𝘋𝘪𝘤𝘦𝘷𝘢𝘯𝘰 𝘥𝘪 𝘦𝘶𝘳𝘰𝘱𝘦𝘪𝘻𝘻𝘢𝘳𝘦 𝘭’𝘜𝘤𝘳𝘢𝘪𝘯𝘢. 𝘝𝘰𝘭𝘦𝘷𝘢𝘯𝘰 𝘶𝘤𝘳𝘢𝘪𝘯𝘪𝘻𝘻𝘢𝘳𝘦 𝘭’𝘌𝘶𝘳𝘰𝘱𝘢.
di Pino Cabras.
Guido Crosetto ha nominato Mykhailo Fedorov consigliere per l’innovazione della Difesa. Fino a metà luglio Fedorov era il ministro della Difesa dell’Ucraina. La notizia è una delle più importanti dell’anno.
Non è un incarico di facciata. Il ministero italiano parla di droni, di mezzi senza pilota, di difesa aerea. Fedorov ha scritto che aiuterà l’Italia ad adottare le tecnologie della guerra moderna. Ma la parola che conta davvero, e che ricorre in tutte e due le versioni della giornata, è un’altra: portare «su larga scala» quello che il fronte ucraino ha già collaudato. Cioè trasferire qui un modo di produrre e combattere, non qualche brevetto.
Vale la pena raccontare come ci è arrivato, perché non è un dettaglio. A metà luglio Zelensky lo ha rimosso dal governo dopo lo scontro con il comandante in capo Oleksandr Syrsky. In Ucraina la gente è scesa in piazza per chiederne il ritorno, e nelle settimane scorse Fedorov ha fatto un passo che nessuno si aspettava: ha chiesto pubblicamente le elezioni, dicendo che non può essere Putin a stabilire i tempi della democrazia ucraina. Roma è la prima tappa di un giro internazionale, e altri governi si erano fatti avanti prima del nostro.
C’è pure un paradosso tutto italiano che nessuno segnalerà.
Lo stesso Crosetto ha tenuto l’Italia fuori dal PURL, il meccanismo con cui la NATO fa pagare agli europei le armi americane per Kiev. Diciamo no ai bonifici e sì all’architettura.
Chi è Fedorov, allora. È nato nel 1991 a Vasylivka, nella regione di Zaporizhzhia, non ha mai portato una divisa e prima della politica faceva marketing digitale: a ventidue anni aveva già la sua agenzia. Le prime armi politiche le fa nel 2014, e questo pezzo di biografia va raccontato. Si candida alle elezioni parlamentari con 5.10, il partito libertario appena fondato dall’imprenditore Hennadiy Balashov. Il programma stava tutto nel nome: cancellare il sistema fiscale esistente e sostituirlo con due sole imposte, il 5% sulle vendite e il 10% sui salari. Balashov diceva apertamente di voler fare dell’Ucraina un paradiso fiscale mondiale, sul modello di Singapore e dell’Irlanda, e indicava come nemico il controllo dello Stato sull’economia.
È lo stesso franchise anarcocapitalista che negli ultimi anni abbiamo visto spuntare un po’ dappertutto, motosega in copertina: distruggere lo Stato in nome del mercato.
Quella volta andò male, 5.10 prese lo 0,42%, poco più di 67 mila voti, e Fedorov restò fuori dal Parlamento.
Cinque anni dopo, però, era dentro. Nel 2018 dirige la comunicazione digitale della campagna presidenziale di Volodymyr Zelensky, e nel 2019 diventa ministro della Trasformazione digitale: l’uomo dello «Stato nello smartphone», quello dell’app Diia, con cui gli ucraini tengono i documenti nel telefono. Nel 2022 il World Economic Forum lo sceglie tra i suoi Young Global Leaders, e a Davos lo si ascolta spiegare che la digitalizzazione non serve solo a ricostruire un Paese, serve a difenderlo. Nel gennaio 2026 arriva alla Difesa. Chi voleva smontare lo Stato, nello Stato ci ha fatto il nido più sontuoso, come sempre, e ci ha costruito una carriera intera.
Poi arriva il salto che riguarda direttamente noi. Alla fine di gennaio 2026 il polo ucraino per l’innovazione militare, Brave1, apre insieme al ministero della Difesa e all’azienda americana Palantir una cosa che si chiama Brave1 Dataroom. Detta semplice: una stanza blindata piena di dati di guerra veri, immagini e riprese termiche di bersagli aerei (in primo luogo i droni Shahed), dove le aziende possono addestrare le proprie intelligenze artificiali. Il primo obiettivo è insegnare alle macchine a riconoscere e abbattere i droni da sole.
A giugno più di cento aziende ci lavoravano sopra, con decine di modelli.
