loro.

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Per qualsiasi americano, me compreso, questa è pura pazzia!
Ma, dice il guardiano della prigione, seduto su una panca nel parco con gli
uccellini che cinguettano in sottofondo: “Non capisco perché la troviate
un’idea così astrusa… la cosa fondamentale è privare queste persone della
loro libertà, è l’unica punizione che viene inflitta loro. Stiamo cercando infatti
di aiutarli a reinserirsi nella società civile.”

La strategia norvegese mira a creare un ambiente normale con
meno controlli esterni possibile, in modo che quando i prigionieri usciranno,
saranno capaci di autocontrollo. La cosa funziona così bene che la Norvegia ha
tra i tassi d’omicidio più bassi del mondo; il tasso di recidiva poi è circa
del 20%: due, tre volte più basso che negli USA.

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(In seguito Moore visita anche una prigione di massima sicurezza,
che sì, è meno simile a un centro benessere, ma assolutamente libera dalla brutalità
e dall”annichilimento spirituale che sono tipici delle prigioni USA.)

Anche la sezione dedicata al Portogallo verte sul sistema
carcerario, o meglio sulla mancanza di uno che possa essere paragonato a quello
americano, e questo grazie alla completa depenalizzazione delle droghe avvenuta
nel 2001. Il Dottor Nuno Capaz, il ministro della sanità, ammette di essere un
consumatore “soprattutto d’alcool, internet, molto caffè, un po’ di zucchero.”
Quando Moore sottolinea che l’abuso di droga può portare per esempio, molta
tristezza all’interno di un matrimonio Capaz risponde, â€œE quindi? Facebook
ha gli stessi effetti. Lo vietiamo?” Queste  politiche, esattamente come quelle norvegesi, hanno
dato risultati del tutto incomprensibili e controintuitivi per gli americani:
ora che non si è più perseguibili per il consumo di sostanze stupefacenti, il
loro utilizzo sta diminuendo.

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Alla fine di Where to Invade Next — dopo aver visto certi lavoratori italiani
con due mesi di ferie retribuite
, le scuole finlandesi che non assegnano
compiti a casa ma con i migliori risultati al mondo, gli sloveni che vanno all”università
gratis e le donne tunisine e islandesi che ottengono una libertà e un potere
senza precedenti – capirete che tutto il film riguarda lo smantellamento delle
prigioni in cui vivono gli Americani: scuole e posti di lavoro come prigioni,
la prigionia dei debiti contratti per frequentare i college, la prigionia dei
ruoli sociali cui sono confinate le donne e, non ultima, la prigione mentale
costituita dal rifiuto di affrontare la propria storia.

Capirete anche alla fine, quali siano le motivazioni che
stanno alla base di queste prigioni, ovvero il cuore dell’ideologia statunitense
che non è il capitalismo, né l”Eccezionalismo Americano, ma qualcosa di ancora
più profondo: il postulato che le persone sono cattive. Sono talmente
cattive che devono essere costantemente controllate e sotto minaccia di
punizione perché se per un momento fossero libere uscirebbero di testa e
distruggerebbero ogni cosa.

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Il messaggio fondamentale che permea Where to Invade Next
è che l’America non ha capito niente degli esseri umani. Tu ed io non siamo
cattivi. Le persone che ci vivono accanto non sono cattive. È normale, persino
ok, sballarsi o ammalarsi, ed è normale per i teenager trascorrere ogni momento
pensando a come rimediare una scopata.

E se ognuno avesse il controllo delle proprie vite lo
userebbe in maniera responsabile, non raderebbe il paese al suolo in un sabba
di dissolutezza.

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Where to Invade Next risulta
ancora più potente perché non grida queste cose ma semplicemente… ce le
mostra. Non si tratta di speculazioni su come la natura umana sarà trasformata dopo
una rivoluzione che ci porterà a condividere la nostra razione di zuppa d’erba
con il resto del mondo. Sta già succedendo e sta succedendo tra persone che
sono imperfette esattamente come noi.

Il film termina con Moore che visita ciò che resta del muro
di Berlino e ricorda di essere stato presente nel 1989, di averlo picconato
insieme ai tedeschi. È cresciuto infatti durante la guerra fredda e in quel
periodo l’unica cosa certa era che: “questo muro non sarà mai abbattuto. E’
stato costruito per durare per sempre. Impenetrabile.” Ma meno di 30 anni dopo il
muro non c’è più. Ciò che il Presidente dei Documentari americani ci dice è: “Buttiamo
giù questi muri. Staremo molto meglio senza di essi”.

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Traduzione per Megachip a cura di Marybob Shapiro.

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Jon Schwarz 

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