Weidmann spinge per abolire le pensioni in tutta Europa

'Inutile notare che i progetti del presidente della Bundesbank distruggono il benessere della popolazione: l''obiettivo è infatti proprio quello.'

Weidmann spinge per abolire le pensioni in tutta Europa
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19 Agosto 2016 - 21.36


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di Claudio Conti.

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Non appena la crisi ricorda a tutti di non esser mai finita, Si alza
immediatamente la voce ammonitrice di chi reclama più austerità sui
conti pubblici (tacendo sempre sull”insostenibilità di quello privato,
soprattutto). 

E il più autorevole “austero resta ancora il presidente
della banca centrale tedesca, Jens Weidmann.

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Fin qui sembra il solito gioco, ma stavolta l”invito cattivo è rivolto
al proprio paese, la Germania. Il bollettino mensile di Bundesbank
recita infatti: “Un allungamento della vita lavorativa – scrivono gli
economisti tedeschi – non dovrebbe essere un tabu ma deve, anzi, essere
considerato come un elemento fondamentale” per garantire la
sostenibilità del sistema e il tasso di sostituzione. 

In Germania l”età
del ritiro è attualmente a 67 anni, con possibilità di anticipo
limitate. Un allungamento di questo limite significa arrivare a 69 o 70
anni. Come dire scordatevi di poter andare in pensione…
 

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Per le generazioni entrate al lavoro con le leggi Hartz IV la
previsione è già ora molto peggiore. Inutile far notare a un Weidmann o
un Dijsselbloem che in questo modo si distrugge il benessere della
popolazione: l”obiettivo è infatti proprio quello
.
 

Il calcolo di Buba è ragionieristicamente impeccabile ma decisamente
bastardo. Esclude infatti come “modificabili” tutta una lunghissima
serie di voci del bilancio statale, per arrivare infine a “dimostrare”
che se non si toccano unicamente le pensioni tutto salta.

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Il ragionamento è fatto sulla  generazione dei baby boomers, ovvero dei
nati negli anni ”50 e ”60, quando il benessere successivo alla
ricostruzione post-bellica aveva spinto le famiglie ei sopravvissuti a
mettere al mondo un buon numero di figli. L”anno di picco delle nascite è
in Italia il 1964, ed anche in Germania la prima parte degli anni ”60
presenta una dinamica simile. La discesa, da allora in poi, è continua e
attualmente la popolazione autoctona tedesca è stimata diminuire di
circa mezzo milione l”anno.
 

L”allarme di Weidmann prende naturalmente il “picco” e ne estrapola –
in modo alquanto sbrigativo – una tendenza, come se negli anni
successivi quel trend non si fosse mai invertito, arrivando così a
sostenere che “tra il 2030 e il 2060” il costo potrebbe diventare
insopportabile. In ogni caso il ricatto è esplicito: o si aumenta l”età
pensionabile portandola il più vicino possibile all”aspettativa di vita
(tradotto: dovete morire sul lavoro), oppure si aumenta la percentuale
di salario dirottata ai contributi previdenziali, oppure ancora si
abbassa il “tasso di sostituzione”, cioè il rapporto tra assegno
pensionistico mensile e ultima retribuzione percepita (già ora molto
basso, intorno al 42%).

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Con le elezioni ormai alle viste – in Germania di vota nel 2017 – la
Merkel non intende affatto dare un”altra carta vincente in mano ai suoi
avversari. Quindi si è affrettata a garantire che il sistema
previdenziale resterà immutato.

Ma la sortita della banca centrale è chiaramente rivolta a tutti i
membri dell”Unione Europea
; se persino la Germania, il paese
economicamente più forte e con i conti quasi in regola con i parametri
di Maastricht, è costretta a stringere la cinghia, figuriamoci cosa
dovranno fare i paesi con deficit o debito eccessivo (Francia e Italia,
in primo luogo).

Detta semplicemente, si tratta secondo questi tecnocrati di portare a
termine rapidamente il rovesciamento del “modello sociale europeo”,
caratterizzato da un forte welfare “keynesiano” e politicamente
giustificato dalla necessità di catturare consenso in chiave
anticomunista (il “socialismo reale” e non solo…).

[…]

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