I "nemici dell'Occidente" secondo Steve Bannon

Steve Bannon è in tour nel nostro Paese; prima è stato nella Roma “raggiana”, da dove ha seguito le elezioni italiane, poi si è trasferito a Milano, dove ha tenuto una serie di incontri privati. [piazzadelpopolo]

Steve Bannon

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da piazzadelpopolo


In questi giorni di particolare elettricità politica in Italia, si è fatta notare la presenza di Steve Bannon,asceso agli onori della cronaca nel 2016 quando, nella carica di presidente esecutivo di Breitbart News, preparò il terreno all’inaspettato trionfo di Donald Trump alle elezioni presidenziali americane. Per alcuni mesi dopo l’elezione del tycoon newyorkese ha rivestito il prestigiosissimo ruolo di consigliere (chief strategist) del presidente, prima di essere licenziato con l’accusa non certo leggera di “tradimento”.


Nel suo curriculum, oltre al servizio svolto nella Marina statunitense,  si nota l’impiego presso Goldman Sachs. A tale proposito un altro uomo nell’orbita trumpiana, Anthony Scaramucci, che aveva lavorato con Bannon in quella grande banca d’affari, definì a suo tempo Bannon “una delle persone più intelligenti che abbia mai conosciuto”, e ne lodò le capacità di scrittura, tanto da affermare che in alcuni dei più coinvolgenti discorsi di Trump si poteva riconoscere lo stile di Bannon.


Nel giugno 2016 Breitbart News, al tempo sotto la guida di Bannon, cominciò a interessarsi apertamente alla crescita del fronte populista in Italia, in particolare all’ascesa del fenomeno Virginia Raggi, lodata in diversi articoli per la sua capacità di dominare la scena nelle elezioni comunali romane.


Le opposizioni, ovviamente, colsero la palla al balzo attaccando la Raggi. Il fatto è interessante perché è una dimostrazione pratica di uno dei motivi – certamente non l’unico – per cui il PD ha dimezzato i suoi consensi in appena quattro anni, dalle Europee del 2014 alle politiche del 2018. Affermò in quell’occasione Giovanni Zannola, esponente del PD romano: “Probabilmente alla sindaca Raggi non fa né caldo né freddo che sul sito ‘Breitbart’, tacciato di ‘razzismo e antisemitismo’, sia osannata come ‘una sindaca populista che inaugura una nuova era’, come la ‘Trump di Roma’. Tanta attenzione da parte dell’organo di informazione di Steve Bannon, il consigliere di estrema destra vicino a Donald Trump, dovrebbe preoccupare invece Raggi e il M5S di Roma, città medaglia d’oro per la Liberazione dal nazifascismo”.


In queste affermazioni di Zannola c’è tutta la vuota retorica sul “pericolo di fascismo” che sarebbe insito nell’ascesa del populismo, unita alla presunta superiorità morale del PD che, avendo sposato in pieno valori del progressismo globalista e di quello che in questo blog chiamiamo clinton-obamismo (un mix di culto delle minoranze e dei diritti civili, unito alla volontà di abbattimento di tutte le tradizioni in favore di una cultura mondiale omologata), non perde occasione di mettersi in cattedra. Queste rivendicazioni “morali” basate sull’idealismo progressista sono, in un’epoca di rancore sociale più che giustificabile da parte della popolazione, del tutto fuori dal tempo e appaiono quasi grottesche. Ma passiamo oltre, e arriviamo all’attualità.



Steve Bannon è in tour nel nostro Paese; prima è stato nella Roma “raggiana”, da dove ha seguito le elezioni italiane, poi si è trasferito a Milano, dove ha tenuto una serie di incontri privati. In quest’occasione ha rilasciato un’intervista a La Stampa che ha dei risvolti particolarmente interessanti per quanto concerne la sua idea di politica estera. Riportiamo i punti principali, commentandoli.


Intanto Bannon parla di “nazional-populismo”, individuando una vena nazionalista all’interno del movimento populista, che mette al centro i lavoratori dei vari Paesi  “…a cui il commercio globale toglie prosperità e i migranti strappano i pochi lavori rimasti”. Bannon sogna un governo Lega-M5S che, con sfumature diverse, esprimono l’esigenza del popolo di rivoltarsi contro il sistema globalista. Tra i due movimenti Bannon preferisce comunque la Lega, “perché il leader della Lega rappresenta il Nord, ovvero tre quarti del Pil nazionale, mentre il leader Cinquestelle propone il reddito di cittadinanza, una versione dell’economia sussidiata, che manderà in fallimento le casse pubbliche in meno di due anni”. Bannon individua nell’Italia un motore di cambiamento, “forza trainante del nazional-populismo”, grazie all’innata creatività del popolo italiano, una nazione abituata a proporre al mondo grandi cambiamenti.


