Erdoğan, cosa vuole (e perché non lo avrà)

Da quasi vincitore, si trova ora nella posizione di chi ha quasi perduto tutto (salvo il petrolio trafugato). E nessuno dei suoi alleati ha potuto impedirlo.[Giulietto Chiesa]

Erdoğan, cosa vuole (e perché non lo avrà)
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30 Novembre 2015 - 21.14


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di Giulietto Chiesa.

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L’obiettivo
primario di Erdoğan è stato, ed è, quello di abbattereBashar
al-Assad
. Lo spingono le sue ambizioni neo-ottomane,
il suo islamismo sunnita ma anche capitalista, comunque anti-sciita.
Lo spinge il calcolo tattico di compiacere i neo-con americani (che sono alleati di Israele e,
quindi, puntano a liquidare la Siria, ostacolo principale alla costruzione
della Grande Israele, dal Sinai fino all’Eufrate). Lo spinge la convergenza
di interessi anti sciiti
tra
Israele, Arabia Saudita e Qatar. Da non dimenticare il“presidential order” con cui Obama, in fotocopia con
l’analogo “order che costituiva la dichiarazione di morte di Gheddafi, affermò
nel 2011 che il governo di Damasco costituiva una minaccia per gli interessi
americani nell’area.

Erdoğan
sa di essere nella NATO con lo scopo di difendere quegli interessi strategici,
in attesa di costruirsene di propri. La fine di Bashar era il punto di
convergenza di tutti questi disegni. Si aggiunga a questo che la Turchia è
l’unico paese che può svolgere il ruolo (molto proficuo) di compratore del
petrolio che lo Stato Islamico preleva in Siria e Iraq.

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Quale
avrebbe potuto essere il regime che veniva dopo Assad non gli importava molto.
In primo luogo perché, con ogni probabilità, la caduta di Assad avrebbe
coinciso con il crollo dello Stato siriano,
con il massacro degli alauiti-sciiti, e lo smembramento del suo territorio.
Cosa che sarebbe stata oltremodo gradita anche a Israele e all’Arabia Saudita.
Insomma una ripetizione (ma in grande) della demolizione della Libia. A quel punto
ci sarebbe stato solo il problema di tenere a bada gli agenti occidentali di Al
Nusra/Al Qaeda. E di competere con Israele nella conquista dei territori rimasti. In
primo luogo nel dare un colpo cruciale a Hezbollah e nel prendere il Libano
sotto controllo.

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Erdoğan
non è uno sciocco. Sapeva che, nei suoi calcoli, sarebbe entrato anche un altro
problema. Quello dei curdi. Il suo secondo obiettivo, parallelo al primo, era
quello di impedire la creazione di uno stato
curdo.

La
distruzione dello Stato siriano, avrebbe aperto infatti, come non mai prima
d’ora, una tale prospettiva. Per cui, quando — a luglio di quest’anno — decise
di entrare apertamente in guerra in Siria con la sua aviazione, spiegò a Obama
che lo faceva per combattere lo Stato Islamico. In realtà la mossa gli servì
per andare a bombardare i kurdi turchi del
Pkk
(che avevano rispettato la tregua con il governo curdo negli ultimi quattro
anni) e per annichilire i kurdi di Siria (quelli che puntano alla creazione dello
Stato curdo, una prima parte, in attesa delle altre) su un pezzo del territorio
siriano a ridosso della Turchia.

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Ma
questo stato kurdo di Siria già esiste in embrione. Si chiama Royava ed è stato costruito, pezzo per pezzo,
anche con l’aiuto americano, lungo il confine turco. Washington ha contribuito
all’operazione perché serviva a smantellare lo stato siriano, un pezzo per
volta. I kurdi siriani, del resto, erano e sono l’unica
forza sul campo
che
agiva simultaneamente contro Assad e contro lo Stato Islamico. E, su questo
unico punto, gli interessi di Ankara e quelli di Washington non coincidevano.

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Poi
la Russia è arrivata a guastare
il brodo
. Putin si è mosso in modo molto pragmatico. Non
soltanto per preservare il regime di Damasco, ma per difendere i propri
interessi strategici (dare a tutto il Medio Oriente il segnale che la Russia è
di nuovo interamente in campo) e anche quelli nazionali (colpire e sradicare
sul nascere l’estremismo islamico di origine russa o dei territori ex
sovietici).

La
Russia ha messo in atto una strategia a largo raggio, i cui effetti sarebbero stati tutti
negativi per i piani turchi. Obiettivo: impedire il crollo dello Stato siriano
e portare Assad al tavolo negoziale per una soluzione futura dopo un cessate il
fuoco. Liquidare definitivamente lo Stato Islamico, senza
mettere un solo piede russo a terra in Siria.

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A
quel punto i curdi siriani sarebbero un ottimo interlocutore per una pace
duratura. In cambio verrebbe data loro quella parte del territorio siriano che
si sono guadagnata. Certo, questa parte del ragionamento russo non piacerà ad
Assad, ma questi avrà avuto salva la vita e il potere, e potrà accontentarsi.

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Erdoğan,
da quasi vincitore, si trova ora nella posizione di chi ha quasi perduto tutto
(salvo i soldi del petrolio trafugato) . E nessuno dei suoi alleati ha potuto
impedire che avvenisse. Ha pensato che poteva
rilanciare,
come in una partita a poker,
abbattendo il Sukhoi russo e
trascinando la NATO ad uno scontro con la Russia. Il fatto è che Putin non sta
giocando a poker, ma a scacchi. E “punire” la Russia non è faccenda tanto
semplice. Adesso dovrà pagare
un prezzo economico molto alto (perché Putin ha di fatto chiuso le frontiere al
turismo russo e ai lavoratori turchi e ai capitali turchi in Russia). E un
prezzo politico non meno alto. Perfino molti alleati della NATO hanno capito di
avere a che fare con un tipo poco affidabile. Erdoğan sarà piaciuto a Varsavia
e a Tallinn, Riga e Vilnius, ma certamente non è piaciuto a Parigi e a Berlino.

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