La piattaforma gira sul software di Palantir, e i documenti del programma dicono apertamente che un giorno potrà servire a passare agli alleati gli algoritmi collaudati in combattimento. Il capo europeo dell’azienda ha detto che l’Ucraina è stata il laboratorio di ricerca dell’intelligenza artificiale militare degli ultimi anni, e che un campo di battaglia vero non ha sostituti. La consulenza a Crosetto va letta dentro questa frase, non fuori.
C’è poi un filone israeliano, e viene da lontano. Già nell’ottobre 2020 Fedorov parlava all’Ukrainian-Israeli Innovation Summit, in mezzo ai protagonisti della Startup Nation, e il fondo per le startup ucraine immaginato dal suo ministero prendeva a modello Yozma, il programma con cui negli anni Novanta lo Stato israeliano ha fatto nascere il proprio venture capital. Nel frattempo Palantir scrive nei documenti depositati alla SEC, l’autorità di borsa americana, di avere accordi sia con l’Ucraina sia con il ministero della Difesa israeliano, per il quale fornisce tecnologia utile alla guerra: la stessa società, i due fronti. E l’espressione che descrive il modello non l’ho inventata io. È il direttore generale della Difesa israeliana ad aver detto che il suo Paese, per anni conosciuto come nazione cyber, è diventato una «defense tech nation».
Aggiungo un pezzo che di solito non entra in questi ragionamenti. Il settore su cui Fedorov consiglierà Crosetto – droni, anti-droni, difesa aerea – in Italia poggia già su una filiera italo-israeliana. Nel 2022 Leonardo DRS si è fusa con RADA, azienda israeliana di radar tattici e sistemi contro i droni. Con Elbit Systems, il maggior produttore di armi israeliano, Leonardo ha firmato accordi che vanno dai mezzi navali senza pilota al centro di addestramento per piloti di elicottero previsto alla base di Luni. La Difesa ha chiesto al Parlamento di ratificare l’acquisto di radar israeliani della Elta per trasformare alcuni Gulfstream dell’Aeronautica in aerei spia. E il memorandum militare fra Italia e Israele andava rinnovato ad aprile di quest’anno. Crosetto, insomma, non importa un modello estraneo: lo innesta su un tessuto che c’è già. Pazienza per Gaza, gli aggrediti e gli aggressori.
Torniamo a Fedorov, perché la sua parabola dice una cosa politica precisa. Chi era partito con il 5% e il 10% di tasse arriva a un sistema che allo Stato non chiede di sparire, gli chiede di cambiare velocità a seconda di cosa deve fare. Lentissimo e diffidente quando si tratta di garantire diritti e servizi. Rapidissimo, quasi senza attrito, quando deve finanziare, organizzare e industrializzare la guerra.
La vedete come una contraddizione? No: è una specializzazione. I passaggi burocratici che rallentano la sanità si chiamano burocrazia; quelli che rallentano un appalto per droni si chiamano rischio per la sicurezza nazionale. È sempre la stessa macchina che decide dove mettere gli ostacoli.
Qui mi torna utile la Teoria della Classe Armata di David Colantoni. Colantoni sostiene che, da quando negli anni Sessanta e Settanta gli eserciti occidentali sono diventati professionali, si è formata una classe nuova: i militari di mestiere e i civili che ci lavorano attorno.
Questa classe non guadagna vendendo merci. Guadagna avendo potere. Il vecchio ciclo del capitalismo era Denaro-Merce-Più Denaro; il suo è Potere-Denaro-Più Potere. Se la cosa sta in questi termini, la guerra permanente non è più uno strumento che il sistema tira fuori ogni tanto. È il modo in cui quella classe si riproduce, ricavandone bilanci, carriere, aziende, apparati e altro potere ancora.
Fedorov ci permette di aggiornare il ragionamento su due punti.
Primo: il civile non è più il fornitore che sta dietro al militare, bensì il protagonista. Un uomo che non ha mai indossato una divisa guida la Difesa di un Paese in guerra e, appena ne esce, vende la propria competenza ai ministeri stranieri.
Secondo: questa classe non abita più dentro un solo Stato. Passa dai ministeri alla NATO, dalle multinazionali tecnologiche ai fondi d’investimento, e a seconda di chi ha davanti usa la retorica nazionalistica della patria o parla la lingua dell’innovazione.
Sotto, però, la struttura resta sempre la stessa: perché la macchina continui a crescere, ci deve entrare sempre più denaro pubblico. Con tanti saluti in questo caso alle promesse dell’anarco-capitalismo per gonzi.
L’Ucraina è stata il grande laboratorio di tutto questo. Dentro una tragedia vera è cresciuto anche un modello economico e industriale che adesso si può esportare. E quel modello ha un prezzo che i suoi ammiratori europei non nominano mai. Nei primi sei mesi del 2026, nei territori controllati da Kiev, il ministero della Giustizia ucraino ha registrato poco più di 73 mila nascite e quasi 260 mila morti: tre morti e mezzo per ogni bambino nato. Fuori dal Paese ci sono circa 5,9 milioni di rifugiati, dentro altri 3,7 milioni di sfollati. Il demografo Oleksandr Gladun, dell’Accademia nazionale delle scienze, calcola che all’inizio del 2026 nei territori controllati dal governo vivessero circa 28 milioni di persone. Nel 1991 erano 51,7 milioni.
