Quale occupazione giovanile

Economia "verde", impresa e lavoro: vecchie proposte e nuovi tradimenti.

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28 Maggio 2013 - 14.34


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di Giorgio Nebbia

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Occupazione giovanile: è la “nuova” parola d’ordine del nuovo governo. Giustissimo impegno per il quale è giustissimo investire pubblico denaro per incentivare l’assunzione di giovani disoccupati. Un aspetto poco spiegato è, a mio parere, che cosa potranno fare i nuovi occupati nell’agricoltura, nell’industria, nell’edilizia, nei commerci, nei servizi. Si parla di impieghi nell’economia verde, altra parola magica che indica molte attività che vanno dalle fonti di energia alternative e rinnovabili, alla creazione e alla cura di aree protette, alla ristrutturazione degli edifici per renderli capaci di consumare meno energia, o di resistere ai terremoti o alle calamità “naturali”.

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Alcune delle proposte di impiego consistono in opportune opere di riparazione dei danni dovuti ad eventi disastrosi come alluvioni o frane, ma credo che grande attenzione i governanti dovrebbero anche rivolgere alla prevenzione di tali eventi, in genere prevedibili. Non a caso Albert Schweitzer (1875-1965), premio Nobel e grande pensatore e profeta della pace e dell’amore per la natura e per la vita, mezzo secolo fa avvertiva che l’uomo ha perso la capacità di prevedere e prevenire e che tale incapacità è la vera causa dei guasti ecologici.

Secondo la mia modesta opinione, una fonte di occupazione giovanile potrebbe essere proprio una campagna di difesa del territorio per evitare l’erosione del suolo e gli ostacoli al moto delle acque nei fossi, torrenti e fiumi, origine delle esondazioni nelle valli, nelle pianure, perfino nelle città. Eventi che ormai in tutte le stagioni dell’anno distruggono edifici, raccolti, campi, case, fabbriche, strade, eventi che costringono le autorità locali a invocare lo “stato di calamità naturale” (che naturale non è) e a chiedere risarcimento allo Stato per miliardi di euro ogni anno. Soldi che potrebbero essere risparmiati in futuro se investiti oggi pagando giovani disoccupati per interventi e opere di prevenzione.

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L’idea non è nuova: quando Franklin Delano Roosevelt fu eletto presidente degli Stati Uniti nel 1933, in piena crisi economica, con una spaventosa disoccupazione anche giovanile, in condizioni, purtroppo, simili a quelle odierne dell’Italia e di altri paesi europei, dieci giorni dopo l’insediamento alla Casa Bianca istituì un corpo di giovani lavoratori, i Civilian Conservation Corps CCC, destinati proprio al riassetto del territorio e alla conservazione dell’ambiente. Nell”estate del 1933 trecentomila americani dai 18 ai 25 anni, figli di famiglie disagiate, erano nei boschi, impegnati nei lavori di difesa del suolo che da molti anni erano stati trascurati. Negli anni successivi, fino al 1942, in varie campagne coordinate dal Servizio Forestale nazionale, due milioni di giovani americani piantarono tre miliardi di alberi, costruirono e ripararono 150.000 chilometri di strade collinari e campestri, ripulirono il greto dei torrenti, costruirono dighe e laghetti artificiali, scavarono canali per l”irrigazione, costruirono ponti e 3500 torri antincendio, ripulirono spiagge e terreni. Ai giovani impiegati nei CCC veniva assicurato vitto e alloggio e un salario, in parte trasferito alle loro famiglie bisognose.

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Alcuni potrebbero obiettare che l’organizzazione di un simile servizio giovanile ambientale oggi in Italia comporterebbe immediati costi per lo Stato, le cui finanze sono già dissestate; tali costi di oggi sarebbero però molte volte inferiori a quelli futuri certi, che dovremo affrontare se continueremo a fare niente per la difesa del territorio. Per quanto riguarda gli incentivi con pubblico denaro per chi assume giovani lavoratori nelle attività produttive, agricole e industriali, sempre a mio parere, sarebbe giusto che tali incentivi fossero assegnati dopo una analisi di quello che le imprese si propongono di fare.

Troppe volte sono stati chiesti e ottenuti soldi pubblici per iniziative che sembravano di successo e che si sono presto rivelate fallimentari (ne sappiamo ben qualcosa noi nel Mezzogiorno) perché i mercati erano già saturi o perché tecnicamente sbagliate, operazioni finite con profitti per pochi privati e danni per lo Stato, i lavoratori e l’ambiente. Una nuova politica di incentivi all’occupazione giovanile dovrebbe essere accompagnata da attente indagini per identificare quali processi e produzioni di merci ci consentono di diminuire le importazioni e di aumentare le esportazioni, e da un controllo sulla validità delle iniziative produttive e commerciali.

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E’ ben vero che il mercato e le imprese devono essere liberi nelle loro scelte, ma ciò vale quando investono o perdono il denaro dei privati; quando invece le imprese operano con incentivi o contributi di pubblico denaro, qualche controllo pubblico sarebbe pur necessario su quello che viene prodotto, sulla localizzazione degli insediamenti, sulle precauzioni che vengono prese per evitare inquinamenti o discariche nocivi. Al di la delle valutazioni di impatto ambientale, ogni volta che c’entrano soldi di tutti sarebbe opportuno, come talvolta è stato, invano, proposto in passato, un pubblico scrutinio tecnico-scientifico e merceologico di che cosa viene prodotto e dove e come. Proporre lavoro in imprese sbagliate o fallimentari sarebbe un ulteriore tradimento dei nostri giovani concittadini disoccupati.

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Fonte: http://www.altramente.org/archivio/8-articoli/1109-quale-occupazione-giovanile.html

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