Il giorno dei Sassoni

Sull’incontro Trump – May. [Pierluigi Fagan]

Il giorno dei Sassoni
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27 Gennaio 2017 - 20.13


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di Pierluigi Fagan

Nel 1912, un curioso personaggio, Homer Lea, dà alle stampe il volume “The Day of the Saxon”, nel quale profetizza il declino dell’Impero britannico, l’ascesa di quello americano, il futuro conflitto con il Giappone, il futuro conflitto tra Germania e Gran Bretagna ed altre cose che si manifesteranno solo nella Seconda Guerra mondiale. Secondo Lea, il destino dei sassoni, era quello di competere, combattere ed infine prevalere, sulle altre “razze” (ai tempi si faceva uso disinvolto della categoria): i teutonici (i tedeschi), gli slavi (i russi), gli asiatici. In senso largo, i sassoni abitano isole (Gran Bretagna, Nord America, Australia, Nuova Zelanda) e gli altri abitano il macro-continente (l’Eurasia), i primi dominano il mare, i secondi la terra. Il gioco è che i primi debbono evitare che i secondi si saldino in sistema tra loro, altrimenti diventano periferia del mondo invece che centro. Questa visione geopolitica, aveva già precedenti con l’ammiraglio americano Mahan, con il geografo-politico inglese Mackinder ed avrà seguito dopo Lea, ad esempio negli americani Spykman e Brzezinski ed ancora altri, tra cui il tedesco C. Schmitt nell’ispirato Terra e Mare, in vario modo, fino ai giorni nostri.

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Ecco quindi, che l’incontro odierno di Washington tra Donald Trump e Theresa May, sembra proprio il ripetersi di quella convergenza di comuni interessi che da tempo, tra alti e bassi, comunque lega le due sponde anglofone dell’Atlantico. L’incontro sancirà tre cose, una visibile, due invisibili. Quella visibile sarà l’annuncio di un trattato commerciale a “condizioni di maggior favore” (definizione che si usava nell’internazionalizzazione di fine XIX secolo, quando ancora non si usava il termine “globalizzazione”), che legherà tra loro Londra e Washington ed i loro rispettivi sistemi produttivi, commerciali, finanziari. Potrebbe portare ad una possibile riformulazione dei rispettivi pesi, con gli USA intenti a pesare di più sul rinforzo industriale e Londra, specializzarsi ulteriormente su quello banco – finanziario – assicurativo.

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Una seconda cosa di cui chissà se si farà pubblico accenno e come, sarà il rinforzo della collaborazione militare, a livello di strategia. Possiamo aspettarci una convergenza verso l’idea di diminuire gli impegni multilaterali (NATO) ed infittire quelli bilaterali, la stessa forma che si va ad imporre nel commercio. Gli anglosassoni hanno già una loro rete fitta di intesa reciproche, dai servizi segreti (i Five eyes) al peso coordinato con cui condizionano il funzionamento dell’Alleanza atlantica. All’interno di questo quadro, si andrà probabilmente verso un rinforzo di nuove generazioni di sistemi d’arma atomici (sistemi di lancio) e del settore navale perché – come detto -, le potenze isolane sono potenze di mare che è poi il luogo in cui viaggia il commercio.

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Infine, l’aspetto più importante che non ha necessità di prender forma di trattato ma di intesa: la condivisione della visione del mondo e della strategia per affrontarlo dallo stesso lato della barricata. Si tratterà di coordinare molte cose che gli sherpa anglofoni stanno alacremente discutendo, probabilmente, da tempo. Dal nuovo Commonwealth anglo-britannico che May ha annunciato di voler rimettere in piedi (naturalmente ben diverso dalle versioni precedenti perché cambiando la forma, cambia la sostanza), alle nuove reti che Trump tesserà ora che ha smontato TPP, Ttip e NAFTA, il ruolo di dollaro e sterlina, come resistere a gli attacchi che le altre élite (quelle globaliste versione “un mondo – un mercato”) porteranno a loro ora che gli è stato sottratto l’osso, cosa fare nelle e delle istituzioni mondiali quali ONU, Fmi, Banca mondiale; l’atteggiamento verso la Cina e verso la Russia (che non è detto sarà simile ma anche se diverso, comunque coordinato), dal comune corteggiamento all’India, il nuovo Medio Oriente, l’Africa e naturalmente, l’Europa.

Al di là delle dichiarazioni ufficiali della May, è un fatto oggettivo in termini di interesse nazionale, sia per la Gran Bretagna, sia per gli Stati Uniti, circoscrivere la potenza tedesca ed il ruolo dell’euro. È assai probabile, si riaffacci il vecchio modo che ha tessuto le relazioni tra Stati, sin dalla più profonda antichità, il “divide et impera”. Euro ed Europa non hanno più solo nemici interni ma anche due nuovi – e potenti – nemici esterni. Magari il termine “nemici” è troppo forte, diciamo, due nuovi soggetti interessati a smontare di notte quel poco che gli europei proveranno faticosamente a costruire di giorno, un comune interesse a “contenere” il sistema in cui s’annida la “potenza a fari spenti” tedesca.

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Qui da noi, imperverseranno gli amici dei sassoni ed i loro nemici, i guelfi ed i ghibellini, ed assisteremo al surreale quotidiano spettacolo di commentatori che spiegano cose che non esistono, usando categorie che non esistono. Nazionalisti, protezionisti, liberali, diritti-umanitari, migranti sì-migranti no, cosmopolitici, sovranisti, analisti di mercato, amici di Putin ed amici di Wall Street, insomma la compagnia di giro che anima il pubblico dibattito, aggiungendo confusione alla sempre crescente complessità del mondo nuovo. La “società dello spettacolo” è anche la società in cui, non solo sul piano pubblico ma proprio su quello ben più decisivo della politica mondiale, solo alcuni sono protagonisti e tutti gli altri, dai critici a gli spettatori, stanno a guardare. Godiamoci quindi “il giorno dei Sassoni” e tutto il Bar Sport che ne seguirà, tanto per noi l’importante è tifare (a favore o contro), non giocare, il gioco è riservato ai duri, quelli che quando il gioco si fa duro, cominciano a giocare.

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(27 gennaio 2017) [url”Torna alla Home page”]http://megachip.globalist.it/[/url]

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