di Constantin von Hoffmeister*.
Attraversare i corridoi di vetro e acciaio del moderno apparato tecnologico-securitario rivela che il teleschermo è un instancabile elaboratore delle nostre stesse anime.
La visione di una “Repubblica Tecnologica” di Palantir Technologies si presenta come un manuale per il perfezionamento dello stivale, quello destinato a restare sul volto umano, purché lo stivale rimanga dotato dei più recenti sensori predittivi.
Nello spirito di uno sguardo lucido all’orologio che batte le tredici, dobbiamo dissezionare l’alleanza tra il potere algoritmico aziendale e lo Stato sionista. Questa è una nuova neolingua, dove “difesa” è un debito morale e “deterrenza” è il ronzio silenzioso di un algoritmo che decide chi debba scomparire.
Le fondamenta di questa fortezza digitale sono costruite sull’affermazione di un “debito morale” che l’élite ingegneristica avrebbe verso lo Stato. Nel mondo di 1984 di George Orwell, ciò rappresenta la sintesi definitiva: il Partito e la Corporazione che diventano indistinguibili. Questo “obbligo affermativo” di partecipare alla difesa nazionale si concretizza nella “partnership strategica” di Palantir con il Ministero della Difesa israeliano. Finalizzato all’inizio del 2024 durante una visita ad alta tensione dei cofondatori Peter Thiel e Alex Karp a Tel Aviv, questo patto mira a sfruttare avanzate capacità di estrazione dati per “missioni legate alla guerra”. Gli ingegneri software di Palo Alto sono stati arruolati come il nuovo Partito Interno: alti sacerdoti di un’armeria digitale. La loro identità aziendale è così intrecciata con il progetto sionista che Palantir ha tenuto il suo primo consiglio di amministrazione del 2024 in Israele, segnalando che la loro “Repubblica Tecnologica” trascende i confini quando si tratta di applicare il potere statale.
Ci viene detto che l’epoca della “retorica altisonante” e della deterrenza atomica stia svanendo, sostituita da una “forza dura” costruita interamente sul software. Ecco il passaggio dalla violenza goffa del manganello alla violenza invisibile del codice. Rapporti provenienti da Gaza suggeriscono che Palantir fornisca l’impalcatura di base per un sistema in cui l’intuizione umana viene sostituita dalla certezza matematica. Sintetizzando enormi insiemi di dati – filmati di sorveglianza, comunicazioni intercettate e registri biometrici – il software assiste nella produzione di banche dati di bersagli che funzionano come “liste di uccisione” automatizzate.
Ciò crea un pericoloso vuoto di responsabilità, una forma di “negabilità plausibile algoritmica”. Quando un attacco informato dall’IA rade al suolo un complesso residenziale, la colpa si dissolve dentro una “scatola nera”. Lo sviluppatore sostiene che il software si limita a “suggerire”, l’esperto di modelli statistici sostiene che gli input fossero “oggettivi”, e il comandante militare sostiene che la logica della macchina fosse “ottimale”. Alex Karp si è recentemente vantato con gli azionisti: «Noi facciamo cose che spaventano i nostri nemici e, talvolta, li uccidono», una gelida conferma del ruolo centrale dell’azienda nelle crescenti ostilità contro l’Iran. Questa ammissione rivela una brutale realtà in cui la precisione algoritmica viene celebrata come trionfo tecnico mentre nasconde sistematicamente la catastrofe umanitaria che si dispiega sotto il peso del puntamento guidato dall’IA.
Nel teatro dell’Operazione Epic Fury, il software di Palantir funziona come il principale motore cognitivo per le forze armate statunitensi e israeliane, elaborando migliaia di obiettivi iraniani a una velocità che sfida la tradizionale supervisione umana. Comprimendo la “catena dell’uccisione” a pochi minuti, l’azienda è passata dall’essere un semplice fornitore a protagonista principale di un conflitto in cui l’occhio insonne della macchina determina la sopravvivenza di intere popolazioni. In questo ambiente, l’“incrollabile impegno” di Palantir verso coloro che si trovano in pericolo diventa un mandato a mettere a tacere il dibattito sul costo umano dell’occupazione.
C’è un astuto pezzo di percezione gestita che Palantir utilizza per criticare la “tirannia delle app”, suggerendo che le piccole lastre di vetro nelle nostre tasche limitino il nostro “senso del possibile”. Il rimedio proposto è il passaggio dalla banale sorveglianza dell’“app” del consumatore alla sorveglianza totale dell’“infrastruttura”. È la lamentela secondo cui il teleschermo viene usato per giocare quando invece dovrebbe servire ai Due Minuti d’Odio. Mentre il pubblico si preoccupa del tempo passato davanti allo schermo, l’infrastruttura di Palantir lavora dietro le quinte per monitorare gli elementi “regressivi”.
Amnesty International ha documentato come questa tecnologia “made-by-Palantir” rappresenti una minaccia di sorveglianza per i manifestanti. È la realizzazione del fatto che una società è “libera” solo finché le sue azioni sono “vitali” per gli interessi dello Stato. Il manifesto della Repubblica Tecnologica suggerisce che la “decadenza” della classe dirigente sarà perdonata purché garantisca sicurezza. È l’antico patto del totalitario: vi nutriremo e vi terremo al sicuro dall’attuale “Nemico”, purché consegniate le chiavi della vostra vita privata e il diritto a restare inosservati.