I conti pubblici raccontano la stessa cosa. Il bilancio 2026 approvato dal Parlamento ucraino prevede un buco pari al 18,5% della ricchezza prodotta in un anno, e destina a sicurezza e difesa il 27,2%: più di un euro su quattro di tutto quello che il Paese produce. Nel frattempo la cifra è ancora cresciuta, e per far funzionare lo Stato Kiev ha bisogno di decine di miliardi che arrivano dall’estero.
Non parlerei di «Stato fallito»: alcune istituzioni ucraine hanno retto in modo notevole, e le Nazioni Unite lo sottolineano. Direi una cosa più inquietante. Abbiamo davanti una società che sta perdendo la capacità di riprodursi – di fare figli, di trattenere la gente, di mantenersi da sola – mentre una sua parte continua a rafforzarsi: quella che serve a proseguire la guerra. È questa sproporzione, non il collasso, il punto. Ed è questa sproporzione che oggi ci viene indicata come l’avanguardia da imitare.
Per anni ci hanno spiegato che l’Europa doveva europeizzare l’Ucraina: istituzioni, welfare, diritti, benessere. Sta succedendo l’opposto, e non in senso figurato. La NATO ha fissato l’obiettivo del 5% della ricchezza nazionale: 3,5% di spese militari vere e proprie, 1,5% di spese collegate alla sicurezza. Nel giugno 2025, a Londra, a Mark Rutte hanno chiesto che ne sarebbe stato di sanità e pensioni. Ha risposto che senza quel salto gli europei potranno pure tenersi i loro sistemi sociali, ma faranno bene a imparare il russo.
Che welfare e riarmo si contendano gli stessi soldi non è dunque una fantasia dei pacifisti: lo dice chi il riarmo lo dirige.
E c’è la parte meno visibile, che è anche la più grossa. Secondo la Commissione europea, circa il 70% dei risparmi delle famiglie dell’Unione – intorno ai 10.000 miliardi di euro – sta fermo sui conti in banca.
Con la Savings and Investments Union, l’unione del risparmio e degli investimenti, Bruxelles vuole spostarne una parte verso i mercati finanziari. Sarebbe scorretto dire che quei diecimila miliardi finiranno tutti in armi. Ma è il Libro bianco sulla difesa tanto decantato dalla Guerrafonderleyen a scrivere che la nuova architettura servirà anche a portare capitali privati nel settore militare, dentro il piano ReArm Europe.
Non ci stiamo dunque limitando a comprare qualche carro armato in più. Stiamo costruendo un ambiente in cui i bilanci pubblici, i nostri risparmi, l’industria, le università, la ricerca sull’intelligenza artificiale e perfino il linguaggio della politica devono diventare compatibili con l’economia della sicurezza. Di quella grande massa di risparmio, una buona parte è proprio delle famiglie italiane: fa gola ai membri del Partito del Riarmo, che hanno già gli occhi a forma di dollaro e organizzano il Risiko bancario in Italia per far prendere il volo “giusto” ai vostri risparmi.
È qui che tornano i cari vecchi NO PAX, i guerrafondai. Una classe a cui la vittoria, nel senso tradizionale, non interessa granché. Le interessa che resti in piedi l’apparato che la guerra rende indispensabile. Per questo la metafora biologica funziona. Il parassita convive con l’ospite e ci campa. Il parassitoide se lo mangia da dentro, e lo consuma fino a rovinarlo, continuando a nutrirsene. Nell’epoca delle piattaforme questa cosa ha assunto i tratti di una mafia high-tech fuori scala: non nel senso dei tribunali, ma nella logica del potere. Si coopta, si incassa una rendita, si passa dal pubblico al privato e ritorno, si occupa poco per volta tutto lo spazio disponibile.
Ecco perché la nomina di oggi mi inquieta. Crosetto non ha chiamato a Roma un tecnico che se ne intende di droni. Ha importato un uomo-sistema, che tiene insieme lo Stato minimo e lo Stato in armi, Davos e la Startup Nation, la Silicon Valley e il più grande laboratorio europeo di guerra tecnologica. Quello che è stato sperimentato in Ucraina deve ora diventare – sono quasi le parole del ministero – una capacità utilizzabile su larga scala.
Se le metastasi avessero la parola, parlerebbero così.
La domanda, allora, non è quanti droni costruiremo. È quale Paese dovremo diventare perché la macchina dei droni, delle armi, dell’intelligenza artificiale militare e della guerra senza fine possa continuare a crescere. Nessuno ce l’ha ancora posta così. Sarebbe ora di cominciare.