Gli aspetti più interessanti dell’intervista però riguardano la visione geopolitica del “nazional-populismo” disegnato da Steve Bannon. Secondo il guru dell’alt-right americana la Russia non solo non rappresenta un pericolo per l’Occidente, ma anzi va integrata nel mondo euro-americano, una volta liberato dalle sovrastrutture neoliberali e globaliste come l’UE, che a giudizio di Bannon “sta implodendo”. Il giudizio di Bannon si fa duro invece su Turchia, Iran e Cina, il che rappresenta indubbiamente un notevole motivo di interesse. L’ex chief strategist di Trump si scaglia contro il progetto di nuova Via della Seta, “che unisce queste tre nazioni, frutto di civiltà antiche e combattive, tutte estranee alle cultura giudeocristiana“. Bannon snobba l’annessione della Crimea da parte della Russia, “perché i veri nemici sono a Pechino, Teheran ed Ankara e ci stanno aggredendo nel Mar della Cina, nel Golfo e nel Mediterraneo”.


Quella di Bannon  va considerata un’uscita importante. In un simile blocco, ispirato dal rifiuto verso le élite globaliste (tra cui l’attuale Unione Europea),  la potenza americana avrebbe infiniti vantaggi che la condurrebbero quasi sicuramente a un ruolo di leadership assoluta. Da una parte l’indiscusso potere economico (specie finanziario, con Wall Street e compagnia bella), dall’altra l’egemonia militare espressa anche dalle decine di basi militari americane in Europa e in Asia, il tutto corroborato in maniera determinante dal controllo (in questo caso indiretto, tramite alleanza) di quello che secondo teorie geopolitiche novecentesche è il cuore del mondo, la Russia.



L’integrazione della Russia, che i globalisti clinton-obamiani hanno bramato per anni tentando di provocare un cambio di regime attraverso il “soft power” culturale, l’isolamento politico e l’accerchiamento militare (ampliamento della NATO verso est, creazione di basi militari ai confini con l’orso russo), avverrebbe quindi sull’onda del contrasto al globalismo e al progressismo liberal, su presupposti diversi ma che probabilmente sortirebbero effetti analoghi. E’ comunque alquanto improbabile che, allo stato attuale delle cose, si vada in quella direzione, anche perché il Deep State americano, la grande maglia di servizi di sicurezza e burocrati di alto livello che manda avanti la macchina statale americana, ha ben altri progetti, ben espressi dall’aggressività di stampo clinton-obamiano verso l’orso russo in Ucraina e Siria.


Interessante notare che i nemici individuati da Bannon sono la Cina – che ricordiamolo, con il suo strabordante potere economico è la vera minaccia all’egemonia americana – l’Iran, ossia il tradizionale nemico (vero o presunto) di Israele, e la Turchia di Erdogan, almeno formalmente alleato strategico di Washington nell’area mediorientale (oltre che membro della NATO), ma che negli ultimi anni è entrata spesso in conflitto con gli americani per varie questioni, tra cui l’eterna causa curda. Bannon cita poi esplicitamente la nuova Via della Seta, il monumentale progetto promosso dai cinesi per potenziare e rendere più efficaci i commerci tra il gigante asiatico e l’Europa.


L’Italia, vista la sua posizione strategica, è in prima linea in questo progetto: i cinesi hanno già annunciato da tempo di voler investire miliardi nei porti di Genova e Trieste, considerati complementari a quello greco del Pireo nel contesto dell’iniziativa, anche per la loro posizione di vicinanza geografica all’Europa centrale, terminale del progetto.



Il discorso si fa complesso e meriterebbe probabilmente ulteriori approfondimenti. Tuttavia, è interessante notare come Steve Bannon abbia focalizzato il suo discorso su alcuni punti che ci riguardano direttamente, e che contestualmente favoriscono la supremazia americana sul mondo indipendentemente dal colore politico e, soprattutto, dall’indirizzo e dall’orientamento dei governi in carica. Certe questioni insomma, sembrano trascendere completamente la lotta alle élite, l’ascesa del populismo, la crisi della globalizzazione clinton-obamiana: la supremazia americana sul nemico cinese è l’obiettivo da perseguire, a prescindere da chi guida l’establishment.


Potrei sbagliarmi, ma a parte queste considerazioni (tutto sommato ovvie), noto due elementi di interesse. Da un lato Bannon individua come ormai inevitabile il mondo multipolare, anche sulla base del rigetto di una globalizzazione considerata disastrosa, ma dall’altro vuole rompere i BRICS reinserendo la Russia nel campo occidentale – la Russia “così com’è”, senza cambio di regime – anche sulla base di un presunto scontro di civiltà contro culture “antiche e ostili” (secondo il suo pensiero) come quelle turca, cinese e iraniana. Chiaramente questo discorso viene bene anche a un alleato storico degli Stati Uniti, Israele, che vede nella crescente potenza dell’Iran degli ayatollah una presunta minaccia vitale. Anche il richiamo alle radici “giudaico-cristiane”, molto probabilmente, non è stato fatto a caso.


Lo scenario insomma è in grande fermento; difficile dire oggi cosa ci prospetterà il futuro, ma è possibile che ci troveremo di fronte a grandi stravolgimenti, e a una lotta serrata tra globalizzatori e sovranisti (nazional-populisti secondo Bannon), con questi ultimi per la prima volta in una posizione di vantaggio, o quanto meno di parità, e soprattutto con l’Italia in prima linea, volente o nolente.


 


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