Gli architetti di questo sistema si vantano di una “pace straordinariamente lunga” resa possibile dal potere americano e dai suoi alleati. Questo è lo slogan definitivo: la Guerra è Pace. Per i miliardi di persone che vivono all’ombra di guerre per procura e di una polizia guidata dall’IA, questa “pace” assomiglia notevolmente a un foglio di calcolo di vittime gestite. È la pace del cimitero, mantenuta da una “deterrenza” costruita su software che pretende di conoscere l’intenzione di un soggetto prima ancora che egli abbia concepito un pensiero.
L’appello di Palantir ad annullare la “castrazione del dopoguerra” di nazioni come la Germania e il Giappone segnala il desiderio calcolato di risvegliare i fantasmi del XX secolo. Sebbene questa visione di forza rinnovata possa apparire ragionevole in superficie, essa funziona come una richiesta che tali nazioni diventino adeguati vassalli militari per gli interessi americani. In Asia, ciò richiede che il Giappone abbandoni la propria storia pacifista per diventare un cane da attacco americano, costringendo la nazione a spendere almeno il 2% del PIL per la difesa e ad acquistare enormi quantità di armamenti statunitensi. Trasformando il territorio giapponese in una piattaforma avanzata permanente contro la Cina e spingendo la Germania a servire come scudo fortificato contro la Russia, la “Repubblica Tecnologica” cerca di gestire con il proprio software la logistica dei futuri conflitti. In questa visione del mondo, l’era atomica finisce perché abbiamo trovato un modo più efficiente di minacciarci reciprocamente con l’estinzione attraverso la deterrenza algoritmica.
Il rifiuto del “pluralismo vuoto” a favore di una classifica delle civiltà non rappresenta una deviazione dalla storia, bensì l’ultima iterazione di un continuo progetto imperiale. Mentre Franz Boas cercò di introdurre il relativismo culturale come argine al dominio occidentale, i suoi sforzi non raggiunsero mai un vero consenso globale; al contrario, la struttura sottostante dell’imperialismo occidentale si limitò a evolvere le proprie giustificazioni. Là dove l’Impero Britannico parlava un tempo del “fardello dell’uomo bianco” per civilizzare i “selvaggi”, e l’epoca della Guerra Fredda parlava di “democratizzazione” per modernizzare i “sottosviluppati”, Palantir oggi parla di “vitalità tecnologica” per sconfiggere i “regressivi”. Questo suprematismo civilizzatore è il fondamento della partnership con lo Stato israeliano, che presenta una brutale occupazione decennale come difesa dei “valori progressisti” e della “civiltà occidentale”. Reintroducendo una gerarchia in cui le culture “vitali” possiedono l’autorità morale per dominare quelle “regressive”, Palantir fornisce l’impalcatura digitale per un nuovo tipo di impero algoritmico. È un mondo in cui il software determina chi è “civilizzato” e chi è un “bersaglio”, assicurando che l’eredità dell’espansione imperialista continui sotto la maschera della necessità tecnica.
Il manifesto pone una domanda retorica e pungente: “Inclusione in cosa?” La risposta, incorporata nella stessa struttura della filosofia aziendale di Palantir, è un assorbimento obbligatorio dentro un unico Sistema totalizzante: un ‘panopticon’ digitale in cui il fucile del marine e i dati più intimi del cittadino sono gestiti dalla stessa entità algoritmica. Questo sistema stabilisce una netta divisione di classe neo-feudale; esso lamenta la “spietata esposizione” delle vite private delle élite, cercando di resuscitare un “sacerdozio” protetto di funzionari pubblici che operano dentro un santuario di perdono e anonimato sanciti dallo Stato. Nel frattempo, il resto dell’umanità è sottoposto alla totale “spietata esposizione” dei propri dati, privato del diritto a essere non quantificabile. Sotto questo regime, la trasparenza è un’arma usata verso il basso per disciplinare i proletari, mentre l’opacità è uno scudo usato verso l’alto per proteggere gli architetti della macchina.
Palantir rappresenta una nuova era del complesso militare-industriale, una in cui i dati sono la principale munizione e l’ideologia il principale strumento di marketing. Essa cerca di aggiornare la Repubblica in una fortezza le cui mura sono fatte di codici e la “lunga pace” viene mantenuta dal contegno stoico della macchina. L’azienda presenta il proprio sostegno a Israele come difesa della sopravvivenza democratica, quando in realtà è la gelida concretizzazione della sorveglianza high-tech usata per imporre uno stato d’assedio permanente. Mentre la comunità internazionale comincia a reagire – come dimostra il disinvestimento da 24 milioni di dollari del gruppo norvegese Storebrand per timori di violazioni del “diritto internazionale” – resta la domanda centrale del nostro tempo: il potere di decidere chi sia un “terrorista”, chi sia “regressivo” e chi sia un “bersaglio” deve essere esternalizzato a un’azienda privata con un’agenda politica? Nella “Repubblica Tecnologica”, l’atto più ribelle che si possa compiere è restare non quantificabili, esistere fuori dalla rete di estrazione dati e insistere sul fatto che una vita umana valga più di un punto dati in una missione legata alla guerra.
Tratto da: https://www.rt.com/news/638871-palantir-technological-republic-digital-tyranny/
Traduzione a cura di Pino Cabras.
* Constantin von Hoffmeister è un commentatore politico e culturale tedesco, autore dei libri MULTIPOLARITY! ed Esoteric Trumpism, direttore di Multipolar Press.
